Il ritorno a Bologna del re delle acque e i suoi segreti svelati

intervista a Francesco Ceccarelli a cura di Chiara Cantagalli

L’acqua torna a zampillare dalla fontana del Nettuno, dopo i recenti lavori di restauro, come elemento principale della fontana. Dietro il suo funzionamento, meccanismi nascosti rivelano una storia idraulica complessa e nascosta.

Illustrazione 1: Modellino della fontana del Nettuno in Santa Maria della Vita

Si è appena concluso il progetto espositivo in Santa Maria della Vita che illustra, attraverso l’esposizione di opere, documenti e materiali selezionati, la genesi progettuale e gli sviluppi della fontana del Nettuno. La mostra, realizzata con il coinvolgimento del Dipartimento di Architettura dell’Università di Bologna, una delle prime in Italia sugli impianti idrici, si sviluppa dalla narrazione di un affascinante, quanto inedito, capitolo della storia bolognese: quello della costruzione del sistema delle fontane pubbliche negli anni Sessanta del Cinquecento, in una stagione di rinnovamento dell’impianto urbanistico architettonico, voluto da Pio IV. Tra scienza, cultura e tecnologia delle acque, viene rivelato un paesaggio urbano ancora poco esplorato e inaspettato, fondamentale per una lettura della città e della sua architettura in chiave storica. Il professore Francesco Ceccarelli, curatore della mostra, ci racconta la segreta storia idraulica che parte dall’acquedotto romano di Bononia e dal sistema idraulico a servizio della città medievale con la Chiusa di Casalecchio e il canale di Reno, canali urbani, chiuse e pozzi fino ad arrivare ai grandi interventi infrastrutturali rinascimentali che hanno portato alla nascita della grande fontana del Gianbologna.

Professore, come nasce la grande campagna di restauri che ha riportato il Nettuno al suo splendore originale?

Il rinnovato interesse per la Fontana del Nettuno e le condizioni di incuria in cui versava, oramai da anni, nasce in seguito alla pubblicazione del volume Il Nettuno, avvenuta nel marzo del 2015 a cura dello studioso americano Richard J. Tuttle, professore di Storia dell’Architettura del Rinascimento (anche all’Università di Bologna). Il lavoro del professor Tuttle morto nel 2009, viene da me e dalla collega Nadja Aksamija della Wesleyan University, completato e revisionato per essere presentato con il titolo The Neptune Fountain in Bologna: Bronze, Marble, and Water in the Making of a Papal City. Il volume, prima moderna monografia sulla Fontana del Nettuno, è stato presentato nel marzo del 2015 nella sala dello Stabat Mater dell’archiginnasio. Grazie alla preziosa eredità di Tuttle si sviluppa in più direzioni una campagna di sensibilizzazione sulle condizioni precarie dell’impianto idrico, con la partecipazione del Comune di Bologna, «Il Resto del Carlino» e la Fai. In pochi mesi si è giunti alla messa a punto di un programma di interventi di restauro dell’impianto idraulico conclusasi all’inizio del 2018. Il restauro ha permesso di valorizzare non solo tutta la portata estetica del monumento, ma anche di riscoprirne la complessa storia idraulica. È proprio l’idea di illustrare la storia idraulica che ha portato all’ideazione della fontana, a far nascere il progetto della mostra, presentato alla Genius Bononiae, insieme alla professoressa Ferretti, studiosa della storia dell’architettura idraulica. L’obiettivo di questa mostra (una delle prime mostre in Italia di architettura delle acque sul sistema idraulico medioevo rinascimentale) è stato quello di raccontare, partendo dalle sue origini, la storia di un moderno acquedotto urbano di cui il Nettuno rappresenta la conclusione e il monumento iconico.

Illustrazione 2: Domenico Ramponi Ingresso del Podestà XVIII

A che epoca risalgono i primi sistemi di distribuzione delle acque a Bologna?

Le origini della rete idrica bolognese risalgono all’epoca augustea. In età romana imperiale, la città di Bologna era rifornita dall’acquedotto augusteo che captava l’acqua in Val di Setta e la conduceva in città attraverso un cunicolo sotterraneo di 21 km di lunghezza. Nei pressi di Bononia l’acquedotto si divideva in due rami, il primo lungo via d’Azeglio, giungeva nei pressi di Palazzo Pizzardi-Legnani, all’incrocio con via Farini, dove si colloca il castellum acquae, ossia il serbatoio principale da cui poi si diramavano le tubazioni di piombo che distribuivano l’acqua dell’abitato. Alla vota dell’attuale Palazzo Albergati, in via Saragozza, si dirigeva il secondo ramo, destinato al rifornimento idrico delle terme suburbane e del quartiere meridionale della città, sviluppatosi nel corso del I sec. a. C. e caratterizzato dalla presenza di un certo numero di importanti ville.L’acqua veniva distribuita in fontane, generalmente collocate presso gli incroci principali. Dell’acquedotto voluto da Augusto, per attrezzare la Bononia Romana, all’epoca città con circa quarantamila abitanti, esiste tutt’ora una buona parte delle strutture ancora funzionanti. Questo è stato possibile grazie al fatto che proprio durante il Rinascimento, l’acquedotto fu riscoperto in chiave tecnica e vennero fatti grandi investimenti per riattivarlo e ricollegarlo a nuove strutture per consentire la distribuzione di acqua corrente fluviale. In una politica atta a valorizzare gli acquedotti come preziosa risorsa per rifornire acqua in movimento.

Illustrazione 3: Annibale Marini Cortile di conceria 1880-1899. Collezione d’Arte e di Storia della Fondazione Carisbo

In epoca medievale invece come venivano gestite le risorse idriche?

Bologna trae immensi benefici da una politica delle acque, dispiegata in opere di ampio respiro sul piano dell’ingegneria e dell’architettura idraulica atte ad incrementare la produzione paleoindustriale con grandi canali urbani, fin dalla seconda metà del XII secolo.  Grazie alla chiusa di Casalecchio sul fiume Reno e a quella di San Ruffillo sul Savena, Bologna riuscì a sfruttare nel migliore dei modi l’acqua come forza motrice per i propri opifici, alimentando anche un sistema di canali presto ammirato come una delle maggiori meraviglie d’Italia. Il canale di Reno forniva l’acqua per le strutture proto-industriali di Bologna ed entrava in città attraverso un portale a forma di grata noto come “la Grada” per proseguire verso est fino a quando era tagliato in due alla cosiddetta “Sega dell’acqua”; un canale, il Cavaticcio, si dirigeva immediatamente a nord verso le mura cittadine e la Porta delle Lame, dove sarebbe stato poi attrezzato il porto urbano; l’altro braccio continuava sempre in direzione est, fino a che, nei pressi del torrente Aposa, volgeva a nord, prendendo il nome del Canale delle Moline. Ideato e costruito da un consorzio di mugnai dell’XI secolo, il canale di Reno, fu presto acquistato dal Comune e rimase di proprietà pubblica fino al XVIII secolo. Dalle numerose vedute e fotografie storiche e nella mappa settecentesca dell’archivio Hercolani, è possibile vedere come il Canale delle Moline si sviluppasse in una serie di cascate, segnate da coppie di mulini su entrambi i lati. Ancora oggi, sebbene i mulini siano scomparsi, lo stesso canale Reno ancora scorre attraverso Bologna ed è visibile in alcuni punti della città come via delle Moline, per esempio. Questi canali artificiali furono un motore di sviluppo di eccezionale portata per la città di Bologna, che è resa assimilabile a quella di Milano proprio grazie al rigoglioso sistema di canali artificiali che creavano collegamenti tra l’esterno e l’interno della città aumentando a dismisura le possibilità produttive.

Abbiamo parlato dei canali, come strutture atte a fornire acqua per la produzione di risorse economiche, ma da dove proveniva l’acqua per il sostentamento dei cittadini?

I pozzi, ora tra gli elementi meno visibili del sistema idrico storico, un tempo erano presenti ovunque ed erano la fonte di approvvigionamento delle famiglie bolognesi. Si dice ce ne fosse addirittura uno per casa, nella Bologna medievale. Nel XIX secolo, in seguito ad un’esplosione di colera nel 1865 e di febbre tifoide nel 1891, furono però denunciati come un pericolo per la salute pubblica. Queste paure affrettarono la creazione di un moderno sistema idrico pressurizzato per tutta la città, rendendo infine i pozzi improvvisamente obsoleti. Una volta smantellati vennero riempiti di pietrisco e consegnati all’oblio.

L’acqua considerata da sempre come l’elemento fortificante per la città, dal punto di vista meccanico e anche sanitario, inizia ad essere pensata nel medioevo, in una funzione legata alla commoditas, all’agio dei cittadini, attraverso nuovi tipi di attrezzature pubbliche. Sebbene siano ridotte a poche le città con opere d’arte idraulica, è proprio a questo periodo che possiamo far risalire le prime espressioni di volontà di dare una forma artistica alla mostra d’acqua con le grandi fontane centro italiane al centro anche della sua spettacolarizzazione sebbene sia solo dopo la stagione delle grandi fontane centro-italiane (Perugia, Atri, Viterbo, L’Aquila, Siena, ecc)

Illustrazione 4: Giovanni Boldini “La Fontana del Nettuno a Bologna” (1910) Collezione d’Arte e di Storia della Fondazione Carisbo

Il Cinquecento è l’epoca di svolta per i grandi investimenti sugli impianti idraulici, quali sono i motivi che hanno portato i poteri a spendere ingenti risorse per la causa idrica?

L’acqua a partire dal Cinquecento viene monumentalizzata in diverse città italiane, diventando uno degli attributi di opulenza dei sovrani e dei pontefici, l’acqua è sinonimo di buongoverno. Vengono realizzate in questo periodo complesse opere d’arte, dove sono l’acqua il marmo ed il bronzo ad esprimere la magnificenza del potere. Le fontane diventano elementi che dialogano con lo spazio della città e il loro posizionamento non è mai casuale in quanto esprime ed evidenzia relazioni percettive e gerarchie visive. Questa specifica funzione si sviluppa nel mondo della festa e degli eventi celebrativi. Si veda l’esempio della fontana effimera, realizzata a Bologna per l’incoronazione di Carlo V d’Asburgo nel 1530. I resoconti dell’evento e le incisioni hanno diffuso in tutta Europa la fastosità della cerimonia e in particolare l’immagine iconica della fontana, destinata a diventare uno snodo fondamentale nell’approfondimento delle valenze architettoniche e spaziali delle fontane monumentali del Rinascimento maturo. In quest’epoca infatti si svilupperà appieno una specifica attenzione per le forme monumentali ed artistiche dei punti di distribuzione dell’acqua potabile della città. Lo studio della potenza dei getti, delle traiettorie e del loro posizionamento è tutt’uno con l’elaborazione delle forme e dello stile delle sculture, in quanto sensibilità estetica del Cinquecento esaltante il vitalismo delle acque.

Quindi la fontana del Nettuno è un monumento iconico espressione di buongoverno?

Sì, ma è importante sottolineare come la fontana non sia un mero accessorio di arredamento urbano come si tende a considerarla oggigiorno, bensì l’espressione artistica conclusiva che condensa un progetto molto importante: quello del rilancio della grande città pubblica attraverso interventi di architettura e urbanistica.

Quest’operazione s’inserisce in una politica più ampia di riscoperta e rimodernamento degli acquedotti. Questi interventi sono, a loro volta, parte di una serie di operazioni su scala territoriale, inseriti nella politica dei lavori pubblici nell’Italia del Cinquecento atta a salvaguardare le reti stradali e le idrovie dalle inondazioni; proteggere i campi e le colture; mantenere in piena efficienza il sistema di comunicazione sovraregionale a fini militari; preservare la qualità dell’acqua potabile, diversificando le modalità d’attingimento.

La cultura tecnica, in questo contesto, assume una rinnovata centralità anche sul piano teorico grazie alla nuova tendenza all’organizzazione concettuale del sapere, veicolato attraverso la stampa che diviene sempre più strumento di diffusione delle conoscenze. È proprio grazie a nuove edizioni e traduzioni dal latino che le opere di Vitruvio e Leon Battista Alberti, che si concentrano sul tema degli acquedotti.

A Bologna è il grande scienziato e naturalista Ulisse Aldrovandi a dimostrare un attento interesse verso Vitruvio e le tecniche idrauliche romane, come possiamo osservare dalle postille ai trattati d’architettura in suo possesso e dai suoi disegni tecnici autografi, eseguiti proprio all’epoca in cui Tommaso Laureti realizzava l’acquedotto e la fontana Nettuno.

Chi sono i protagonisti che hanno portato alla realizzazione della fontana del Nettuno?

Papa Pio IV per ripopolare la città di Roma, in cui larghe zone erano carenti dei servizi idrici, punta al rinnovamento delle strutture idrauliche, rimodernando gli acquedotti e portando a Bologna un programma compiuto.

Illustrazione 5: Anziani Consoli Aqua omnibus aequa: Illustrazione della fontana e delle sue virtù in insigna degli anziani, 1610

La fontana del Nettuno quindi conclude una stagione di grandi interventi e la sua magnificenza è atta a omaggiare il complesso sistema idrico che sta alle sue origini e si riallaccia, grazie proprio agli studi dell’architetto Tommaso Laureti, all’antico acquedotto augusteo. Quest’opera monumentale s’inserisce nel più vasto programma di rinnovamento architettonico del centro di Bologna e in particolare di piazza Maggiore, promosso dal Vice Legato pontificio Pier Donato Cesi. In questo riordino urbanistico di vaste proporzioni vennero realizzati il portico dei Banchi e la nuova sede dell’Archiginnasio. Si unisce a questi interventi la costruzione di un nuovo acquedotto proveniente dall’area collinare nei pressi nel convento di San Michele in Bosco (fonti di Valverde collegata alla più antica fonte Remonda) che doveva alimentare un sistema di fontane pubbliche nel centro della città. L’acquedotto fu immaginato fin dall’inizio come simbolo spettacolare della munificenza e del buon governo pontificio, riflessi nella sua originale denominazione di AQUA PIA (in onore di Pio IV). L’architetto e pittore palermitano Tommaso Laureti fu incaricato dell’ambizioso progetto nel 1563. A lui si deve il coordinamento di ogni passaggio dell’opera e il coinvolgimento di altri artisti, per primo Jean de Boulogne (il Gianbologna), i quali lo affiancarono lungo un percorso complesso che si concluse nel gennaio del 1567, quando anche la figura grande, ovvero la statua bronzea del dio Nettuno, trovò la sua collocazione nella nuova piazza, aperta proprio allo scopo di poterla ammirare da nuovi e diversi punti di vista.

Che acque sono state utilizzate per alimentare la fontana del Nettuno?

Piazza Maggiore ha ospitato altre fontane, prima del Nettuno di Giambologna e Laureti. Negli anni Settanta del Quattrocento una modesta fontana fu realizzata per essere subito demolita nel 1483. Agli anni Venti del Cinquecento si data un altro importante progetto, la cui unica traccia è rappresentata dalla sorgente collinare della Remonda che la doveva alimentare, nei pressi di San Michele in Bosco. Per alimentare la fontana del Nettuno furono utilizzate le acque della stessa fonte Remonda e di una seconda sorgente, nota poi col nome di Cisterna di Valverde, che per monumentalità e qualità costruttive gareggia con i castella aquae della Roma dei Cesari, e, dal XVIII secolo, anche come Bagni di Mario: è il cuore del sistema di addizione che sfruttava anche le rovine dell’acquedotto sotterraneo dell’antica Bononia.

Illustrazione 6: Felice Giani Veduta della Fonte Remonda e schizzo raffigurante un particolare degli affreschi di Carlo Cignani della cupola della Cappella della Madonna del Fuoco di Forlì Inizi XIX sec.

Quali sono le problematiche che hanno causato un degrado delle infrastrutture idrauliche che compongono la fontana?

Tommaso Laureti, progettista dell’acquedotto, descrive l’intero sistema nella Instruttione intorno alla fonte. Si tratta di uno straordinario documento redatto per programmare le opere di manutenzione di questa complessa e fragile infrastruttura, funzionante per gravità e con i condotti realizzati mediante la connessione di elementi in cotto. E, infatti, i documenti attestano guasti frequenti nel sistema idraulico e danni alle sculture della fontana per accumulo di depositi calcarei. Interventi di restauro sono attestati fin dal Settecento. Con la realizzazione del moderno acquedotto, attivo a partire dal 1881, la fontana fu infine svincolata dal sistema di alimentazione cinquecentesca, garantendo una maggiore efficacia ai giochi d’acqua, ma condannando al degrado e all’abbandono le infrastrutture idrauliche storiche che, solo oggi grazie ai restauri eseguiti possono dare nuovo vigore al dio delle acque bolognese.

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