Caironi: «Dopo Tokyo, lo sport paralimpico cresce»

di Michele Mastandrea.

Non ha bissato i trionfi di Londra e Rio de Janeiro, ma per Martina Caironi la Paralimpiade di Tokyo è stata comunque un successo. E non solo perchè l’atleta di origine bergamasca, studentessa Alma Mater iscritta al corso di laurea in Lingue, Culture e Mercati dell’Asia, ha comunque conquistato due medaglie d’argento nel salto in lungo e nei 100 metri, (“anche se quella nel salto in lungo avrei voluto fosse di un altro colore”, sottolinea Caironi).  Ma soprattutto, perché è stata parte di una favolosa spedizione azzurra, capace di portare a casa 69 medaglie e il nono posto nel medagliere finale. Cogliendo un risultato che travalica nel suo significato l’ambito sportivo.  L’immagine del trio azzurro Sabatini-Caironi-Contrafatto – capaci di conquistare i primi tre posti nella gara dei 100 metri – è stata potentissima nel descrivere i progressi dello sport paralimpico azzurro.

“Queste prestazioni sono sicuramente di slancio per le nuove generazioni e per il nostro movimento, che cresce continuamente. Stiamo raccogliendo in questi mesi tantissime richieste e tanto interesse. Noi atleti d’élite dobbiamo essere trascinatori, fare avvicinare più persone possibile allo sport”, spiega Caironi. Anche perchè in vista ci sono eventi importantissimi come le Paralimpiadi di Parigi e soprattutto quelle invernali di Milano-Cortina 2026. Tanti importanti trionfi potrebbero arrivare nell’edizione italiana dei Giochi, e potrebbero spingere ancora di più verso la società nel senso di una normalizzazione dello sguardo verso lo sport paralimpico: “Eventi come il nostro podio tutto azzurro nei 100 metri, o le tantissime medaglie conquistate dalla selezione del nuoto, hanno acceso ancora di più i riflettori su di noi. C’è stato un salto di qualità, ci invitano a parlare a conferenze e festival. Con i nostri discorsi possiamo ulteriormente promuovere il nostro lavoro”. 

Ma come sfruttare questa onda vincente per dare seguito all’exploit giapponese? Il tema degli accessibilità degli impianti rimane decisivo: “Dobbiamo fare in modo che le persone con disabilità che si avvicinano e si avvicineranno allo sport abbiano a disposizione tecnici preparati che li seguano nella loro crescita sportiva, ma anche strumenti come le protesi necessarie per praticarla. Se c’è la volontà ma non ci sono strumenti, la volontà cade nel vuoto”. Per Caironi, è necessario a questo punto un intervento deciso delle istituzioni: “Lo Stato deve dare opportunità a tutti quanti, senza far ricadere il costo di protesi o carrozzine sulle famiglie, ad esempio. O senza appoggiarsi, per tutto questo lavoro, unicamente sulle tante meravigliose associazioni che esistono in Italia a questo scopo”.

È una battaglia per cambiare la società quella che può essere condotta anche attraverso i successi sportivi. “Serve una costruzione critica del domani, serve andare contro ogni stereotipo e cercare con le parole e con i fatti di rimuovere gli ostacoli per accedere agli impianti”, sottolinea Caironi. Che esprime un certo ottimismo sul futuro: “Le cose migliorano sempre di più, le persone con disabilità non sono più viste come alieni, come qualcosa di eccezionale. Ora bisogna rendere le persone con disabilità sempre più autonome, arrivando al punto di fargli fare sport anche da sole, senza qualcuno che ti faccia salire le scale o che ti alzi la carrozzina”. 

E in questo discorso, non può essere escluso il ruolo della scuola. Percorsi che permettano di accoppiare studio e pratica sportiva in maniera vincente sono sempre più necessari, anche per quanto riguarda lo sport paralimpico. “Nelle scuole dove ci sono ragazzi e ragazze con disabilità servono ancora più figure capaci di indirizzare i giovani e di includerli. Il progetto Dual Career dell’Ateneo di Bologna ad esempio è molto virtuoso, e permette di agevolare i percorsi sportivi, avendo esami più flessibili a livello di appelli, oppure di avere a disposizione tutor, senza ovviamente essere meno severo rispetto alla preparazione richiesta allo studente”. Si potrebbe prendere esempio ovunque, suggerisce Caironi, per fare in modo di arrivare anche per questa strada all’obiettivo finale. Ovvero che col tempo, “sempre più gli atleti con disabilità e quelli normodotati siano considerati pari tra di loro”.

 

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