Alla scoperta della Certosa di Bologna, museo di scultura

Il cimitero della Certosa di Bologna, fondato nel 1801, è uno dei migliori ‘musei’ di scultura in Italia. Da alcuni mesi il Circolo CUBo propone delle visite alla scoperta del suo patrimonio, a partire dalla ricca presenza di arte Liberty. Molti studiosi d’arte sono d’accordo su un punto (e già questa sarebbe una notizia): se oggi conosciamo e apprezziamo poco la scultura dell’Ottocento è perché non frequentiamo abbastanza i campisanti. Senza bisogno di raggiungere certose illustri come quelle di Milano e di Pavia, chi abita in Emilia-Romagna può farsi un’idea dello splendore artistico di questi luoghi visitando la Certosa di Bologna. 

Il cimitero bolognese è una rassegna pressoché completa degli stili con cui la scultura si è presentata nel diciannovesimo secolo, dal Neoclassicismo al Liberty, e forse è proprio con quest’ultima etichetta che la cultura popolare ha identificato a lungo l’arte funeraria: le sue linee sempre mosse e ondulatorie, in effetti, si prestano bene a rappresentare le trasformazioni e le resurrezioni, per quanto in molti, tra artisti e osservatori, le abbiano intese solo come languori. Uno dei migliori interpreti del Liberty bolognese è Pasquale Rizzoli (1871-1953), nato e vissuto sempre a Bologna. È qui, e nello specifico in Certosa, che Rizzoli si sintonizza sullo stile Liberty, seguendo l’esempio di uno dei più grandi interpreti di questo gusto.

P. Rizzoli, Stele Alvisi, 1920 (particolare), Certosa di Bologna, Campo Nuovo, © Museo del Risorgimento di Bologna

Parlo di Leonardo Bistolfi, casalese, più anziano di Rizzoli di una decina d’anni, attualmente di fama scarsa, ma inversamente proporzionale alla statura artistica. Rizzoli sembra sbirciare da Bistolfi due soluzioni.

La prima è il cosiddetto stiacciato, accorgimento tecnico con cui Donatello e altri scultori rinascimentali davano a un rilievo minimo la parvenza di assumere vaste profondità, in modo simile a quanto Masaccio e altri stavano sperimentando in pittura. In Bistolfi, però, lo stiacciato ritorna senza nessuna funzione prospettica e viene usato per infoltire al massimo le linee sinuose delle scene, così che i rilievi mostrino sempre una fitta e preziosa ramificazione di ritmi tra l’umano e il vegetale.

Passeggiando per la Certosa si trovano esempi di stiacciato anche in Rizzoli, come la Stele Alvisi (1920) in Campo Nuovo: la figura femminile, simbolo della “luce perpetua”, soffia sulla mano destra alimentando la fiaccola della speranza, fiaccola che ha lo stesso rilievo lineare dei suoi capelli. La giovane donna, tra l’altro, è un ritratto piuttosto fedele della figlia di Rizzoli, che qui gli fa da modella.

P. Rizzoli, Monumento ai Caduti dell’8 agosto 1848 (Il Popolano) 1903, foto dell’inaugurazione del 1903, Fondo Poppi, Collezioni d’Arte e di Storia della Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna, © Collezioni d’Arte e di Storia della Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna

L’altra soluzione stilistica che Rizzoli trova in Bistolfi è una disponibilità a far dialogare gli aspetti più finiti delle sue sculture con dei blocchi di materia grezza o non finita. Il Liberty, nei suoi momenti migliori, assume i caratteri misteriosi del Simbolismo, per i quali le figure umane non sono che propagazioni di energia, sempre soggette a scambi e metamorfosi con gli elementi della natura. Bistolfi rende queste circolazioni energetiche dando l’impressione di immergere o far riemergere le sue figure nel marmo grezzo, o tramite la sensazione che fluiscano le une nell’altro. 

Rizzoli adotta spesso soluzioni simili, ma le intende in un senso personale. Se percorriamo la Galleria del Chiostro VI verso Ovest vediamo di fronte a noi una specie di tempietto classico con un interno tutto marezzato in azzurro. È la Cella Magnani (1906), l’opera monumentale più bella di tutta la produzione di Rizzoli, persino più del noto ‘Popolano’ di Piazza dell’VIII agosto 1848 realizzato a inizio carriera. Nella Cella Magnani Rizzoli unisce in un blocco in bronzo le figure dell’Angelo e dell’Anima, che salgono insieme verso un’apertura nascosta allo spettatore e capace di far piovere una luce celestiale sul gruppo e sul mosaico azzurrino. Sul basamento si riconosce un prato con rose e gigli, la cui massa terrosa si trasforma, secondo l’insegnamento bistolfiano, in un tuffo di materia che sorregge i due personaggi o addirittura si trasforma in essi. Ma il sorprendente senso di volo elicoidale impresso a questo elegante composto è tutto di Rizzoli.

P. Rizzoli, Cella Magnani, 1906 (particolare), Certosa di Bologna Galleria del Chiostro VI, © Museo Risorgimento Bologna

L’itinerario rizzoliano in Certosa è davvero ricco e merita più di una passeggiata, approfittando del repertorio completo delle opere che si trova sul sito di Storia e Memoria di Bologna e magari dell’aria appena un po’ fresca che chiostri e gallerie possono regalarci in questa estate rovente.

Credits:

Foto copertina L. Bistolfi, Monumento a Giosue Carducci, gruppo del Sauro destrier, 1908-1928, Bologna, Piazza Carducci, © Museo Risorgimento Bologna

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