Alfabeti visuali al Mast

Tra fotografia documentaristica e arte concettuale, la nuova mostra del Mast, inaugurata lo scorso 10 febbraio e recentemente prorogata fino ad agosto, attinge alla copiosa collezione della Fondazione (circa seimila tra immagini e video) e racconta lo sviluppo tecnologico legato al mondo produttivo.

Invece di seguire un criterio geografico o cronologico, la mostra – attraverso cinquecento opere organizzate in 53 sezioni – sceglie quello alfabetico, creando un mondo di suggestioni evocato da parole. Un alfabeto visivo, appunto, come riporta il titolo stesso della rassegna, The Mast Collection. A visual alphabet of Industry, Work and Technology in cui a ogni lettera corrispondono uno o più termini che riportano al mondo del lavoro meccanico e tecnologico. Introiettata nelle varie epoche, la tecnologia mostra il suo impatto nelle diverse culture.

Simulatore spaziale, 2003 @ Thomas Demand, courtesy of the artist

Nel percorso espositivo si snoda una memoria visiva che va dagli anni Ottanta del XIX secolo ai giorni nostri e attraversa tutti i continenti, mostrandoci quante facce può avere il progresso. È possibile vederne il lato più propagandistico, come la costruzione del ponte di Forth di John Patrick, la locomotiva di James Mudd o i bulloni lucidi come gioielli di Margaret Bourke-White e di Anton Stankowski; celebrativo, come le svettanti torri delle acciaierie americane Armco di Edward Weston, che nelle pagine della celebre rivista Camera Work diffonde l’idea che l’obiettivo fotografico ha come unico scopo rendere evidente la realtà all’occhio umano. Sono gli anni Venti del Novecento, in cui la fotografia esce dalle gabbie del pittorialismo del secolo precedente e acquisisce un valore in sé come mezzo documentario, fornendo un apporto oggettivo alla rappresentazione della realtà. Ma la rappresentazione del progresso può anche essere altro: la fotografia documentaristica di Robert Doisneau può rivelare il lato giocoso della catena di montaggio e la rayografia di Man Ray è una apparizione fatata dell’arrivo dell’elettricità nelle case, e ancora è un realismo magico quello che si respira nel coloratissimo interno della Dalmine di Carlo Valsecchi.  

Come rivela il curatore della mostra Urs Stahler «gran parte di ciò che pensiamo di vedere in una stampa rappresenta in realtà una nostra proiezione» e sono moltissime e variegate le proiezioni dell’impatto del mondo del lavoro indagate nel percorso espositivo. C’è il racconto dello sviluppo dei sobborghi urbani nelle tante e differenti rappresentazioni di nuovi skyline che si snodano dietro il ritratto delle città, come nella Bilbao di Harry Gruyaert e nella Sihl di Hans Peter Klauser. C’è anche la nostra Italia, dove Mimmo Jodice nel ritrarre un tenero bimbo nel suo passeggino ci regala una vista su Napoli dove la città scompare dietro ai fumi della ferrovia. 

Addetta alla fonderia (Natalie Perry), 2013 @Brian Griffin, courtesy of the artist

Il lavoro è anche lotta sindacale, ce lo ricordano le bellissime immagini di Giancarlo Scalfati e Paola Agosti, che ci regala anche bellissime immagini del lavoro femminile in fabbrica mentre Dan Nelken ci racconta il lavoro delle donne africane nelle cave. 

In un racconto lungo più di un secolo, tante sono le tecniche, le ragioni e gli obiettivi perseguiti dalle artiste e gli artisti in mostra – tra celeberrimi ed emergenti – e, ancora una volta, la Fondazione Mast ci ricorda che in fotografia autenticità corrisponde ad autorevolezza e questi racconti per immagini del nostro passato, tra sviluppo urbano, lavoro sommerso e lotte sindacali, e del nostro presente sempre più fluido e complesso, aiutano a immaginare il nostro futuro. 

Info su https://www.mast.org/ 

 

Immagine in evidenza The Heavens, Annual Report, 2013 @Paolo Woods, Gabriele Galimberti, courtesy of the artists

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