Antigone nella città a Santa Cristina: l’approfondimento su Angela Maria Lucchi.

Notte, nebbia ed emulsione

di Elena Minissale

Sono stati cinque gli incontri al chiostro di Santa Cristina, sede del dipartimento di Arti Visive dell’Università di Bologna. Cinque lunedì, cinque incontri: come mi ha fatto notare Gianluca Guidotti, responsabile insieme a Enrica Sangiovanni della rassegna Antigonellacittà, questo è stato uno straordinario mese di luglio che mai più rivedremo perché pare che capiti una volta ogni 800 anni di imbattersi in cinque lunedì. I due di ArchivioZeta hanno organizzato questo progetto di attraversamenti, incontri e dialoghi in collaborazione con la Biblioteca delle Donne, l’associazione Orlando, la fondazione Zeri e con Arti Visive UniBo in un luogo ameno alla conversazione e alla riflessione. Sin dall’antichità infatti, sottolinea Gianluca, i portici sono un luogo di incontro per i filosofi e per la riflessione condivisa.

Tratto da: The Arrow of Time, Notes from a Russian Journey  1989-1990.  Ed. Humboldt Books, 2017.

Il personaggio di riferimento di ArchivioZeta è Antigone. Il motivo, mi spiega Enrica, è molto semplice: fin da .quando il mito ce l’ha consegnata, Antigone è una donna che si oppone al potere e che trova vie alternative per condurre il proprio pensiero. Questa opposizione spesso si paga cara: con l’isolamento, l’emarginazione, la morte. Sono quindici anni di creazione artistica per ArchivioZeta al Cimitero Militare Germanico del Passo della Futa e quest’anno, dal 7 luglio al 19 agosto 2018, va in scena “Antigone” di Sofocle. L’Antigone che portano al chiostro di Santa Cristina Gianluca ed Enrica, non è solo l’Antigone del testo di Sofocle, è Antigone nacht und nebel (notte e nebbia). Un’Antigone che spazia nella contemporaneità e che si pone il problema dell'”insepoltura” dell’oggi: significa Mediterraneo, significa che la terra ferma oggi è terra di contaminazione, che la peste dilaga e il mito ci e si racconta ancora deflagrando con l’oggi. I due curatori della rassegna sottolineano la volontà di rendere omaggio alla Biblioteca delle Donne dove nel 1998 Raffaella Lamberti scrisse insieme alle femministe Antigone nella città. Questo saggio, spiega Gianluca, è un saggio fondativo di un certo modo di pensare la femminilità e il femminismo dentro la città.

Il primo incontro è stato dedicato alla fotografia, all’atto della donna che si fotografa e che non è più fotografata dall’uomo. È stata invitata la fotografa milanese Paola Mattioli e insieme a lei era presente Federica Muzzarelli, grande storica della fotografia. Il secondo incontro aveva come tema centrale l’anarchica Louis Michelle, introdotta e tradotta da una poetessa disubbidiente: Anna Maria Farabbi. Il terzo dialogo ha avuto luogo con Antigone delle città, il progetto civile e teatrale di Bruno Tognolini, Marco Baliani, Maria Maglietta e Massimo Marino che nel 1991 prese a tema la grande strage di Bologna come incarnazione della figura di Antigone. L’impunità dei mandanti di quella strage fu la ragione della loro presa di coscienza e la volontà successiva di coinvolgere tutta la città di Bologna. Il quarto incontro è quello su cui mi soffermerò per difetto di forma e di presenza. È l’incontro a cui ho partecipato e il settore di riferimento è quello che mi sta più a cuore: l’immagine mobile. Inoltre, credo sia doveroso sottolineare e ricordare il passaggio di Angela Ricci Lucchi nella storia dell’arte e del cinema, soprattutto perché non lo si è fatto abbastanza prima che morisse. Ultimo incontro, ultimo lunedì di luglio con una lettura ad alta voce di frammenti del Diario di Anna Frank, a cura di Lorenzo Pavolini e per voce di Daria Deflorian. Per la prima volta, dopo la lettura integrale del 2017 per il programma Radiotre Ad alta voce, Daria leggerà in pubblico questo fondamentale testo di resistenza.

Lunedì 23 luglio 2018 le cicale cantavano come hanno fatto indefessamente ogni giorno di questo tropicale mese di luglio.

La voce di Gianluca Guidotti scandisce l’atmosfera dell’incontro, aprendo con voce ferma la lettura di una delle pagine di The Arrow of Time – Notes from Russian Journey 1989 – 1990, il libro di Angela Ricci Lucchi e Yervant Gianikian curato da Eva Fabbris ed edito da Humboldt Books di Giovanna Silva:

“Cosa stanno architettando un uomo e una donna in una stanza? L’uomo fa scorrere lentamente tra le mani una vecchia pellicola, al suo fianco una lente di ingrandimento, una penna e un quaderno. Gesti rallentati, dolcezza del tocco, armonia dei gesti. Uno per volta segue con lo sguardo i fotogrammi, ne annota il contenuto, parte dai bordi, dal centro, da una traccia sull’emulsione? Eccolo seguire rigature intermittenti a pioggia oppure righe continue come i binari del tram, eccolo ingrandire un dettaglio sul fondo del piano. È da quel punto che si distende il rapporto con il resto del fotogramma? La lente si sposta di qualche grado avanza e arretra come uno zoom manuale…”

L’uomo e la donna nella stanza sono Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, una coppia straordinaria che ha fuso in un unico flusso armonioso vita privata e vita professionale. Angela e Yervant si conoscono nel 1974, il giorno di Capodanno. Da quel momento scocca la scintilla dell’amore e pochi mesi dopo, i due andranno a vivere insieme a Milano, nell’appartamento dove Yervant vive ancora oggi dopo la recente scomparsa della sua compagna di vita. Yervant e Angela rifiniscono e risignificano insieme le pellicole originali di eventi estremamente violenti che hanno caratterizzato il Novecento. Vivere insieme e produrre delle cose insieme è stato per Angela e Yervant un processo naturale.

Tratto da: The Arrow of Time. Notes from a Russian Journey 1989-1990. Ed. Humboldt Books, 2017.

Rinaldo Censi, che si occupa di cinema da molti anni, segue la coppia di filmaker da vent’anni. Censi apre l’incontro introducendo Angela e Yervant come artisti visivi. Inizialmente, infatti, i due erano meno vicini al cinema. Si incontrano e cominciano a girare delle cose insieme, primo tra tutti un film sui “pilastrini”, cioè sui piccoli altari dedicati alla Madonna disseminati nella campagna romagnola.

Ad un certo punto Angela Ricci Lucchi e Yervant Gianikian compiono un gesto più radicale. Cessano di filmare direttamente gli oggetti e cominciano a filmare oggetti contenuti all’interno di pellicole o corpi di uomini contenuti all’interno delle pellicole. Trovano materiali d’archivio che all’epoca nessuna cineteca considerava, materiali in formato ridotto (anche in 9,5 mm, formato totalmente desueto). Per filmare le pellicole consultate, inventano uno strumento che chiamano Camera Analitica. Rinaldo Censi prova a descrivere lo strumento che somiglia a un ingranditore, ma dichiara poi che nessuno dei presenti lo ha visto con i propri occhi, Angela e Yervant non volevano assolutamente mostrare il loro lavoro. Censi: “La cosa che mi ha sempre molto colpito era il loro stare sempre molto isolati, quasi il loro lavoro fosse una cosa segreta da carbonari; lavoravano in una stanza separata dal resto degli ambienti casalinghi”.

Il loro lavoro vero e proprio ha inizio con pellicole antiche degli anni 10, 20 e 30; pellicole infiammabili, al nitrato. Questo antico supporto puzza, ha un odore acre e ogni pellicola rischia di infettarsi stando a contatto con le altre. Sembrano avere un carattere pestilenziale sia fisico che semantico. Angela e Yervant guardano a mano con una lente, fotogramma per fotogramma e lì comincia il lavoro. Il passo successivo è comprendere questi materiali e sviarli, mettendo a nudo qualcosa di diverso che era all’interno di questi film, nascosto. Dare un senso nuovo e diverso a film di propaganda e celebranti violenza filmandoli, è la storia della vita di Angela e Yervant.

Secondo Censi il loro è un lavoro cruciale con cui, chiunque volesse occuparsi delle violenze del secolo scorso, dover fare i conti. Nelle loro pellicole raramente appaiono figure eclatanti come Benito Mussolini, piuttosto si soffermano su figure anonime, gente del tutto sconosciuta, persone che probabilmente hanno vissuto senza essere ricordate se non in questi film. Ad esempio i soldati che vengono filmati da Luca Comerio sull’Adamello e che Yervant e Angela hanno rifilmato con uno sguardo nuovo, contemporaneo.

Rifotografare fotogramma per fotogramma le pellicole è uno sforzo disumano. Censi spiega che ogni fotogramma viene fotografato più volte perché la pellicola che si vede nei film scorre rallentata. Si tratta quindi di un lavoro di strategie numeriche dei fotogrammi atte a rendere il movimento più lento. Il numero di fotogrammi rifilmati è spropositato. L’aspetto più affascinante è l’intento di penetrare nel fotogramma originale e coglierne un dettaglio e farlo diventare il punto saliente, il centro del senso per ribaltare completamente la lettura dell’inquadratura del film originale.

Nel loro appartamento a Milano c’è il tavolo di montaggio appartenuto a Luca Comerio, nella stessa stanza dove si trova la Camera Analitica. Per loro il lavoro non è una dimensione distinta dalla vita quotidiana. Il rapporto con i materiali della loro pratica è quindi segnato da una grande intimità, si tratta di un rapporto fisico. Soprattutto Yervant parla dell’odore delle pellicole che non fa scorrere sulla moviola perché troppo fragili. Preferisce tenerle in mano o passarle nella stampatrice ottica che viene continuamente riadattata in base alle esigenze dei progetti di lavoro. Un breve corto richiede mesi di lavoro, un lungo anni e anni. Il lavoro di Angela e Yervant è una specie di vivisezione. Annotano tutto quello che c’è in ogni fotogramma e poi rifotografano e rifilmano: un atteggiamento analogo ad alcune osservazioni di Walter Benjamin. Il loro approccio è mimetico rispetto alle idee benjaminiane sull’apprendere un testo ricopiando il testo stesso. Non si impara un libro fino a che non lo si ricopia.

Tratto da: The Arrow of Time. Notes from a Russian Journey 1989-1990. Ed. Humboldt Books, 2017.

Eva Fabbris, curatrice del libro, si sofferma sui diari di Angela, sottolineando che appartengono a entrambi. Il libro per lo più consiste in estratti di pagine dei loro taccuini. Fabbris: “La selezione che abbiamo fatto è composta da 180 pagine di riproduzione in anastatica che permettono al lettore di avere esperienza diretta di qualcosa che altrimenti è stato molto privato”.

Angela è disegnatrice si forma come artista con Oskar Kokoschka. Ha una mano molto veloce con l’acquarello che le servirà per registrare e mediare gli eventi di vita sui taccuini che redige sia scrivendo, che disegnando per tutta la loro vita. Come nasce il libro? Nel 2014 Corinne Diserens invita la coppia a tenere una retrospettiva alla Cinemateque Royal di Bruxelles e loro accettano ma desiderano che venga fatto un libro. Corinne Diserens accetta ed Eva Fabbris viene coinvolta. Durante la rassegna si parlava del libro ma non se ne fece nulla. La vera e propria gestazione dell’opera avviene tra il 2015 e il 2017, quando viene coinvolta anche Giovanna Silva.

Passando il tempo con loro in cucina e nel salotto, Eva e Giovanna si rendono conto che Angela e Yervant stavano lavorando su alcuni materiali da vent’anni, senza riuscire a risolverli. Si trattava dei viaggi in Russia fatti alla fine negli anni 80 sulle tracce di ciò che rimaneva della grande stagione dell’avanguardia cinematografica, letteraria e artistica dopo il passaggio del regime stalinista. Si trattava di un viaggio alla scoperta di chi era rimasto, come era sopravvissuto, cosa era riuscito a produrre e come era la vita di chi era ancora desideroso di trasmettere i rimasugli delle istanze poetiche elaborate nell’epoca avanguardista. Il materiale era fin troppo e ne facevano parte anche i diari di Angela con gli incontri che avevano fatto in quel percorso e infiniti dettagli anche culinari che servivano loro da guida per rivedere il materiale girato. Eva Fabbris, commossa, descrive un momento importante riportato sui taccuini rievocando così il racconto di come una famiglia russa salutò Yervant e Angela prima della partenza con un rituale antichissimo: un secchio d’acqua veniva svuotato lungo le scale per far si che l’acqua accompagnasse il viaggio di ritorno degli visitatori.

Tratto da:  The Arrow of Time. Notes from a Russian Journey 1989-1990. Ed. Humboldt Books, 2017.

Alla fine vengono scelti proprio i taccuini dei viaggi in Russia per il libro. Giovanna Silva, direttore editoriale di Humboldt Books che ha editato il libro, comincia la sua avventura con Yervant e Angela nel 2012. Si trovava in Etiopia per un lavoro sul colonialismo e i temi della coppia erano molto affini a quello di cui si stava occupando in quel momento. Fu presentata e introdotta a casa loro ma alla fine del libro non se ne fece più nulla. Dopo qualche anno però la cosa iniziò a prendere forma. Gli incontri avvenivano nell’appartamento di Milano ogni weekend ed erano presenti sempre cinque persone: Giovanna, Eva, Yervant, Angela e un pupazzetto a forma di maialino. Giovanna Silva: “Tutta la loro pratica artistica avviene attraverso i taccuini. All’inizio per me non era chiaro che la trascrizione dei taccuini fosse così fondamentale nel loro lavoro. Per me inizialmente era solo un’idea editoriale, ma non avevo ancora la controprova che si trattasse di uno strumento per descrivere al meglio il loro lavoro. Per arrivare ai taccuini però c’era bisogno di livelli di conoscenza altissimi perché loro erano una coppia molto riservata”.

Per arrivare ai taccuini ci sono state innumerevoli chiacchiere e innumerevoli tazze di tè e innumerevoli dolcetti. “Giunti ai taccuini ci siamo chiesti quali dei tanti?” Il libro doveva essere una campionatura dei loro lavori e avere una forma ben precisa ma non ancora chiara in principio. Alla fine la soluzione era la più semplice e sotto gli occhi di tutti: il libro sarebbe stato una copia dei taccuini. E sono i taccuini dei viaggi in Russia. Giovanna: “Dal punto di vista dell’oggetto libro, trattandosi di artisti, il design è importante da collegare al contenuto. Il colore nero della copertina è esattamente il colore della copertina dei taccuini di Angela”. Secondo Giovanna entrando veramente nella loro vita è possibile avere l’autentica chiave di lettura dei due artisti e in nessun altro modo altrimenti. Il loro lavoro è veramente la loro vita e questa verità si può comprendere solo stando con loro. Giovanna: “Casa loro è in una zona di Milano dove si trasferirono la comunità etiope ed eritrea e Yervant, quando citofoni, ti aspetta sempre alla porta. Noi avevamo le nostre pantofole all’ingresso dell’appartamento e ogni volta, all’arrivo, Yervant si interessa intimamente alla salute della persona e al suo stato di benessere. Per me la coppia Yervant e Angela è stata molto più -famiglia- di quanto lo siano stati i miei genitori”.

Alla fine dell’incontro è intervenuto il professore Renato Barilli, curatore di una mostra di Angela Ricci Lucchi a Ferrara, agli inizi della sua carriera, quando ancora non lavorava con Yervant. Barilli la conobbe quando ancora era un’artista visiva e stava studiando Wharol, ma aveva già accettato di avere con la realtà un rapporto mediato. Angela regalò infatti al professore una stereotipata rosa macroscopica nel plexiglass, elemento, quest’ultimo, di evidente mediazione.

Tratto da: “The Arrow of Time.Notes from a Russian Journey 1989-1990”. Ed. Humboldt Books, 2017.

Successivamente Barilli incontrò Yervant e Angela nel 1977, alla GAM, Galleria di Arte Moderna di Bologna (non più esistente perché il sindaco di allora decise di venderla). In quell’occasione il professore stava lavorando con Francesca Di Novi e Roberto Daolio a un catalogo: in una settimana riuscirono a vedere e “raccogliere” ben 52 performances alla GAM. Questo catalogo è stato recentemente riproposto dal Mambo, la nuova galleria d’arte moderna di Bologna.

Barilli: “Li incontrai là, alla GAM, ma poi li persi di vista. Questa coppia ebbe poi un successo internazionale talmente grande che noi fummo costretti a prenderne atto. Non siamo stati noi italiani ad agire a loro vantaggio ma gli altri. Noto infatti che anche questa sera non sono presenti né critici, né artisti bolognesi”. Dal 2011 il professore Barilli ricorda ogni anno noti performer che segnarono la storia dell’arte negli anni che furono. Mise Yervant e Angela all’ottavo posto di questa sua rassegna, ingiustamente afferma, in quanto sono artisti di enorme successo: hanno avuto da poco una personale all’Hangar Bicocca, spazio solitamente dedicato agli artisti internazionali, omaggio alla Biennale di Venezia, sono stati omaggiati dal MOMA, dalla Cinemateque di Parigi e tantissimi altri luoghi dell’arte eccellenti a livello sia scientifico che espositivo.

Barilli: “Esattamente un anno fa abbiamo fatto un incontro e li ho invitati alla mia rassegna e poi mi confermarono quell’autunno quando poi ci siamo avvicinati ai primi di febbraio per l’incontro in sala borsa, Yervant diceva che Angela aveva problemi di salute e che avevano difficoltà. Quando ci avvicinammo sempre piu a quell’incontro lui mi disse addirittura che angela si era aggravata e che doveva assisterla. Infine, a ridosso dell’evento, Yervant mi diede la negativa definitiva dicendo “non posso venire nemmeno io, Angela ha bisogno di me”. Io insistetti. Alla fine accettò un dialogo tra me e lui attraverso Skype e la cosa funzionò abbastanza bene. Pensavo che fosse esagerato, ma io non avevo capito la situazione sull’orlo della rovina di Angela e credevo che quella di Yervant fosse un’eccessiva premura per la compagna. Angela morì pochi giorni dopo”.

A quell’incontro il professore aveva tentato di portare Farinelli perché voleva mostrare l’altra faccia della medaglia: Farinelli è l’esatto contrapposto di quello che i nostri due hanno fatto nel loro lavoro. Loro andavano alla ricerca delle pellicole con l’obiettivo di degradarle ulteriormente, non per rimetterle a nuovo. Loro volevano che queste pellicole grondassero lacrime di sangue, il contrario che fa Farinelli. Prendere dei film famosi tirarli a lucido e metterli in piazza è una cosa molto facile, quello che facevano loro era molto più difficile e complesso.

Al momento Yervant sta lavorando a un film su Angela, un film su di loro, perché è impossibile separare Yervant da Angela. lavoravano contemporaneamente su altri materiali.

I due cineasti non sono facilmente “incasellabili”, sfuggono a qualunque “incasellamento”, sono inafferrabili. L’aspetto più impressionante oggi è l’amore di questo archivio che non è solo l’archivio del materiale del passato ma anche il loro archivio delle immagini che hanno filmato loro stessi in questi anni. Loro parlavano di sé in modo molto chiaro: “Noi cataloghiamo come viaggiamo e viaggiamo come cataloghiamo” (intervista rilasciata a Traffic).

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