Come distinguere un’opera d’arte da un falso? Dalle false teste di Modigliani al giallo del Guerriero di Capestrano
Abbiamo chiesto al prof. Rocco Mazzeo, come si distingue un’opera d’arte originale da un falso, ritenendo il presidente del Circolo Cubo la persona più adatta per rispondere alla nostra domanda. Il docente, infatti, ha dedicato tutta la sua lunga carriera alla scienza per la conservazione e il restauro dei beni culturali, sia a livello nazionale che internazionale, collaborando con tutte le più importanti istituzioni nazionali ed internazionali del settore; dal Ministero dei Beni Culturali italiano fino all’Unesco.
Quest’anno ricorre il 140esimo anniversario dalla nascita di Amedeo Modigliani (1884), ma anche i 40 anni dal ritrovamento a Livorno delle teste false attribuite all’artista (1984). Tanto che per l’occasione Johnny Depp è tornato alla regia con il film “Modì, tre giorni sulle ali della follia”, presentato alla 19ª Festa del Cinema di Roma. L’attore americano si è cimentato nuovamente in un ruolo creativo e complesso, scegliendo di raccontare la vita tormentata del pittore labronico, mettendo in scena una riflessione sul rapporto tra arte e libertà.
La vicenda delle false teste di Modigliani, però, ci offre lo spunto per parlare di tutti quei manufatti che generano dubbi circa la loro datazione e autenticità. La redazione del Cubo lo scorso mese ha ricevuto una lettera inviata da una dipendente di origine abruzzese, missiva nella quale ci chiedeva se la statua del Guerriero di Capestrano fosse autentica oppure un falso, dubbio insinuato nella mente della lettrice, ma non solo, in seguito alla visione del film documentario “Il Guerriero mi pare strano” del regista Alessio Consorte.
La statua raffigurante un guerriero dell’antico popolo italico dei Vestini è una scultura in calcare conservata nel Museo Archeologico Nazionale d’Abruzzo di Chieti, datata al VI secolo a.C. e rinvenuta nel 1934 in una necropoli dell’antica città di Aufinum, nei pressi di Capestrano nell’aquilano. Si tratta di una delle opere più monumentali e significative dell’arte italiana. Una testimonianza archeologica che ha appassionato generazioni di studiosi alla ricerca della sua identificazione. Un simbolo, indiscutibile delle terre d’Abruzzo. Almeno fino a quando Alessio Consorte, videomaker e regista pescarese, non ha insinuato con prove documentali dei dubbi sulla sua autenticità. Ovviamente ne è nata una controversia con il ministero della Cultura e con il presidente della Regione Abruzzo Marco Marsilio. Il guerriero di Capestrano, infatti, è stato inserito recentemente nello stemma del gonfalone e in tutta la carta intestata dell’ente regionale aquilano.
E per sciogliere i dubbi della nostra lettrice abbiamo intervistato il prof. Rocco Mazzeo, il quale oltre ad essere stato recentemente rieletto presidente del Circolo dei dipendenti dell’Università di Bologna Cubo, è uno dei massimi esperti in materia.
Prof. Mazzeo prima di insegnare all’Alma Mater Studiorum ha lavorato per l’Unesco, di cosa si occupava?
«Quando lavoravo per l’Unesco mi occupavo di programmi formativi che riguardavano l’applicazione di diverse metodologie scientifiche, incluse quelle che vengono utilizzate per l’autenticazione delle opere d’arte. Ho avuto modo durante questi quattro anni all’Unesco di lavorare su casi molto interessanti e importanti; come gli studi per l’autenticazione di bronzi archeologici che erano stati importati attraverso la via di Hong Kong in Italia e che risultarono dei falsi».
Attualmente invece di cosa si occupa esattamente per l’Unibo?
«Al Campus Unibo di Ravenna mi occupo del corso di laurea internazionale da me istituito in Scienza della conservazione e restauro dei beni culturali. In ambito di ricerca sviluppiamo nuovi prodotti innovativi e materiali per il restauro, ma anche studi di autenticità. Quest’ultima, devo dire, in maniera molto limitata in quanto non è la nostra linea principale».
Come si determina l’autenticità di un’opera d’arte?
«Come dico sempre ai miei allievi, determinare l’autenticità di un’opera d’arte è un complesso processo che prevede, riassumendo brevemente, tre fasi. La prima è la documentazione storica che affianca l’autenticità dell’opera d’arte. Il secondo step sono gli studi iconografici che determinano lo stile, se è confacente con quello del periodo di attribuzione e lo stile utilizzato dall’artista. E in ultimo le indagini scientifiche che fino a 20/30 anni fa neanche si facevano. Adesso invece hanno assunto una grande rilevanza, tant’è che molte importanti case d’aste si sono dotate di un proprio laboratorio scientifico».
Conosce il Guerriero di Capestrano?
«Certo, è stato un caso emblematico riguardo il discorso di autenticità. Bellissimo anche il docufilm di cui non ricordo il titolo (Mazzeo si riferisce al docufilm “Il Guerriero mi pare strano” realizzato dal regista pescarese Alessio Consorte) che ha ripercorso molto bene quelli che sono stati gli studi necessari per confutare o meno l’autenticità dell’opera d’arte. Tra parentesi forse in molti non lo sanno, ma il Guerriero di Capestrano è adesso il simbolo della Regione Abruzzo, per cui è un’importante opera d’arte».

Nel discusso documentario di Alessio Consorte sono state rispettati o no i tre passi per verificare l’autenticità dell’opera d’arte in questione?
«In quel documentario queste tre fasi di cui dicevo prima: ricerca documentaria, studi iconografici e indagini scientifiche sono ben presentate. La mancanza che io trovo è proprio nel modo in cui sono state condotte le indagini scientifiche, perché queste ultime utilizzate per confutare l’originalità dell’opera, si basano su una tecnica analitica che è la Fluorescenza a raggi x portatile, che non è sufficiente a dare delle risposte analoghe a quelle che invece il documentario vuole attribuire».
Cosa pensa della valutazione data dal dott. Lorenzo Apollonia, chimico e dirigente emerito della Soprintendenza regionale per i beni e le attività culturali della Valle d’Aosta?
«Come ha sottolineato il mio carissimo collega della Valle d’Aosta il dott. Lorenzo Apollonia, è necessaria l’applicazione di metodologie scientifiche più complesse con il coinvolgimento di più tecniche analitiche per confutare o meno l’originalità dell’opera d’arte. E questo è un percorso di cui non si può fare a meno. Ritengo sia meramente giornalistico affidarsi ad una sola tecnica per confutare l’originalità del manufatto in questione».
Dunque come si risole questo enigma?
«Sarebbe assolutamente importante sacrificare un micro frammento della superficie. Poterlo osservare stratigraficamente in modo da vedere la sua costituzione stratigrafica e con tecniche analitiche microscopiche ad alta risoluzione come ad esempio la microscopia elettronica a scansione, la microscopia infrarossa e la microscopia Ram, avere l’esatta composizione, stratigrafica appunto, dei composti presenti e non soltanto degli elementi. Questo sarebbe un contributo ulteriore rispetto a quello che è stato fatto. Quindi trovo riduttivo ciò che fino ad ora è stato fatto, mentre ho apprezzato la parte documentaria e iconografica del docufilm realizzato da Consorte, che sono state fatte veramente molto bene».
Secondo quanto rivelato nel film le statue di Capestrano sarebbero dipinte di bianco di gesso su tutta la superficie. Considerando che il gesso è un materiale sensibile agli agenti atmosferici, è realistico pensare che il rivestimento bianco sulle statue di Capestrano possa essere rimasto compatto e omogeneo dopo circa 300 anni all’aperto e 2300 anni sotto terra?
«Prima di tutto non sono convinto che le statue fossero veramente dipinte di bianco e che questo fosse gesso. Onestamente dalle poche indagini scientifiche che appaiono nel video (Mazzeo si riferisce al documentario realizzato da Consorte, ndr) non sembrerebbe fosse gesso. Ma supponiamo che fosse gesso, per me sarebbe la prima volta che sento di un’applicazione di colore bianco a base di gesso su un’opera che si presuppone essere del VI secolo a.C. In ogni caso non sarebbe sopravvissuto molto perché il gesso, sia che sia esposto all’aperto o interrato per secoli in un sito archeologico, è parzialmente solubile all’acqua. Quindi non è come il carbonato di calcio costituente l’opera d’arte: il gesso è molto più solubile del carbonato di gesso. Per cui mi sembrerebbe strano che ci siano ancora dei resti di gesso sulla superficie. Fatto salvo che non sono pienamente convinto che fossero dipinte di bianco con l’utilizzo di gesso».
Secondo lei per quale motivo la Regione Abruzzo, la Sovrintendenza dei beni culturali e le università locali non hanno realizzato ulteriori indagini scientifiche per confermare l’autenticità dell’opera?
«Vede direttore, questo è un discorso molto delicato che io ho affrontato diverse volte. Quando ad un’opera d’arte viene attribuito un valore che è superiore al valore prettamente economico materico, ma è un valore di simbolo. Simbolo di una cultura, simbolo del territorio di una regione o di una città, è difficile come quando questo valore viene accettato come è stato fatto dal Consiglio regionale dell’Abruzzo che ha scelto deliberatamente di utilizzare l’immagine del Guerriero di Capestrano come simbolo dell’ente locale. Onestamente io comprendo anche che l’interesse a che questo simbolo venga in qualche maniera messo in discussione, insomma sia molto lieve, affievolito. Il museo che lo ospita è molto visitato da questo punto di vista, raccoglie l’interesse di persone che vengono da tutto il mondo, per cui non c’è grande interesse in questo. E devo essere onesto, lo dico dal profondo del cuore, lo trovo anche giusto».
Dopo aver parlato con il prof. Rocco Mazzeo, abbiamo contattato per correttezza il regista pescarese che ha realizzato le ricerche e il docufilm “Il guerriero mi pare strano” Alessio Consorte, informandolo dell’intervista e delle conclusioni a cui è giunto il docente Unibo ed ex dipendente Unesco. Secondo il regista «Un’anomalia così grave andrebbe verificata immediatamente. Ad esempio, con il metodo Xrf potremmo verificare fin da subito la presenza dello strato di bianco di gesso. Se confermata come policromia di base, non ci sarebbe nemmeno bisogno di un micro-prelievo».
Foto copertina; Il Guerriero di Capestrano

