11 artisti emergenti alla p420

What the Eye Brought Back, ospitata dalla galleria p420 (Via Azzo Gardino 9g) fino al 15 novembre prossimo, raccoglie i lavori di undici artisti che espongono per la prima volta in galleria, incontrati nel tempo e in vari contesti e uniti dall’esperienza del viaggio inteso come particolare condizione esistenziale dell’osservatore che si muove attraverso il mondo, testimone mobile che raccoglie segni, immagini e presenze senza l’urgenza di definirle.

Il titolo della mostra, come scrive Matteo Binci «rimanda a un gesto semplice e radicale: riportare indietro con l’occhio non la copia del reale, ma ciò che in esso ci ha toccati». Il percorso espositivo restituisce allo spettatore una geografia visiva fatta di visioni che si riattivano a distanza, immagini che migrano da un contesto all’altro portando con sé memorie, desideri e sottili tensioni.

Majd Abdel Hamid, 800 meters (how long was the thread) IX, 2022, filo di cotone su tessuto, cm.34×30. Courtesy l’artista e p420, Bologna, photo credit Carlo Favero

Le artiste e gli artisti in mostra, provenienti da un contesto internazionale – Hamra Abbas (1976, Kuwait City, Kuwait), Majd Abdel Hamid (1988, Damasco, Siria), Maha Ahmed (1989, Lahore, Pakistan), Bekhbaatar Enkhtur (1994, Ulaanbaatar, Mongolia), Edgar Calel (1987, Chi Xot, Guatemala), Leonardo Devito (1997, Firenze, Italia), He Xiangyu (1986, Kuandian, Cina), Khaled Jarada (1996, Gaza City, Palestina), Xian Kim (1992, Seoul, Corea del Sud), Iva Lulashi (1988, Tirana, Albania), Brett Charles Seiler (1994, Harare, Zimbabwe) – non rispondono a un principio tematico comune ma abitano uno stesso orizzonte di sensibilità. Il loro accostamento si fonda su una logica da taccuino, da archivio aperto e organico e ogni opera esposta invita a considerare lo sguardo non solo come strumento ottico, ma come dispositivo di pensiero. 

Majd Abdel Hamid attraverso il gesto lento, ripetitivo e performativo del ricamo, utilizzato come contrappeso alla produzione iperveloce di immagini digitali, interroga la storia politica mediorientale, i confini, la memoria collettiva e le esperienze personali di lutto e resilienza – temi quantomai urgenti in questo momento storico – e rende il gesto meticoloso del cucito un atto di terapia, di decelerazione e di resistenza silenziosa di fronte al caos geopolitico e ai traumi della storia.

What the Eye Brought Back, installation view, 2025, p420, Bologna. Courtesy p420, Bologna, photo credit Carlo Favero

I ricami della serie 800 meters (how long was the thread), esposti in mostra, successivi all’esplosione del porto di Beirut del 4 agosto 2020, sono il diretto riferimento alle suture fisiche subite dalle vittime e al tentativo di suturare una ferita collettiva.

La scultura Coccodrilli, realizzata da Bekhbaatar Enkhtur in cera d’api, acciaio e una pallina da golf, affronta il tema della convivenza e del conflitto attraverso un simbolo ghanese che raffigura due coccodrilli siamesi uniti dallo stesso stomaco. Nella tradizione questo motivo rappresenta la necessità di cooperare pur nella diversità: animali distinti, ma obbligati a condividere le stesse risorse. Enkhtur introduce un elemento perturbante e ironico inserendo nella bocca di uno dei coccodrilli una pallina da golf, che interrompe il flusso del gioco e lo lascia in sospeso. L’azione bloccata diventa metafora di uno stallo irrisolto, evocando conflitti che non giungono mai a una soluzione definitiva. 

Le opere del palestinese Khaled Jarada sono composizioni catturate in medias res. Le sue figure appaiono sbilanciate, ansiose, fuori posto. Jarada ha iniziato la sua esplorazione del disagio di questa dimensione liminale quando lui stesso si è ritrovato fuori posto, in esilio. Come lui stesso scrive «la fluidità che si ritrova in queste opere è fatta di attimi fugaci, tracce brevi catturate dal mio corpo e impresse sulla carta. Sono testimonianze sensoriali di un tempo sospeso, in cui l’attesa non è più uno stato passivo, ma un atto incarnato, esistenziale, che non può essere visto, ma soltanto sentito e vissuto».

Khaled Jarada, Waiting Rituals 01, 2025, carboncino su carta canson, cm.150×240. Courtesy l’artista e p420, Bologna, photo credit Carlo Favero

«Se il viaggio – come scrive ancora Binci – è l’esperienza temporale di un corpo che attraversa lo spazio, What the Eye Brought Back è il suo ricordo distillato: un insieme di tracce che, ricomposte nello spazio della galleria, smettono di essere appunti privati per trasformarsi in una genealogia collettiva. Ogni opera è un ritorno che non coincide con l’origine, ma con la sua capacità di generare nuove relazioni, di attivare geografie dell’immaginario e di trasformare lo sguardo in un gesto di ascolto. Guardare diventa così un atto politico e poetico, capace di trasformare la memoria individuale in un terreno comune, di far emergere dalle opacità del reale possibilità inattese di pensiero e di presenza».

https://www.p420.it/ 

Immagine di copertina: What the Eye Brought Back, installation view, 2025, p420, Bologna. Courtesy p420, Bologna, photo credit Carlo Favero

Lara De Lena

Lara De Lena

Laureata in Lettere moderne, si specializza nel 2017 in Beni storico artistici con una tesi in arte contemporanea. Dallo stesso anno collabora con il CUBo.

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