Caironi, una campionessa Unibo a Tokyo

di Michele Mastandrea

«Sicuramente voglio andare a medaglia, di quale colore lo lascio solo immaginare». Martina Caironi è un’atleta simbolo dello sport paralimpico, oro nei 100 metri a Londra2012 e Rio2016. Iscritta all’Università di Bologna, dove studia Lingue, Culture e Mercati dell’Asia, la Caironi ha raccontato a Cubo la sua preparazione verso le Paralimpiadi di Tokyo (al via il prossimo 24 agosto) e le sue attività dentro e fuori la pista d’atletica.

Martina Caironi, in poche settimane doppio oro agli Europei di atletica e record del mondo nel salto in lungo. È il momento migliore della tua carriera?

«Si, soprattutto a livello di preparazione! Ho sfruttato questo periodo di chiusure, e il rinvio della Paralimpiade di un anno, per arrivare bene ai prossimi impegni. Già dall’autunno scorso ho iniziato a prepararmi come si deve per questo ciclo di gare che si concluderà a Tokyo. I risultati stanno arrivando, anche se quelli importanti andranno fatti a fine agosto».

Cosa ha significato per te il rinvio della Paralimpiade?

«A livello mentale ti segna il fatto di non poter staccare dopo quattro anni di allenamento, disputando finalmente i Giochi. Se per quattro anni punti un obiettivo, il rinvio in termini di energie nervose è pesante. È come se prepari un esame e poi te lo spostano non di una settimana, ma di un anno!»

Obiettivi per Tokyo2021?

«Venendo da due edizioni consecutive vittoriose le aspettative sono alte. Credo di potermela giocare sia sui 100 che nel salto. Sarà diverso però questa volta rispetto agli altri Giochi. Ho trovato una nuova avversaria, Ambra Sabatini, che mi ha rubato il record sui 100 metri e mi ha dato di conseguenza molti stimoli. Mi piace, così dovrebbe essere lo sport. Gli scorsi anni, in cui ero molto avanti rispetto alle avversarie, gareggiare era sempre bello ma meno stimolante».

Hai fatto l’ultimo tuo record a Nembro, uno dei paesi più colpiti dalla pandemia. Cosa ha significato per te?

«Dalle mie parti ci sono tornata più volte in questi mesi. Quel meeting l’anno scorso non c’è stato, e già il suo ritorno vuol dire qualcosa. Vedere gli spalti con un po’ di gente è stato sintomo di ritorno alla normalità. Forse il record è arrivato anche perchè mi sentivo a mio agio, c’erano i miei genitori sugli spalti…mi è piaciuto aver dato qualcosa in cambio».

Anche se ormai sei una bolognese.

«All’inizio per me Bologna era legata solo alle protesi, che mi realizzavano a Budrio. Poi ho conosciuto la realtà cittadina e universitaria, e mi sono trasferita. Volevo entrare ancora di più nel tessuto bolognese. Sono stata molto aiutata dal programma dual career dell’Unibo, che mi permette di fare sport e studiare insieme. Devo ringraziare anche il Cusb, che mi ha sempre supportato facendomi accedere gratis alle sue strutture quando mi serviva».

A che punto siamo con la “normalizzazione” dello sguardo verso lo sport paralimpico?

«Ci sono stati tanti passi avanti, è l’obiettivo del nostro movimento. Non è facile far capire che un atleta paralimpico è in tutti i sensi un atleta. Conta anche il linguaggio. Una buona cosa per esempio è che oggi “paralimpico”, secondo la Treccani, non significhi più ‘l’atleta delle Paralimpiadi’ ma ogni persona con disabilità che fa sport. È un bel passo in avanti».

Si può dunque “usare” lo sport per cambiare la società?

«Noi siamo tanto legati a pregiudizi, spesso non sappiamo affrontare una diversità. A volte a me stessa capita di non capire come relazionarmi ad alcune forme di disabilità. Fortunatamente la tecnologia sta aiutando sempre più le persone con disabilità a vivere pienamente».

Sei testimonial anche dell’Osservatorio sulla violenze alle donne con disabilità.

«Cerco, per quanto riesco, di dare eco alla loro causa. C’è una fragilità reale che riguarda la questione femminile. Se hai disabilità rischi di essere ancora più dipendente da chi ti sta intorno. Durante il lockdown le categorie più fragili hanno subito tanto, i dati parlano da sé. Il compito delle associazioni è dare fiducia, non lasciare sole le persone».

Sul piano tecnico-sportivo, la tecnologia sta aiutando le performance?

«Ci sono molti progressi. Io stessa avevo iniziato con una protesi per il ginocchio che andava a scatti. Ora ne ho uno più tecnologico, posso far le scale in salita, andare in acqua. Per corsa e salto io stessa sto provando a dare feedback a partire dalla mia esperienza. Ci sono stati tanti test in questi anni, ma ovviamente servirà anche una serie di adattamenti personali, dato che i fisici sono molto diversi».

E dal punto di vista dell’accessibilità degli impianti ci sono passi avanti?

«Dipende anche dalle città. A Roma è stato costruito un nuovo centro paralimpico, a Bologna serve uno sforzo in più, ci sono tante strutture ancora non soddisfacenti. Il Baumann è molto accessibile mentre all’Arcoveggio ci sono difficoltà a causa delle barriere architettoniche presenti. È un tema decisivo a livello di immaginario. Con spazi accessibili per tutti ci dimenticheremo anche del fatto che le persone abbiano delle disabilità».

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