Trenodia: abbiamo assassinato il clima

di Niki Pancaldi

Non esiste più la mezza stagione. Al funerale al quale stiamo per partecipare non si sa cosa indossare. Lungi dall’essere al centro del teatro sociale dell’inumazione il morto tende a sogghignare senza scusarsi nemmeno minimamente per la vendetta intrinseca alla sua stessa dipartita. Perché il rintocco della campana funeraria, questa volta, non è frutto del caso, del semplice scorrere del tempo o della sfortuna. Questa volta si tratta di un delitto. Un delitto premeditato, riconosciuto e perpetrato dagli stessi invitati al funerale.
Abbiamo ucciso il clima.
Certo, era quantomeno impensabile che potesse accadere una cosa del genere. A qualunque razza intelligente dell’universo sarebbe venuto in mente di produrre all’infinito, creando artificialmente il bisogno stesso di ciò venisse prodotto, sfruttando tutto lo sfruttabile con lo sguardo al futuro di una talpa appena sveglia, in un sistema chiuso come il nostro pianeta. Era talmente impensabile che potesse succedere qualche macello all’ecosistema globale che metà dei viventi di questa presunta razza senziente continua tranquillamente a non credere nemmeno ai propri occhi, alle proprie orecchie ed ai propri ombrelli.
Secondo uno studio del Breakthrough National Centre for Climate Restoration — un centro di ricerca e innovazione a Melbourne, in Australia, il problemino che spesso viene posto all’attenzione del mondo non è così lontano e fondamentalmente innocuo come spesso ci viene proposto.
Gli australiani hanno posto la metà del secolo come presunto punto di non ritorno, vale a dire una trentina di anni. Anni, non secoli o millenni.

Michelangelo Buonarroti, Diluvio universale, dettaglio cappella Sistina.

Evidentemente siamo tutti molto, ma molto, presi dalle nostre terrene cosine per alzare lo sguardo al cielo. Corriamo ogni giorno come formiche impazzite avanti ed indietro, maltrattandoci l’un l’altro, faticando per il gusto di farlo (mai visto un animale faticare tutto il giorno per produrre qualcosa che non fosse fondamentale per la
sopravvivenza), per produrre in tutta fretta qualcosa che fondamentalmente diventerà un problema di smaltimento nel breve periodo.
Chi scrive lavora nel ramo grafico del packaging industriale. Chi scrive produce pattume futuro. Ed è impensabile la quantità di esseri viventi che ogni giorno corre come una mandria di lemmings avanti ed indietro per produrre questo pattume.
Ed è solo un ramo di un solo tipo di produzione. Questo albero della distruzione programmata ha migliaia di rami che si aprono in migliaia di rametti più piccoli, ed ognuno vomita incessantemente materia mal trasformata sul pianeta da cui ha raccolto le risorse per produrla.
Da qualche lustro ormai una domanda incessante mi frulla per il cervello: “ma quando avremo asfaltato l’ultimo centimetro di sasso sull’ultima scogliera della terra… di preciso, dopo…cosa faremo?”
Nessuno mi ha mai dato una risposta esaustiva.
Questo omicidio dell’equilibrio biologico della terra è, da un certo punto di vista, l’azione più stupida e comica che possa essere intrapresa da una razza di creature. Tutti lo sanno. A tutti non torna. Ma da sempre.
Eppure quando devi pagare le bollette vai a produrre pattume, e le domande sulla globale convivenza con la nostra stessa imbecillità finiscono li.

Ormai gli scienziati hanno già detto che non ce la possiamo fare. Il surriscaldamento globale è in atto.
Si, sappiamo tutti che c’è chi protesta perché è impossibile che la terra si stia surriscaldando quando a Maggio si sta ancora appallottolati sotto il piumone….
Sarebbe ridondante ripetere anche in questa sede che il surriscaldamento porta ad un disequilibrio del clima al quale siamo abituati, quindi ogni singolo fenomeno finisce per acuirsi. La pioggia diventa bomba d’acqua, il caldo diventa forno per le pizze e la neve diventa tormenta polare artica. Inoltre i cambi sono molto più repentini.
Così il Martedì stai sotto il piumone in posizione fetale ed il Mercoledì sei a gambe
aperte sul letto in mutande. Sudato.
È successo anche a voi, di recente. Ma va tutto bene per carità, finché ci sono ordini da evadere e bolle da compilare a noi che ci frega di avere aria da respirare ed acqua da bere??!
Tengo a precisare di non essere un eroe. Io ho le mani insanguinate quanto tutti gli altri. Le mie stesse passioni personali involvono produzione di pattume plastico a non finire.
E sono conscio del problema. Tutti fanno spallucce perché il sistema che ci controlla è blindato. Non c’è una via alternativa (anche se è stata più volta cercata) per sopravvivere ad un sistema globale che protegge se stesso. L’economia è stata impostata più di duecento anni fa durante la rivoluzione industriale e si è trovata subito benissimo con gli umani.
Una volta convinti tutti che il denaro avesse realmente un valore ci siamo automaticamente convinti che quei pezzi di carta filigranata faranno sgorgare acqua dalle rocce al solo tocco, ci faranno respirare aria nello spazio, ci sfameranno in un deserto pietroso. Perché la carta filigranata può tutto.
Non sappiamo se sia stato un Dio a creare il nostro pianeta e le creature che lo popolano, ma di certo abbiamo inventato noi il Dio che è stato in grado di comprarlo.
Dopotutto finché questa simpatica giostra di schiavismo accondiscendente portava solo a schizofrenie sociali e disgiunzioni sinaptiche personali, la cosa ci sembra più accettabile.
Fare una vita pessima per avere delle confezioni meglio decorate per i maccheroni sembrava una scelta vincente.
Ma se tutto il sistema portasse veramente nel breve periodo (ed intendo nell’arco della
vita di un uomo) ad uno sconvolgimento tale da non farci più riconoscere il nostro stesso pianeta, ne sarebbe DAVVERO valsa la pena?

Rinoceronte (1515) di Albrecht Dürer, British Museum

Inutile elencare la quantità di specie animali ormai totalmente estinte negli ultimi secoli grazie alla nostra oculata gestione della casa spaziale che abitiamo. Siamo una razza che paga corni di rinoceronte a peso d’oro perché è convinta che possiedano proprietà magico-miracolose in grado di donare superpoteri.
Il corno di rinoceronte. Che è un pelo. Non è nemmeno osso, o avorio. È fatto di cheratina.
Quella dei peli che avete anche voi. Potete anche mangiarvi le unghie… è cheratina anche quella.
Ma forse è meglio impallinare un rinoceronte. Ce ne sono tanti.

La risorsa abbondante crea nell’umano medio un effetto di cecità improvvisa nei confronti del lungo termine. È congenito. Tanto è vero che se metà degli scienziati che si occupano del problema sta urlando, invano, di darsi una mossa in fretta per non perdere l’abitabilità del pianeta, l’altra metà semplicemente cerca un modo per colonizzare qualche altro mondo. Forse siamo così spaventati dagli ipotetici invasori alieni che potrebbero calare sul nostro pianeta per saccheggiarne le risorse perché, senza mai confessarcelo, sappiamo benissimo di essere noi le prime cavallette galattiche. Ci aspettiamo da chiunque esattamente quello che faremmo noi. Di fronte a tanta illuminante genialità si perde qualunque voglia di ricordare che la cilindrata dell’automobile che comprerete non ha alcuna correlazione con la vostra potenza sessuale.
Si perde la voglia di confrontarsi con tutto, perché questo problema non sarà mai risolto e ci autodistruggeremo con gli occhi sgranati dallo stupore, perché è il tutto che abbiamo messo in piedi quello che ci sbatterà a terra. È sistemico, non è un problema isolato.
Il clima se n’è andato.
Ha fatto tutto il possibile per migliaia e migliaia di anni per non metterci troppo i bastoni tra le ruote, poverello.
Dall’ultima glaciazione se ne stava buono buono con i suoi bei cicli prevedibili.
Era noiosamente affidabile. E a noi questo non piaceva.
Non siamo una razza che trae piacere dall’osservare le belle cose. Dobbiamo smontarle per vedere come sono fatte, capire che non saremo mai più capaci di rimetterle come erano e poi ci facciamo tutti un bel pianto collettivo su quanto siano ingiusti la vita, l’universo, gli Dei, il superenalotto.
Lui, il morto se la ride. E io so perché.
Un po’ me la rido con lui, perché la mia paura della morte è assai scarsa e perché so una cosa che la maggior parte degli umani non vuole nemmeno provare ad ipotizzare.

Mappa dell’antartide del 1912 di A. Petermann, H. Habenicht, C. Böhmer.

Non siamo speciali. La vita è sopravvissuta sul pianeta ad almeno cinque estinzioni di massa. Ha rimesso radici su oceani acidi, gas velenosi, tempeste cosmiche, effetti serra, congelamenti totali ed oscuramenti solari. La vita ce la farà comunque, siamo NOI che non ce la faremo. Noi saremo solo uno dei tanti esperimenti biologici giunti ad una conclusione. Avremo lo stesso peso che hanno in questo preciso momento della storia i tirannosauri.
E se sembra un pensiero cinico o disfattista, non me ne scuso. Perché se mai avessimo affrontato la nostra esistenza su questo pianeta con questo livello di umiltà, forse, non saremmo a questo punto.
Forse avremmo anche avuto il sospetto di essere parte di un “tutto” e non che fosse “tutto” a nostra disposizione.
Che il morto con l’ombrello e gli occhiali da sole che ora sta nella cassa di legno non era qualcosa di dovuto ed indistruttibile.
Era un delicato, invisibile, fondamentale elemento della nostra vita. Al funerale piove col sole e fa un freddo gelato. Il morto sogghigna.

Ci sarà presto un cambio di ruolo tra il protagonista di questo funerale e gli ospiti che lo piangono.

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