“Buio” in tutte le case | lo streaming del film di Emanuela Rossi

 intervista a cura di Elena Minissale

 

Tre sorelle, Stella, Luce ed Aria, diciassette, tredici e quattro anni, sono chiuse da anni in una casa dalle finestre sbarrate perché fuori il sole è malato. Solo il Padre può uscire a cercare cibo. Immerse al buio in una grigia monotonia, cercano di sopravvivere, di resistere, inventando dei giochi rituali come La Festa dell’Aria e Il picnic al lago nel salotto di casa. Ma Luce chiede al Padre perché solo i maschi possano uscire. Scoppia un conflitto che porta il padre ad andarsene…

Questa la sinossi del primo film di Emanuela Rossi, laureata al Dams di Bologna e prossima alla prima in streaming di “Buio”, su MyMovies, per l’impossibilità di uscire in sala. In questi giorni di quarantena, a casa sto guardando e riguardando film e l’idea di vederne uno in anteprima mi ha subito elettrizzata. Non avevo idea di che cosa avrei visto e mi sono trovata davanti un contesto narrativo in completa sintonia con la collettiva condizione attuale di reclusione forzata. Tende di plastica che precedono la porta d’ingresso sia all’interno che all’esterno, come un terribile stargate bianco, guanti, caschi, maschere antigas e finestre chiodate. Un assetto da guerra contro un nemico inevitabile e non animale: nel nostro caso un virus, nel caso del film la Stella incandescente, il Sole. Personalmente ho una predilezione per i film di costrizione e vedere tre giovanissime bimbe/donne dipendenti da un padre che esce tutti i giorni per trovare del cibo, ha subito catturato la mia attenzione. Il mondo fuori è letteralmente alla frutta e il padre vuole proteggere le uniche persone che ama, le sue figlie, imponendo loro un regime che tutela la salute e preserva la loro vita, in attesa che diventino forti da poter essere autonome. Dentro, nella penombra surreale, il mondo a neon e candele delle ragazze. Le tre sono unite da un sincero e crudele rapporto di sorellanza pregno di fiducia, disperazione e consapevolezza. Tra le sorelle si avverte un dialogo sotterraneo, muto, calmo, che acuisce l’interesse per quel che accade loro. Sono caute e composte, hanno i capelli lunghi e dei bei vestiti, accudiscono il desiderio di uscire tenendone in serbo le ragioni. Il padre si chiede “perché tutte le donne vogliono continuare ad uscire?” e loro lo sanno.

Fuori c’è qualsiasi cosa possa titillare il loro piacere e le loro possibilità di manifestarsi nel mondo, anche se questo si è abbrutito e propone solo spazzatura. Il desiderio che le spinge fuori quando il padre si assenta, non è la fame, non è il bisogno di nutrirsi; quello non è che un pretesto. L’apocalisse è già in corso, e in casa sembrano attenderne l’apice con rassegnazione, ma l’ardore che abita le tre sorelle è potente e se le premesse sembrano un epilogo, lo snocciolarsi dell’intreccio narrativo mostra la capacità ripetuta di cambiar pelle e fare la muta, in un flusso vitale irrefrenabile. Il riferimento per lo spettatore è Stella, la protagonista che spiazza. Ogni personaggio della storia infatti sembra avere un profilo ben definito e chiaro, ma la complessità insorge dolcemente, e incute timore e induce alla tenerezza. Non ho mai pensato al “messaggio del film”, quando guardo un film, è un elemento irrilevante per quanto riguarda la mia relazione con “lo schermo”, e il lavoro di Emanuela Rossi (che porta in modo limpido un “messaggio”), intriga e seduce, ogni tanto scivola nell’ambiguità e prima di raggiungere “il messaggio”, ci si perde in qualche angolo buio, ci si perde nell’anima di Buio. Vorrei raccontare le competenze tecniche che permettono al film di avere personalità – le luci, i costumi, la colonna sonora, la regia e il montaggio – ma ho avuto la possibilità e il piacere di intervistare la regista, una donna che al telefono mi ha confermato la sua non casuale somiglianza con le attrici di Buio! Questa dichiarazione mi ha fatto battere il cuore e pensare “si, allora è una strega come pensavo!”.

Buio esce nelle sale virtuali il 7 maggio 2020 e sospetto e mi auguro che il pubblico sarà numeroso e per la prima volta nella storia seduto sul divano di casa. Quanto è importante resistere nella storia della propria esistenza?

Buio è il tuo primo film: qual é la sua storia? Dal soggetto, alla produzione e alla distribuzione come ti sei mossa e quante persone ti hanno accompagnato? 

Emanuela Rossi

Buio è il mio primo film ma alle spalle ho tre cortometraggi (tra cui Il bambino di Carla, disponibile sul web, molto premiato) e la co-regia di una serie tv, Non uccidere, Rai 3, ossia due anni di lavoro, dieci ore al giorno a Torino. Così ho creato dei rapporti con la Torino Film Commission, e quando ho deciso di fare il lungo ho trovato la loro complicità. Sempre con la serie ero venuta in contatto con molti professionisti del posto, ci avevo lavorato insieme, quindi in un certo senso il lavoro era già impostato. Penso a Carola Fenocchio, la costumista, a Maria Di Marco, l’arredatrice (poi accompagnata da Massimo Santomarco), a Emanuela Minoli che nella fiction era la location manager e qui ho promosso organizzatrice generale. E soprattutto il mio capo di Non uccidere è diventato il co-sceneggiatore, produttore e distributore del film. E’ importante crearsi un team, dei collaboratori fidati, da soli non si va da nessuna parte. Anche perché in Italia è molto difficile fare le cose, e da solo rischi davvero di perderti. Tanto più se affronti soggetti del genere, che nessuno vuole mai produrre.

Ti sei formata al Dams di Bologna, quali sono i corsi o i film o le persone che hanno dato un reale impulso al tuo percorso? I tuoi studi sono stati fondamentali per essere la regista che sei oggi? 

Mi sono laureata in Storia del cinema, quindi, perfettamente in tema. Sono stata cinefila da sempre, dai dieci anni credo, vedevo in tv tutti i film possibili ed immaginabili – allora davano spesso in prima serata anche quelli vecchi, Hitchcock ma anche di Visconti, Fellini, persino Bergman – quindi se ti piaceva avevi senz’altro pane per i tuoi denti. E nella cittadina marchigiana dove vivevo c’era un gruppetto di appassionati che organizzava la domenica pomeriggio dei cineforum: sui quattordici ho visto ad esempio i film della Cavani, che mi hanno molto scossa. Poi certo al Dams ho potuto essere più sistematica: tutta la mattina in via Guerrazzi, con cose tipo i Nibelunghi di Fritz Lang in tedesco con sottotitoli in russo, oppure La corrazzata Potemkin che al contrario del ragionier Fantozzi ritengo un capolavoro. Poi pomeriggio e sera al Lumière, ovvio. In particolare il mio professore, Antonio Costa, era specializzato nel cinema muto, così ritengo di essere ferrata sull’argomento: mai nessun film mi ha toccata di più di Greed (Rapacità) del 1924, del sommo Erich Von Stroheim, circa 6/7 ore passate in un attimo. Ancora ricordo l’impressione delle mani rinsecchite dall’avarizia che stringono le monete colorate d’oro, e la scena finale nel deserto, i due che si distruggono in una lotta senza più senso, vana, e io che per la partecipazione mi contorco sulla sedia. Fantastico! Poi, a Dams Arte ho fatto alcuni esami di storia dell’arte e fotografia. L’arte, specie la contemporanea, la mia seconda grande passione, mi ha aiutato a diventare regista quasi quanto la cinefilia.

 

Come sei arrivata a Buio? E’ un film particolare, d’autore ma che sconfina anche in temi che di solito questo tipo di cinema non tratta.

Qualche anno fa in una saletta parigina ho visto un bellissimo film greco, Kynodonthas, di Yorgos Lanthimos, che parlava di costrizioni familiari, della dittatura instaurata all’interno di una famiglia che replicava quella della società, e mi aveva colpito molto. Diciamo che per un lungo periodo della mia vita il tema della famiglia claustrofobica in cui soprattutto la donna è schiacciata è stato dominante in me. Poi però le mie preoccupazioni ecologiste, sullo scioglimento dei ghiacciai polari e polveri sottili sono cresciute esponenzialmente, fino ad arrivare le scorse estati a livelli altissimi, a pensare che per il caldo non saremmo potuti più uscire, saremmo rimasti tutto il tempo chiusi in casa, murati vivi. Come in Un oscuro scrutare di Ballard, romanzo che però ho letto solo un mese fa.

Quindi i due temi, i due soffocamenti, si sono uniti nella mia testa dando vita ad una storia che lega patriarcato ed ecologia nel bisogno d’impossessarsi di tutto, d’arraffare tutto.

Certo, mettere insieme questi due aspetti non era facile, anche perché sono troppo affezionata al cinema d’autore, non m’interessava fare un disaster-movie. Così ho cercato una storia intima, personale non nei fatti raccontati ma nelle emozioni, che attraverso il tema della claustrofobia suggerisse, più che mostrasse, la catastrofe. Che però, alla fine si manifesta. E con forza, anche.

Da qui il tono un po’ magico, ibrido del film, che pratica il crossover di generi.

La storia di Buio è già di per sé molto dura, e io credo che di brutture nel mondo ce ne siano già abbastanza, come anche di film che con sadismo le ripropongono pari pari agli interpreti e agli spettatori, senza bellezza, quindi ho cercato un’altra strada. Soprattutto volevo allontanarmi dal tono classico del cinema d’autore, un po’ per stanchezza rispetto a tanti film che ormai tendono ad essere un po’ tutti simili, di genere d’autore, appunto; e poi perché il mio tema lo imponeva. Quindi, ho cercato soluzioni più fantasiose.

Trattandosi di bambine, ed avendo io una bambina piccola, quasi naturalmente è entrata la favola, nera nera come la pece, come tutte le favole del resto. Negli ultimi anni del resto ci sono stati ottimi esempi di cinema di questo tipo, un po’ ibrido: Only the lovers left alive, di Jim Jarmush, storia di vampiri chiusi in un loro mondo estetico, contro le brutture del mondo, che con la sua estetica post-moderna, mi ha aperto un mondo. Oppure lo splendido Lasciami entrare di Tomas Alfredson, ancora storia di vampiri, che con dolcezza racconta in modo incredibilmente forte il bullismo e le difficoltà dell’adolescenza, le difficoltà della crescita, laddove altri hanno usato la durezza e il neorealismo.

Così per le sorelle ho scelto una casa isolata che sembra un po’ un castello infestato dai fantasmi. E per le protagoniste ho cercato fanciulle eteree, che avessero dei volti “classici”, da principesse, ma, se vogliamo anche da film horror.

Le due più piccole, Luce/Gaia Bocci e Aria/Olimpia Tosatto, entrambe debuttanti assolute, l’ho trovate con un regolare casting a Torino, di quelli classici con le mamme che portano le figlie. Con Stella/Denise Tantucci è stato un caso: guardavo con mia figlia Sirene (fiction tv Rai su delle ragazze-sirene) e compare questa specie di elfo, dall’aria per me stranamente familiare: nei modi, nell’aspetto esile aveva qualcosa di me e alle mie sorelle. L’ho chiamata e ho scoperto che era della mia regione. L’ho preso per un segno! Abbiamo fatto il provino e mi ha colpito, in una ragazza così giovane, una certa durezza e distacco, come se già la vita l’avesse messa alla prova. E poi lei mi ha detto: va bene, ho fatto finora fiction a volte anche troppo commerciali (Braccialetti rossi) ma ora basta, ora voglio soffrire, voglio fare cose più difficili. E in più si sta per laureare in fisica e aspira al Nobel! Anche nella seconda, che studia danza classica a livello professionale con una maestra russa, ho notato la stessa abitudine a “resistere”. Visto che il film parla di questo, di ragazze che soffrono e “resistono”, mi sono sembrate le candidate più giuste (il film è dedicato alle ragazze che resistono). E poi, dico: avete visto i primi piani di tutte e tre?

Nel flusso narrativo hai adottato degli ottimi pretesti, funzionali all’opera tutta, per imbastire delle “bolle”, delle vetrine di colore e diverso immaginario, cambiando i costumi (tutti deliziosi tra l’altro, complimenti): momento anni 80 per workout in videotape, momento dark-glamour in occhiali da sole e costume da bagno con lampade solari, momento decadente con piume, paiette e alcol; tutto in un contesto di costumi già molto sofisticato per la mise steampunk (correggimi se sbaglio) per gli esterni e la mise potenzialmente wicca per gli interni nella notte. E, ogni cosa è illuminata, nel Buio, in modo moderno e sexy (ho persino pensato a The Neon Demon di Refn). Da dove viene questa cura estetica che non è fine a se stessa ma è al servizio della storia? 

Lo abbiamo visto tanto in questi giorni di quarantena e pandemia: per resistere, l’unica è mettere in moto l’immaginazione. Qualche giorno fa una mia amica mi ha mandato un video di suo marito e sua figlia che facevano finta di fare una gita al mare nel loro salotto di casa, e sua figlia indossava il costume da bagno: la stessa scena di Buio girata un anno fa, e pensata da due! Ma io non sono né una maga né una veggente, è solo che se ti metti in ascolto le cose le vedi, prima che accadano realmente. E tutti gli episodi visti in questi giorni, dai balconi ai musicisti che suonano il sax in terrazza, mi ha confermato nella mia intuizione: nessuno, anche nelle situazioni dure, cerca la bruttezza, più soffri e più cerchi il bello, a meno che proprio non si tratti di un ambiente degradato.

Comunque mi fa molto piacere che tu abbia notato queste “bolle”, queste vetrine di colore, perché sui colori davvero ci abbiamo lavorato tanto, specie nei costumi. Sentivo che il desaturato classico del cinema d’autore avrebbe tolto forza a queste immagini, che avevano proprio un valore di riparazione, quasi salvifico. La mamma bellissima, bionda, tutta d’oro, che le ragazze ritualmente evocano nei loro rituali, è la loro cura del male, quindi la Madre (Elettra Mallaby) doveva indossare quel bel costume giallo che mette in risalto la sua figura di mannequin, o quella favolosa camicia di seta gialla! Poi certo, ognuno ha la sua tendenza, e la mia è estetica, è qualcosa che ha curato me per prima, quindi è chiaro che ho proiettato questo sulle ragazze e sulla storia.

Riguardo ai riferimenti, beh, con alcuni mi lusinghi, con altri mi spiazzi. Di certo volevo creare un ambiente fatto a strati, caotico come la mente del padre, spaziando dalle candele al neon spinto. Forse il modello, più che l’arte, è stato il fumetto. Anche sui costumi, mix di stili dagli anni quaranta al punk. Perché sui costumi si gioca tutta la vicenda, e di Stella in particolare. La storia di un Padre aggrappato al passato, e di una figlia che guarda al futuro. Più nello specifico, visto che sono più vecchia di te, per gli abiti del fuori più che allo steampunk ho pensato al cyberpunk anni novanta, e l’estetica wicca non so cosa sia, banalmente per le camice da notte ho pensato a Wendy di Peter Pan e alle illustrazioni di Nicoletta Ceccoli, che compaiono nel film. Quanto alla luce, con il direttore della fotografia Marco Graziaplena, abbiamo passato giorni a guardare film e a dire cose tipo: un po’ The others ma meno caravaggesco, Park Chan Wook (Stoker, Mademoiselle) ma non così leccato…Carrelli la prima parte e macchina a mano nella seconda, un po’ Fish tank ma anche un pizzico di Rosetta… Sì, lo ammetto, la cura di questi aspetti è stata maniacale, anche se visto che siamo una piccola produzione low budget – e ogni attimo con la troupe scatta il tassametro – se ti dico il tempo di preparazione non ci credi (dieci giorni per fare tutto dalla casa ai costumi). Normalmente occorrono mesi!

Quanto all’estetica dark fashion che pervade il film, sì, era funzionale, perché quello è il sogno di Stella, lei vuole diventare così, una creatura da magazines femminile, come era la Madre. Un po’ alla The Neon Demon di Refn. E poi, lo ammetto, quest’estetica appartiene anche a me. Perché nella mia strana biografia si nasconde un segreto. Dopo il Dams volevo andare a Roma a fare il cinema ma non ne ho avuto il coraggio. Così sono andata a Milano dove ho lavorato dieci anni come giornalista appunto nei magazines femminili, Marie Claire, Glamour, Casa Vogue… Così, le stratificazioni di stili che vedi nel film servono a capire la storia di questa famiglia, ma sono anche una sorta di mia biografia “vestimentaria”, seguono l’evoluzione del mio gusto.

Ma non c’è solo bellezza nel tuo film. Le camicie da notte e le candele mi hanno evocato un film che vidi molti anni fa: Mais ne nous delivrèz pas du mal di Joel Seria. Il desiderio di uscire e di sedurre e di uccidere, nel tuo film è calibrato sul concetto di “Bene”; nel film del 1971 è calibrato sul concetto di “Male” e di volontaria scelta di abbracciare l’Oscuro da parte delle adolescenti protagoniste. Tuttavia, lo spirito che ho avvertito nel tuo lavoro è lo stesso, ma ben dissimulato e in una storia con intenzioni differenti e in un contesto diverso. In procinto di arrivare all’epilogo, il personaggio maschile insinua “forse Stella è diventata una strega”: si tratta di una coincidenza o il sottotesto che ho voluto vedere, esiste? 

No no, che coincidenza, hai visto giusto, mi sa. Forse mio malgrado. Questi elementi in sceneggiatura già c’erano, certo, ma durante le riprese sono emersi di più, di alcuni io stessa ne sono stata sorpresa. Del resto non poteva essere diversamente. Dietro il tipo di repressione sessuale operata in quella famiglia, tipica di ogni guru predicatore, sappiamo bene che il Maligno annida sempre la morbosità, e poi mi affascinava il concetto arcaico della donna, tentatrice, ingannevole, e l’ho evocato, ad esempio nella scena delle mestruazioni, che sembra pescare in qualcosa di arcaico, a metà tra la religione e la stregoneria. Per non parlare della prima immagine, biblica, e del testo dell’Apocalisse, che appena lo tocchi, lascia polvere di zolfo intorno. L’attore che interpreta il Padre (il grande regista teatrale e interprete Valerio Binasco) l’ha sentito, ne era colpito. Ma lui è il Male, ovvio. Invece, in Stella la cosa è più sottile. Stella ha abbracciato l’Oscuro o è solo una vittima? La sua condotta è sempre orientata al Bene, però con i suoi segreti, le sue bugie, i suoi incubi, e perfino con le sue preghiere… Tra lei e il Padre, cos’è? Una storia d’amore? Devo dire poi che Denise ha contribuito al lato dark- lady del suo personaggio. Ha un volto da angelo, ma con la sua naturale eleganza, il suo distacco può trasformarsi in un attimo nell’opposto. E credo che lei stessa ne fosse inconsapevole, sembrava lo scoprisse scena dopo scena. A volte, mi ha fatto pensare alla protagonista di un vecchio film di Tourner del 1942, Il bacio della pantera. La scena dell’altalena poi, mi ha impressionato. Il Padre, sedotto dalla sua bellezza arranca. Lei invece è impassibile, algida, fredda come il ghiaccio. Io, al suo posto, offesa, avrei pianto come una bambina. Ecco, questo è uno di quei momenti in cui un attore ti sorprende e dà qualcosa di suo.

Poi dovremmo chiarirci cos’è il Male, nel film. Per il Padre sono i centri commerciali, i fast-food. Per Stella, questo è la libertà.

Quindi dittatura da una parte e globalizzazione e consumismo dall’altra. E’ la grande questione del nostro tempo.

Arriviamo agli effetti speciali: quanto è importante il budget a disposizione per realizzare il proprio film?

In tutto il film il disastro ambientale è soprattutto evocato con delle scene del Padre fuori, ma io l’ho detto, sono anni che sentivo che qualcosa di forte sarebbe arrivato. Ne ero sicura. Del resto non si può più essere ciechi: l’ha ben spiegato Amitav Ghosh nell’immenso recente saggio La grande cecità. E infatti Buio è molto incentrato sul tema della cecità/visione.

Così alla fine ho messo un twist… che utilizza elementi da disaster-movie. Del resto, l’ho sempre dichiarato, questo è un film d’autore che spazia nel genere. E nel genere le cose vanno fatte bene, sennò sei Ed Wood. Visto che erano previsti effetti speciali importanti, ci siamo rivolti ad una società leader in Italia di effetti speciali, la Frame by frame che si è innamorata del film e ci è venuta incontro con i prezzi. Per fortuna, sennò sarebbe stato impossibile. E invece questa parte era sostanziale per la storia, ribalta un po’ tutta la vicenda. In un certo senso, è la rivelazione del film. Devo dire che lavorare con i tecnici degli effetti speciali è stato entusiasmante, mettono e cancellano, cambiano totalmente una scena… Ecco: spero di farlo ancora!

Con la situazione attuale del cinema, il 7 maggio non potete uscire in sala, e quindi uscite in streaming su Mymovies. E’ un problema?

Certo, sarebbe stato bellissimo per me uscire in sala, ma forse per un film indipendente come questo è anche un’opportunità per avere più vita. Inoltre noi non ci limitiamo ad uscire in streaming, ma abbiamo messo a punto un sistema che coinvolge anche esercenti delle sale cinematografiche in tutta Italia, ora chiuse. Loro ci sponsorizzano tra i loro spettatori abituali e noi gli corrispondiamo una percentuale. Siamo i primi a farlo, e credo sia un sistema virtuoso per far vivere seppur on line le sale e fare sì che un film mantenga un rapporto con il territorio, e non sia solo un corpo virtuale perso nella piattaforma.

Emanuela Rossi

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