Biennale, Il latte dei sogni

Abbiamo lasciato May you live in interesting time al 2019: una vita fa. Ora il riferimento a tempi ‘interessanti’ sembra quasi sarcastico ripensando a come tutto è cambiato dopo una pandemia mondiale e una guerra appena fuori porta. A tre anni di distanza, la Biennale di Venezia, una delle manifestazioni di arte contemporanea più rappresentative di tutto il panorama internazionale, torna con Il latte dei sogni – 59esima edizione, tra surrealismo e ipertecnologia, a cura di Cecilia Alemani.

Possiamo dirlo? finalmente una donna se consideriamo che la prima edizione risale al 1895 e fino ad ora tutti i curatori che si sono succeduti sono uomini. Classe 1977, Alemani nasce come curatrice indipendente, collabora con istituzioni tra cui la Tate Modern di Londra e il Moma Ps1 di New York e dal 2011 è la direttrice e capo curatrice di High Line Art, il programma di arte pubblica presentato dall’omonimo parco urbano sopraelevato newyorkese, costruito su una ferrovia. È evidente che le sfide per lei sono la quotidianità dato che questa edizione della Biennale è stata pensata e realizzata proprio in concomitanza con l’inizio della pandemia di Covid-19 che – com’è noto – ne ha costretto il posticipo di un anno: un evento che si era verificato soltanto durante i due conflitti mondiali. 

La curatrice non ha potuto vedere dal vivo molte delle opere in mostra né ha incontrato di persona la gran parte delle artiste e degli artisti inclusi. Il progetto però nasce e si sviluppa attraverso le numerose conversazioni intercorse con molti di loro, da cui, come racconta «sono emerse con insistenza molte domande che evocano non solo questo preciso momento storico in cui la sopravvivenza stessa dell’umanità è minacciata, ma riassumono anche molte altre questioni che hanno dominato le scienze, le arti e i miti del nostro tempo». 

Aperta al pubblico da sabato 23 aprile a domenica 27 novembre 2022, la 59esima Biennale presenta opere concepite appositamente per l’occasione in dialogo con lavori storici in gran parte appartenenti ad artiste delle avanguardie storiche tra cui Eileen Agar, Leonora Carrington, Claude Cahun, Leonor Fini, Ithell Colquhoun, Loïs Mailou Jones, Carol Rama, Augusta Savage, Dorothea Tanning e Remedios Varo.

Il titolo, così apparentemente rassicurante, è preso dall’omonimo libro di favole di Leonora Carrington, artista e scrittrice che Salvator Dalì definì «la più importante surrealista donna» attirando, ovviamente, le sue ire per quel “donna” decisamente indigesto (ma questa, si sa, è storia vecchia…) e che attraverso la sua lunga vita e carriera (nasce nel 1917 e muore nel 2011) descrive un mondo magico in continua trasformazione e reinvenzione, tra umano e post-umano, natura e tecnologia.

Le creature fantastiche dei libri e dei dipinti di Leonora Carrington accompagnano i visitatori dentro un viaggio immaginario attraverso le metamorfosi dei corpi e gli interrogativi su cosa è oggi l’umano. Una sorta di «re-incantesimo del mondo» per usare le parole della filosofa femminista Silvia Federici. Ciò che è messo in discussione, sostanzialmente, è la visione moderna e occidentale dell’essere umano, in particolare la presunta idea universale di un soggetto bianco e maschio a cui in questo viaggio tra costellazioni fantastiche si contrappongono via via esseri permeabili, ibridi e molteplici, come le creature inventate da Carrington. 

In questo viaggio tra natura e ipertecnologia non si può non riflettere sulle conseguenze sociali a cui ci sottopone la pressione della tecnologia e l’acutizzarsi di tensioni sociali, soprattutto dopo lo scoppio della pandemia prima e della guerra subito dopo. Come se non bastassero, non dimentichiamo i continui disastri ambientali: tutto questo deve ricordarci che siamo corpi mortali, né invincibili né autosufficienti ma piuttosto siamo parte di un sistema di dipendenze simbiotiche che ci legano gli uni con gli altri, ad altre specie e all’intero pianeta.

https://www.labiennale.org/it/arte/2022

Foto di copertina: Lee Miller, Leonora Carrington a St. Martin d’Ardeche, France, 1939 @ Lee Miller Archive

 

 

 

 

 

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