70 anni di Arte Totale alla Fondazione Magnani Rocca con Munari

Alla Fondazione Magnani-Rocca (Mamiano – Parma) fino al 30 giugno prossimo è possibile vedere la più grande mostra italiana realizzata finora su una delle più iconiche figure del design e della comunicazione visiva del XX secolo, Bruno Munari e i suoi settant’anni di creatività.

Definito da Pierre Restany «il Leonardo e il Peter Pan del design italiano», Munari (Milano, 1907-1998) incarna più di tanti altri il mito dell’artista totale: inizia la propria attività attorno al 1927 sotto l’ègida del Secondo Futurismo, nel 1948 fonda a Milano con Atanasio Soldati, Gillo Dorfles, Gianni Monnet, Augusto Garau e Ettore Sottsass il Movimento Arte Concreta con il fine di dare impulso all’arte non figurativa e geometrizzante e infine è conosciuto soprattutto per la sua attività a cavallo tra il design e la pedagogia, aspetto che lo ha visto sempre precorrere i tempi in modo impressionante.

Bruno Munari, Buccia di Eva, 1929/1930, tempera su tela. Courtesy Bruno Munari © Corraini s.r.l. 
Bruno Munari, Buccia di Eva, 1929/1930, tempera su tela. Courtesy Bruno Munari © Corraini s.r.l.

Proprio per la difficoltà di dirimere chiaramente i territori linguistici da lui affrontati nel corso del tempo, il percorso espositivo non segue un classico criterio cronologico né tantomeno si divide per compartimenti, è piuttosto un percorso che segue attitudini e concetti evidenziando la costellazione di relazioni progettuali e l’incontro e il dialogo tra oggetti anche apparentemente molto diversi l’uno dall’altro. 

La mostra, come l’approccio stesso di Munari, risponde a un metodo progettuale che si va precisando con gli anni, con i grandi corsi nelle università americane e con il progetto più ambizioso, che è quello dei laboratori per stimolare la creatività infantile, che dal 1977 sono tuttora all’avanguardia nella didattica dell’età prescolare e della prima età scolare. Basti pensare che solo due anni fa Corraini ha riproposto al costo di 60 euro il celeberrimo giocattolo della scimmietta Zizì, uno dei primi giocattoli in gommapiuma armata pensata per stimolare la fantasia del bambino con cui Munari vinse il Compasso d’Oro nel 1954.

La scimmietta Zizì pubblicata su Domus nel 1952 
La scimmietta Zizì pubblicata su Domus nel 1952

L’impatto del piccolo primate fu subito riconosciuto. Questa la motivazione con cui il giocattolo fu premiato: «Normalmente i giocattoli sono delle riduzioni ‘veristiche’ o infantilizzate di mezzi meccanici. Questo piccolo quadrumane di Munari rappresenta invece una interpretazione del carattere del ‘personaggio’, che ha raggiunta una essenzialità formale, nell’impiego tipico della materia, la gommapiuma articolata da una armatura di filo d’acciaio, che consente il divertimento di una infinità di atteggiamenti». Ciò che rendeva la scimmietta unica, infatti, era la sua versatilità e il fatto che potesse essere modellata e manipolata in diverse posizioni grazie alla presenza di un’anima in filo metallico che la rendeva un giocattolo flessibile, che poteva essere piegato, ruotato e adattato a varie forme. Geniale ed evocativa anche la confezione: una specie di gabbia da aprire per “liberare” Zizì e metaforicamente l’immaginazione di ogni bambina e bambino.

Munari si era avvicinato alla gommapiuma nel Dopoguerra, quando l’industria cominciava a esplorarne gli usi in maniera sistematica e il giovane designer lavorava alla Pirelli. 

Incaricato dalla sua azienda di trovare nuovi e alternativi usi per questo materiale, ebbe l’idea di utilizzarla con il filo snodabile all’interno per creare dei giocattoli: «mi feci dare alcuni campioni di questo nuovo materiale e cominciai una sperimentazione per capire quali altre cose si potevano progettare in modo che l’oggetto progettato fosse coerente col materiale e con le sue qualità. La qualità più evidente si manifestava attraverso il tatto. Un qualunque pezzo di gommapiuma, manipolato da un bambino, comunica la morbidezza, l’elasticità del materiale che sembra vivo e che, a un bambino, fa venire in mente la stessa sensazione che si prova a tenere in braccio un gattino o un piccolo animaletto» racconterà in occasione di un’intervista anni dopo. 

Il primo giocattolo, nato nel 1949, fu il gatto Meo Romeo, seguito nel 1952 dall’ancor più essenziale scimmietta Zizì. E quella che doveva essere una sorta di dimostrazione delle potenzialità di materiale, diventò il prodotto di un “filosofo”, come avrebbe detto Pablo Picasso secondo un aneddoto ricorrente.

Bruno Munari, Alfabeto Lucini, 1984, sculture a tecnica mista. Courtesy Bruno Munari © Corraini s.r.l.  
Bruno Munari, Alfabeto Lucini, 1984, sculture a tecnica mista. Courtesy Bruno Munari © Corraini s.r.l.

Per Munari un giocattolo non è fatto solo per essere guardato e il design deve andare oltre l’estetica e servire come veicolo per stimolare la creatività e l’immaginazione. 

Munari creò libri per bambini, giochi e giocattoli interattivi progettati per coinvolgere i giovani lettori e insegnare loro a pensare in modo creativo. Ha sottolineato l’importanza di introdurre l’arte e il design fin dalla prima infanzia per stimolare lo sviluppo intellettuale e creativo. 

Come racconta il curatore della mostra «Munari è una figura molto attuale nella società liquida odierna, nella quale non ci sono limiti fra territori espressivi. È un esempio di flessibilità, di capacità di adattamento dell’uomo all’ambiente. Il suo metodo consiste nello scoprire il limite delle cose che ci circondano e di volerlo ogni volta superare». 

Immagine di copertina: Bruno Munari nello studio della sua abitazione milanese nel 1994. Courtesy Bruno Munari © Corraini s.r.l. 

 

 

Lara De Lena

Lara De Lena

Laureata in Lettere moderne, si specializza nel 2017 in Beni storico artistici con una tesi in arte contemporanea. Dallo stesso anno collabora con il CUBo, di cui è nel direttivo dal 2021. Ha collaborato con la Pinacoteca Nazionale di Bologna, il MAMbo e ha partecipato al progetto internazionale ADM - Art Market Dictionary. È impegnata nella realizzazione dell’Archivio digitale Roberto Daolio.

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