Analfabeti sonori, un saggio di Carlo Boccadoro

di Francesca Montuschi

 

La logica dello streaming produce un pubblico “educato” al consumo della musica “biodegradabile”, ad un ascolto che non prevede “utilizzo del cervello”, quasi fosse la musica una sorta di oppiaceo praticato da “dispensatori di borotalco sonoro”, anestetizzandoci al “valore” vero della musica e forse potremo dire anche delle cose…

Carlo Boccadoro, compositore e direttore d’orchestra, dal 2017 anche Direttore artistico della stagione dei concerti della Scuola Normale Superiore di Pisa, ha recentemente pubblicato – per la collana “Vele” di Einaudi – un agile saggio dove si interroga (e ci interroga) sull’impatto per il mondo della musica classica e operistica delle nuove tecnologie. Come si può evitare che queste ultime finiscano per soffocare la creatività degli autori, riducendo al tempo stesso gli ascoltatori all’analfabetismo? È indubbio che l’avvento di Internet abbia cambiato radicalmente il modo di pensare la musica, sia per chi l’ascolta sia per chi la scrive. Il divario che esiste tra chi oggi studia composizione e chi iniziò a farlo anche solo trent’anni fa è abissale. Ai nostri giorni la gran parte degli studenti, ha accesso istantaneo a tutto quello che viene prodotto nel mondo, spesso trasmesso in diretta streaming. Migliaia di partiture sono disponibili gratuitamente online. Grazie a piattaforme quali YouTube, Apple Music e Spotify è possibile fruire di concerti e registrazioni che un tempo sarebbero state inaccessibili. Questo vale non solo per la musica contemporanea: i ragazzi oggi hanno a disposizione tutto lo scibile musicale del mondo, oltre alla possibilità di mescolare continuamente generi musicali diversi che fino a qualche tempo fa occupavano spazi d’ascolto diversi. Di fronte a questa libertà assoluta di stimoli e di prospettive le capacità di analisi e di discernimento del compositore devono fortemente potenziarsi: la disponibilità pressoché illimitata di suoni tende infatti a rendere il lavoro di scrittura musicale molto più complesso che nel passato.

I servizi delle piattaforme già citate, dove i pre-ascolti di brani musicali hanno la durata massima di un minuto e mezzo e quotidianamente compaiono nuove collezioni di playlist, sono tarati sulle esigenze (vere o presunte tali) di un pubblico che consuma abitualmente musica pop e canzoni della durata massima di quattro o cinque minuti. L’ascolto è tipicamente frammentato, in modo da poter passare da un genere all’altro con grande velocità. In definitiva l’attenzione di chi ascolta non è mai sollecitata troppo a lungo, in un percorso di ricerca spesso esasperata di nuovi stimoli. Queste piattaforme presentano anche contenuti riferibili al contesto della musica classica e operistica, ma secondo Boccadoro in esse “[…] si triturano svariati secoli di pensiero musicale per farne una marmellata uniforme dove le differenze stilistiche e qualitative tra gli autori vengono azzerate in nome di una fruizione che definire superficiale è un eufemismo”. Di conseguenza “[…] il rischio di questo consumo rapido e indifferenziato di musica è quello di provocare in molte persone un vero e proprio analfabetismo sonoro di ritorno rispetto alle capacità di seguire strutture musicali che richiedano un tempo significativo per esistere”.

La maggior complessità di contenuto della musica classica e operistica fa parte del suo intrinseco Dna, quindi non può esserne considerata un punto debole. Sminuirne la portata, in nome della necessità di un adeguamento agli attuali canoni della produzione e del consumo, significa automaticamente sottoporla ad un inutile e dannoso processo di decremento semantico. Come ribadisce l’Autore “[…] la musica classica è sempre disponibile per tutti coloro che siano disposti a scuotersi di dosso la pigrizia mentale che impedisce di andare oltre i luoghi comuni, per aprirsi a esperienze d’ascolto diverse da quelle consuete: chiaramente bisogna dedicarle tempo e attenzione. Si deve essere disposti a capirne i codici, altrimenti non c’è nulla da fare”.

Ciononostante Boccadoro non si accoda a quanti vanno formulando ipotesi di facile catastrofismo, ad esempio affermando che il futuro si muoverà esclusivamente lungo binari fatti di sinossi, playlist e compilation, con una lenta desertificazione tecnologica dei nostri cervelli che progressivamente ridurrà la nostra capacità di concentrazione. Riconosce tuttavia che qualcosa sia scattato nelle nostre menti con l’avvento del mondo multitasking: il dover dedicare attenzione contemporaneamente a tanti stimoli tende infatti fatalmente a sottrarre priorità a quelle forme di fruizione che continuano invece a richiederci una partecipazione attiva, completa, senza distrazioni. Il fatto che negli ultimi anni i dati di fonte Siae certifichino un notevole incremento degli incassi degli spettacoli di musica lirica e teatrali, in particolare tra gli spettatori più giovani, induce l’Autore a manifestare – alla fine del suo saggio – un cauto ottimismo sulle prospettive future. Boccadoro esprime infatti l’auspicio che “[…] la musica classica possa continuare a vivere nel presente per un tempo ragionevole proponendo idee alternative rispetto al mainstream commerciale, senza ridursi a una riserva indiana ma anzi raggiungendo fasce di persone a cui finora è stata preclusa. […]

Carlo Boccadoro, Analfabeti sonori, Giulio Einaudi editore, Torino, 2019, pp. 96.

 

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