Campus Cesena, intervista al prof. Federico Fallavollita responsabile del laboratorio Lamovida
Nel laboratorio di modellazione e visualizzazione digitale per l’architettura del Campus di Cesena vengono realizzati progetti che stimolano lo studio della percezione visiva, dello spazio e anche dei suoi inganni. «La prospettiva continua a essere un tema stimolante – afferma il prof. Federico Fallavollita, responsabile del laboratorio Lamovida in un’intervista concessa alla nostra rivista – essa rivela la sua natura sfuggente e al tempo stesso profonda, che ha radici antiche».
L’architetto ha un ruolo di prefiguratore e tessitore di forme possibili in continuità con il passato, così come quello di poter dare spazio e vita a nuovi manufatti profondamente radicati nei luoghi, ma al tempo stesso proiettati nel futuro. I laboratori didattici risultano fondamentali per favorire un approccio multidisciplinare alla futura professione: sono luoghi del sapere e del saper fare, in cui i fondamentali della progettazione si confrontano con esperienze storiche passate e, soprattutto, sono spazi di scambio per precisare la necessaria sensibilità nei modi di pensare l’architettura, nelle sue forme e interpretazioni progettuali e di costruzione.
Per capirne di più sull’argomento abbiamo intervistato il prof. Federico Fallavolita.
Lamovida è una struttura didattica del Dipartimento di Architettura del Campus di Cesena; in questo laboratorio si analizza anche la geometria descrittiva. Cosa si intende?

«Noi non vediamo mai il mondo come è, ma lo vediamo come il nostro cervello lo ricostruisce, confrontando le immagini che riceve dall’occhio con i modelli che ha memorizzato nell’età evolutiva. La scienza che descrive i metodi della rappresentazione è la geometria descrittiva».
La caratteristica fondamentale del disegno architettonico è quella di incorporare codici, che permettono di passare dalla realtà al modello e viceversa. La prospettiva è essenziale per una rappresentazione dello spazio misurato?
«La prospettiva è usata soprattutto per studiare la percezione dell’uomo, ovvero per capire come verrà scorto lo spazio anche dal punto di vista emotivo. Lo studio della prospettiva allora diventa fondamentale per progettare spazi a misura d’uomo. Naturalmente oggi entrano in gioco diversi problemi quando si progetta un edificio e un architetto non può non tenere conto del luogo in cui verrà realizzato e del rispetto ambientale. In questo senso, l’architetto è una figura dal carattere fortemente multidisciplinare».
Oggi, vivendo nell’era digitale, abbiamo la possibilità di simulare la costruzione di vari modelli e di poterne studiare le potenzialità.
«Esatto. Tuttavia, risulta ancora più sorprendente l’esigenza di dover costruire fisicamente modelli che permettano di fare esperienza diretta, persino di alcuni inganni di prospettiva».

A quali illusioni prospettiche si riferisce?
«In laboratorio, anche sotto forma di gioco, mettiamo alla prova il potere illusorio della visione prospettica, attraverso la camera di Ames (che prende il nome dall’inventore, l’oftalmologo americano Adelbert Ames 1880-1955, ndr) . Le prime dimostrazioni iniziarono ad Hannover nel 1938».
Di cosa si tratta esattamente?
«Adelbert Ames si rese conto che una stanza distorta, costruita in modo da restituire la stessa immagine all’occhio rispetto ad una rettangolare, può risultare, nella veduta prospettica, identica a un ambiente regolare. Osservando lo spazio interno da un apposito foro, alla presenza di due soggetti all’interno della stanza, ci rendiamo conto che le due persone sembrano essere l’una molto più grande dell’altra. Questo spazio è costruito appositamente in funzione del centro di proiezione, che si trova posizionato esattamente nel centro del foro. La cosa più sorprendente è che, anche quando si conosce il trucco, la nostra mente continua a vedere nello spazio, apparentemente regolare, due persone anormali nella loro dimensione».
Quale spiegazione si può dare?
«Ci sono alcune teorie e spiegazioni al riguardo; Ames era convinto che esistesse una memoria della percezione che condiziona la percezione umana, ovverosia che l’abitudine di vivere in spazi regolari influenzi la nostra visione e la nostra percezione. In questo caso, non scorgiamo lo spazio deforme, e quindi non ci accorgiamo che la stanza è trapezoidale.
L’illusione prospettica influisce anche sul lavoro di un architetto?
«Per quanto ci riguarda, queste esperienze raccontano quanto sia importante, per un architetto, saper osservare e rappresentare le forme nello spazio, sia nella loro forma reale, sia nel loro aspetto percepito, ossia come appaiono».
Foto copertina, prof. Federico Fallavollita

