Creti, Canova, Hayez. La nascita del gusto moderno tra ‘700 e ‘800 nelle Collezioni Comunali d’Arte. Lettura svelata!

*** 40 anni di CUBO***

Cin cin con l’arte!

Saperi, chiacchiere e piccole delizie del palato

Abbiamo pensato ad una passeggiata in un luogo noto (?) notissimo (???) ai bolognesi, Palazzo D’Accursio per visitare le Collezioni Comunali d’Arte che da sempre ci accolgono, a noi bolognesi e non, negli appartamenti del Cardinal Legato. Chi è costui, e dove possiamo ammirarlo, lo tratteremo in una prossima puntata.

Da qualche mese il Palazzo Comunale è interessato da importanti lavori di ristrutturazione che hanno determinato la necessità di riallestire le sale. L’occasione ha portato ad una riflessione nuova rispetto al patrimonio artistico presente nella collezione permanente arricchita da alcune opere solitamente conservate in deposito.

Il percorso individuato permette di cogliere un arco di vita nell’arte, a cavallo fra il Settecento e l’Ottocento, che sarà determinante nella formazione del gusto artistico moderno.

Accompagnati da Silvia Battistini, curatrice della mostra assieme a Massimo Medica, ci addentriamo nella splendida sala Urbana che mostra le due direzioni presenti nell’arte bolognese del Settecento: l’eredità del classicismo seicentesco, maturato nelle botteghe dei Carracci, di Guercino e di Guido Reni da una parte e un più esuberante filone barocco dall’altra.

Ma la nostra curiosità viene attirata dalla quantità e particolarità di pregevoli tele di Donato Creti. Chi era Marcantonio Collina Sbaraglia? Un borghese, adottato dal noto medico dello Studio Bolognese, Girolamo Sbaraglia (famoso avversario di Marcello Malpighi), che lo scelse come erede delle proprie sostanze con l’obbligo di assumerne anche il cognome, divenuto quindi Collina Sbaraglia; nella fortuna egli riceverà dal Benefattore anche l’arduo compito di realizzare in Bologna una biblioteca per la pubblica consultazione, per destinarvi la sua importante raccolta di libri scientifici. Nel corso di circa un decennio Collina Sbaraglia commissionerà a Donato Creti 14 tele di soggetto mitologico e 4 oli dipinti su rame, raffiguranti le Virtù. Cosa aveva indotto questo borghese, divenuto celebre negli ambienti del sapere bolognese ad ordinare tanti dipinti di dimensioni e temi inconsueti? Si ritiene che le opere fossero destinate ad adornare le pareti dell’erigenda biblioteca. Tutto era pronto, anche il progetto, ma il Senato cittadino non approvò mai l’impresa. Così, dopo la vana attesa di quasi trent’anni, M. Collina Sbaraglia donò nel 1744 l’intera collezione di libri al Convento dei Gesuiti di Santa Lucia di Bologna, sede di un prestigiosissimo collegio, ed i dipinti al Senato, per garantire ad entrambe le raccolte una pubblica fruizione.

 

 

Donato Creti (Cremona, 1671 – Bologna, 1749)
Il piccolo Achille viene affidato al centauro Chirone, 1714 ca.

Olio su tela

 

 

 

Donato Creti (Cremona, 1671 – Bologna, 1749)
Dio fluviale (sovrapporta), 1715-1721

Olio su tela

 

 

C’è una rinnovata attenzione all’individuo nella cultura illuminista che si afferma nella seconda metà del Settecento e che porta all’aumento di richieste di ritratti ufficiali qui, fra gli altri, rappresentato dal Marchese Angelelli e non ufficiali, sempre del Crescimbeni, il Ritratto della contessa Elena Marescotti Marsili. E’ ben individuata in Palagio Palagi la tendenza, che si affermerà nel corso dell’Ottocento, di raffigurazione del soggetto come eroe antico o come divinità. Sempre del Palagi è presente un unicum: sono qui esposte le tele in cui egli copiò alcuni degli affreschi della galleria di Teseo, collocata in Palazzo Torlonia a Roma e da lui realizzati tra il 1813 e il 1815. Il ciclo riscosse subito un grande favore e Palagi comprese che questa fama l’avrebbe favorito nel procurarsi commissioni di nuove decorazioni; quindi conservò quando possibile i disegni dipinti a olio utilizzati come modelli (La Verità che fustiga il Vizio e scaccia la Menzogna) e riprodusse in quadri gli episodi che ritenne più riusciti. Il palazzo venne distrutto all’inizio del XX secolo e con esso gli affreschi, dei quali rimane unica memoria in queste riproduzioni autografe conservate in museo.

E ancora Palagio Palagi, con un pluri ritratto, dipinto assai famoso. Ed è un vuoto o un pieno che tiene uniti i membri della famiglia Insom? Forse sono avvolti in un mantello o forse il pittore si è stancato di dipingere. Quale poi il suo significato? L’insolito ritratto di famiglia fa parte di un numeroso gruppo di ritratti che Palagi fa agli amici più cari, soffermandosi solo sulla descrizione dei loro volti e delle loro espressioni. Dobbiamo considerare che non era ancora stata inventata la fotografia!

 

Pelagio Palagi (Bologna, 1775-Torino, 1860)

La famiglia Insom, 1815

Olio su tela

 

 

 

Nel cantiere romano di Palazzo Torlonia, Palagi si era avvalso dell’aiuto di giovani artisti, giunti a Roma per perfezionare i loro studi. Tra loro si distingue presto, per il suo talento innovativo, il veneziano Francesco Hayez.

Innovativa non è solo la tecnica di Hayez, anche i temi a lui cari, l’oppressione e la resistenza civile che troveranno riscontro nelle sue tele simulati in soggetti di storia medievale e rinascimentale.

Dopo il fallimento dei moti risorgimentali del 1831 Hayez dipinse una serie di figure femminili, alcune allegorie della Melanconia, altre eroine di cui si racconta nella Bibbia. Ma non si pensi che il pittore, che aveva raccontato nel modo più efficace le speranze delle lotte del Risorgimento italiano, avesse cambiato genere. Nella sensualità di questa donna, Ruth, dagli occhi lacrimosi si nasconde la narrazione della tensione e della speranza verso nuovi obiettivi sociali e politici degli Italiani vissuti quasi 200 anni or sono. Queste giovani donne, che avevano vissuto una parte della loro vita oppresse dallo straniero, simboleggiavano l’Italia, al Nord occupata dall’Impero Austro-Ungarico e il loro pianto e il loro dolore erano dovuti al fallimento dei moti del 1831.

 

 

 

 

Francesco Hayez (Venezia, 1791 – Milano, 1882)
Ruth, 1835

Olio su tela

 

 

Il rinnovamento stilistico prosegue nel decennio a cavallo dell’unità d’Italia, presente nella pittura verista di Raffele Faccioli, Angelo Mancini, Coriolano Vighi. Innovazioni fondamentali per aprire la strada alle sperimentazioni che chiuderanno il secolo, come testimonia la tela di Alfredo Savini presente in mostra.

Ma quanto tempo è passato?

La bellezza dell’arte dell’antica Grecia è lontana nel tempo eppure il suo fascino e la sua fama sono rimaste vive. La loro memoria ci è stata assicurata dalle copie realizzate dagli scultori dell’antica Roma, che spesso preferirono utilizzare il marmo piuttosto che il bronzo, amato dai loro predecessori. Come in un romanzo giallo, inseguendo personaggi ed indizi, si svela la storia della testa della dea della saggezza, Athena Lemnia, che infine ispirò anche un moderno scultore napoletano. La testa antica fu acquistata da Pelagio Palagi, attento e colto collezionista, presso un antiquario per pochi soldi. Solo in seguito il venditore si rese conto di cosa aveva ceduto e propose al pittore di riacquistare il capolavoro, naturalmente senza successo. Questa preziosa scultura è esposta al Museo Civico Archeologico, ma lo scultore napoletano Vincenzo Gemito (1852-1929) – ammirato esponente delle correnti artistiche futurista e secessionista – realizzò, in occasione di una mostra collettiva tenuta a Montecatini nel 1912, una scultura in marmo di Efebo o meglio, una sua libera interpretazione della sopraddetta Athena Lemnia (comunemente anche nota come “testa Palagi”), che fu acquisita dal Comune di Bologna ed è oggi esposta in museo.

Avanzando si torna, anche.

 

 

 

Vincenzo Gemito (Napoli, 1852-1929)

Athena Lemnia, 1912

marmo

 

 

I misteri sono stati svelati e alle domande è stata data risposta. Per il prossimo racconto l’appuntamento è con le immagini e l’atmosfera di un luogo magico: il giardino delle arti di Case Zucchelli visitato in occasione dell’evento CUBo ‘CIN CIN con l’Arte! | Contemporanea! Arte vicina vicina’.

 

Si ringrazia

 

Silvia Battistini, curatrice delle Collezioni Comunali d’Arte | Musei Civici d’Arte Antica – Istituzione Bologna Musei

Paolo Cova, storico dell’arte

Andrea Lambertini Mantovani

Letto 15 volte

Franca Pili

Franca Pili

Segreteria CUBo

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