Cambia la selezione dei ricercatori universitari

Con il decreto Pnrr 2, convertito in legge lo scorso 29 giugno 2022, sono state apportate novità importanti riguardanti i meccanismi per il reclutamento universitario. In particolare è stata riformata la figura del ricercatore unificando le diverse tipologie contrattuali. Il decreto interviene in una situazione che è ancora segnata della cosiddetta ‘riforma Gelmini’, che aveva sostituto i ricercatori di ruolo con due diverse categorie di ricercatori a tempo determinato: quelli di tipo A (rtd-A), e quelli di tipo B (rtd-B).

Fino ad oggi, i primi avevano un contratto di tre anni con proroga massima di due anni, al termine dei quali il rapporto si chiudeva, mentre solo i secondi potevano accedere, al termine del contratto, ad un processo di stabilizzazione. Con l’attuale decreto vengono abolite queste due figure mentre viene stabilita un’unica categoria di ricercatore. A quest’ultima saranno garantite maggiori tutele all’interno di un contratto a tempo determinato della durata massima di sei anni, scaduti i quali si potrà avviare una procedura di valutazione interna, da parte dell’Università in cui presta servizio, per ottenere l’inquadramento come professore di 2° fascia.

Quest’ultima possibilità, una volta limitata ai ricercatori di tipo B, viene dunque estesa a tutte le tipologie contrattuali, che vengono di fatto accorpate. Contestualmente vengono anche aboliti i diversi assegni di ricerca, che verranno sostituiti con veri e propri contratti di ricerca. Rispetto alla situazione precedente, dominata da una selva di contratti precari e spesso privi delle tutele più elementari, parrebbe quindi trattarsi di un intervento migliorativo. A questo proposito è però bene ricordare che gli effetti precarizzanti e peggiorativi introdotti dalla riforma Gelmini furono dovuti non tanto e non solo alle nuove tipologie contrattuali, introdotte con la legge 240 del 2010, ma soprattutto agli effetti della legge 133 del 2008, che arrivò a tagliare un miliardo e mezzo di euro all’università. Per capire la portata di quegli interventi possiamo ricordare che quei tagli comportarono un calo dei dipendenti universitari pari al 12,8% con taglio di oltre ventiduemila addetti. Nel periodo dall’entrata in vigore della legge Gelmini fino al 2019 si passò da 41.000 docenti a contratto ai poco più di 27.000, con una contrazione del 33%. Anche il personale docente si ridusse dell’8,2% con un calo di circa 2436 unità. Tra questi, i professori ordinari diminuirono dell’11,5% (- 2606 unità), mentre i ricercatori, considerando congiuntamente quelli a tempo indeterminato e quelli a tempo determinato con profilo A e B introdotti dalla nuova legge, calarono del 24% (- 6147). L’impatto più forte delle misure si ebbe quindi proprio sui giovani ricercatori: secondo un’indagine del 2019, promossa dall’Associazione dei Dottori di ricerca (Adi), oltre il 90% dei precari degli Atenei italiani è oggi destinato a non trovare spazio tra il personale docente a tempo indeterminato.

Maria Cristina Messa, ministra dell’Università e della Ricerca

Per voltare pagina rispetto a questa situazione non sarà sufficiente cambiare semplicemente le formule contrattuali. Gli interventi di riduzione del precariato, infatti, potranno portare un miglioramento reale soltanto se accompagnati da debiti investimenti: il paradosso è infatti che, in assenza di questi ultimi, l’abolizione, di per sé meritoria, degli assegni di ricerca e la loro sostituzione con un vero e proprio rapporto di lavoro a tempo determinato, comporterebbe necessariamente un’ulteriore contrazione delle possibilità di impiego universitario, soprattutto per chi è a inizio carriera. Se infatti il costo complessivo annuale per bandire un contratto di ricerca annuale da parte di un dipartimento ammonta oggi a circa 25.000 euro, con le nuove misure il contratto – che potrà essere soltanto biennale – costerà 40.000 euro lordi l’anno. Ciò significa che la riduzione delle diverse forme precarie di assunzione comporterà un aumento dei costi per gli Atenei del 30-40% e quindi, a parità di risorse investite, la necessaria esclusione di migliaia di ricercatori dal sistema accademico: si stima tra i 5 mila e i 7 mila degli attuali 15 mila assegnisti di ricerca. A confermare questi timori, bisogna segnalare che il testo del decreto fissa una previsione di spesa per gli atenei, i quali non potranno superare la spesa media dell’ultimo triennio per l’erogazione degli assegni di ricerca. 

Il bilancio delle misure è quindi fortemente ambivalente e, come spesso accade, può esser fatto soltanto attraverso una lettura incrociata dei provvedimenti. Nonostante le buone intenzioni e la semplificazione normativa, tutte le misure si scontrano con un dato di realtà che non può esser rimosso attraverso nessun artificio legislativo: ogni riforma che non voglia produrre effetti deleteri deve partire dal riconoscimento dello strutturale sotto-finanziamento dell’università italiana. Sotto-finanziamento che impatta negativamente non solo sulla qualità complessiva della ricerca e della didattica, ma anche, come abbiamo visto, su ogni ipotesi migliorativa.

È bene ricordare che l’Italia è oggi tra i paesi che spende meno per la ricerca e l’università, con un investimento pari all’1,32% del Pil, a fronte del 2,36% della media dei paesi Ocse e dell’1,95% dei Paesi Ue. Senza un sostanziale cambio di rotta in questo senso, ogni riforma non potrà che continuare a produrre effetti contrari alle intenzioni: nello specifico, una riforma che mirerebbe a semplificare i contratti e a garantire maggiore stabilità occupazionale a ricercatori e ricercatrici rischia di trasformarsi, ancora una volta, in un taglio del personale universitario e in uno sbarramento per le prospettive di vita di migliaia di giovani che si affacciano sul mondo dell’accademia.

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