Bologna e le memorie libiche, tra colonialismo e collezionismo
L’interessante e suggestiva raccolta libica della Croce Rossa di Bologna in esposizione per la prima volta fino al 10 dicembre al Museo civico del Risorgimento; ‘Libia 1911-1912. Colonialismo e collezionismo’. Un modo per recuperare la memoria di un importante episodio del colonialismo italiano postunitario in Africa, la guerra italo-turca (1911-1912).
Nell’aprile del 1913 il Consiglio comunale di Bologna decise di ricordare l’invasione libica attraverso i nomi di alcune nuove vie cittadine. Per la verità, già in piena guerra italo-turca, erano iniziati i lavori di un nuovo rione, sorto insieme ad altri quartieri popolari in seguito al piano regolatore del 1889 e chiamato sin dal 1911 Cirenaica. Poi nel 1913 il Consiglio comunale di Bologna assegna ad alcune strade del rione i nomi di Tripoli, Bengasi e di altre città libiche ‘illustrate’, come si dice nella delibera, dal passaggio del nostro esercito, rese cioè, alla lettera, ‘illustri’.
Una nuova delibera del 1949 cambia i nomi a quasi tutte le vie interessate da quell’operazione, sostituendoli con quelli di partigiani e caduti di guerra, ma Cirenaica e via Libia rimangono. E le trascrizioni delle sedute consiliari, insieme ai giornali dell’epoca, dimostrano che non si tratta di una dimenticanza, anzi. I deputati di tutte le parti politiche sembrano accordarsi almeno su un punto: bisogna lasciare che l’impresa colonialista in Libia sia ricordata da due nomi più significativi di altri, più riassuntivi.

Del resto il mito della superiore umanità del colonialismo italiano rispetto agli altri nasce proprio in quegli anni, anche grazie a un impegno propagandistico notevole che di certo non si esaurisce nella toponomastica. Dalle canzonette come Tripoli bel suol d’amore (ancora oggi indicata da Wikipedia come “patriottica”), che legano l’immaginario bellico alle promesse di soddisfazioni erotiche per i soldati vincitori, al ruolo promozionale di molti quotidiani, le cui proprietà sono la classe dirigente industriale interessata alla guerra per tornaconto economico.
Oltre a ciò si aggiunge il ruolo di buona parte degli intellettuali italiani, da D’Annunzio al (forse) insospettabile Pascoli, che contribuiscono a rendere esotica e persino estetica l’impresa colonialista. Lo racconta La guerra lirica (2007), un volume di Antonio Schiavulli, già ricercatore dell’ateneo bolognese, che presenta gli articoli e i discorsi pubblici di allora, tra l’esaltazione di un colonialismo benevolo e degno di esportare democrazia e la favola della terra promessa per i ceti più poveri della popolazione italiana.

Nella mostra ‘Libia 1911-1912. Colonialismo e collezionismo’, aperta al Museo Civico del Risorgimento fino al 10 dicembre, il curatore Luca Villa (con la collaborazione di Mirtide Gavelli e Otello Sangiorgi) aggiunge un tassello a questa storia ancora parzialmente sepolta, scegliendo il collezionismo come punto di vista privilegiato. Nelle teche del museo la memoria bolognese del colonialismo esce dalla dimensione un po’ subliminale delle strade cittadine e si fa più attiva. Accade infatti che il presidente del Comitato regionale della Croce Rossa Antonio Modoni, nato a Medicina (Bo), decida di documentare gli eventi bellici e chieda ai commilitoni di raccogliere armi e munizioni dai campi di battaglia, ma anche oggetti di uso comune: nelle informazioni scritte dai militari di fianco alle forbici trovate “in una casa abbandonata ad Ain Zara” o alla collana raccolta “dopo la battaglia di Zuassa” si legge almeno un accenno a una parte di storia nascosta, fatta di devastazioni e di attività quotidiane brutalmente interrotte che la toponomastica non racconta.

La raccolta libica della Croce Rossa, conservata per decenni in alcuni musei comunali, sarà acquisita in anni successivi dal Museo del Risorgimento e la mostra Libia 1911-1912 la propone al pubblico per la prima volta. Il progetto espositivo le affianca anche una serie di foto e filmati d’epoca e la collezione di cimeli africani del bolognese Carlo Mazzetti, che dagli anni Ottanta dell’Ottocento invia alla città natale una serie di oggetti prelevati dai campi di battaglia della guerra anglo-mahdista.
Al di là dei meriti della mostra, piccola ma ben concepita, si esce dalle sale del museo con una sensazione forte, che il prezioso intervento in catalogo di Maria Pia Guermandi, può trasformare in consapevolezza: se oggetti delle collezioni coloniali vengono ‘risignificati’, possono diventare uno strumento di memoria potentissimo per iniziare a vedere la storia anche da altri punti di vista.

Foto copertina; una foto esposta nella mostra

