Dante e Bologna; dalla Garisenda fino ad Avati

“Dante” il film di Pupi Avati, uscito nelle sale questo autunno, dedicato al poeta italiano più famoso nel mondo, è un ulteriore conferma del rapporto indissolubile che lega il Sommo poeta a Bologna. Il regista è stato forse il primo a dedicare una pellicola intera all’autore della Divina Commedia. Abbiamo deciso di approfondire la storia di questo rapporto che la città delle Due Torri coltiva con il poeta fiorentino fin dalla sua gioventù. Lo abbiamo fatto intervistando un esperto dantista dell’Università di Bologna, il professor Giuseppe Ledda.

«Nel film di Pupi Avati non ci sono in realtà riferimenti a Bologna – afferma Ledda – il regista ha voluto lanciare una proposta che ha uno sguardo molto più globale, chiedendosi come sia possibile che il cinema italiano non abbia mai dedicato una pellicola alla storia di Dante»

Secondo il professore il rapporto tra il Sommo Poeta e Bologna, disegna un percorso complesso e per certi aspetti contraddittorio, ma è un rapporto che resta sempre necessario e vitale. All’inizio è più positivo, ma  muterà negli anni in cui scriverà la Divina Commedia. Bologna rappresentò, dunque, una città non secondaria nella vita di Dante.

La prima immagine che lega Dante a Bologna è quella di un giovane che frequentava gli ambienti universitari bolognesi, pur non essendo uno studente. «Conosceva però gli studenti, i professori e il mondo dei commerci bolognesi. Bologna aveva strettissimi rapporti con Firenze. Quello che sappiamo è che sicuramente Dante ha conosciuto dunque fin da giovane la vita culturale bolognese. D’altronde bolognese era stato Guido Guinizelli nella cui eredità poetica Dante stesso ritiene di collocarsi. Frequenta il circolo dei poeti amorosi bolognesi e ritiene che da questa tradizione sia poi nata la rivoluzione del Dolce stil novo», continua il professore.

Qual è la prova principale di questa presenza? «Quando Dante aveva solo 22 anni viene trascritta una sua poesia sui “Memoriali bolognesi”, documenti notarili ai cui margini venivano riportate poesie per evitare aggiunte indebite. Qui si legge un sonetto in cui Dante raccontava che rimasto incantato di fronte alla Garisenda e distratto da questa visione, non si era accorto che poco lontano era passata la donna di cui era innamorato», racconta il docente. Una scenetta tipica per i giovani che frequentano Bologna, che potrebbe essere benissimo una storia in cui potrebbero ritrovarsi anche tanti studenti e fuorisede bolognesi di oggi.

(…) poi la Garisenda

torre miraro cum li sguardi belli

Bologna torna anche nel De Vulgari Eloquentia, opera scritta quando ormai Dante si trovava già in esilio da qualche anno, in cui il poeta fa una ricerca sul volgare italiano, cercandone la forma “illustre”, degna di essere usata per la poesia di argomenti elevati. «Il De Vulgari è un’opera in latino – spiega Ledda – di grande valore tecnico evin cui Dante dimostra di conoscere bene la città, spiegando che esistono diversi dialetti bolognesi nei diversi quartieri. A porta San Felice, non si parla lo stesso bolognese di strada Maggiore. Anche qui Bologna viene raccontata positivamente. Dante critica effettivamente tutte le lingue italiche. Bologna però avrebbe avuto, secondo il Dante linguista, un volgare, seppure non perfetto, migliore di altre realtà. Questo perché il volgare bolognese contemperava l’estrema dolcezza dell’idioma romagnolo e la durezza di quello emiliano».

Dante Alighieri il film di Pupi Avati

Il professore spiega che questo atteggiamento avrebbe dato corpo all’ipotesi, avanzata da molti studiosi, anche se contrastata da altri, secondo cui Dante negli anni che corrispondono al periodo di produzione di quest’opera, 1304-06, sarebbe stato ospite in città. Almeno fino al 1306, quando le cose cambiano a sfavore degli esuli fiorentini, perché cambia il governo cittadino.

Da quel momento in poi sembrerebbe cambiare anche la visione di Bologna nell’opera dantesca. Ci sono canti dell’Inferno in cui la città viene raccontata in modo meno positivo. La Garisenda viene paragonata al gigante Anteo nel XXXI canto. Una visione meno idilliaca della giovinezza. Il gigante effettivamente sarebbe un simbolo di superbia, di arroganza, di peccato.

Qual pare a riguardar la Garisenda

Sotto il chinato, quando un nuvol vada

Sovressa sì, che ella in contro penda

Bologna fa rima con menzogna nel XXIII canto, quando troviamo all’inferno due frati bolognesi Catalano dei Malavolti e Londerigo degli Andalò. «Sono loro che secondo Dante avrebbero avuto – spiega sempre Ledda – un ruolo importante nella vita fiorentina e si sarebbero comportati da ipocriti. Fingendo di ergersi a pacieri tra Guelfi e Ghibellini, avrebbero consentito il massacro di questi ultimi. Non solo. C’è un riferimento malizioso all’Università di Bologna. Virgilio è stato preso in giro dai diavoli e gli viene spiegato, con i seguenti versi, che è noto che del diavolo non ci si può fidare: 

Io udi’ già dire a Bologna 

del diavol vizi assai, tra ’ quali udi’ 

ch’elli è bugiardo, e padre di menzogna

L’intento di questo riferimento sarebbe ironico, significherebbe: non bisogna certo studiare a Bologna per sapere che il diavolo mente».

Un’altra prova tangibile di un rapporto cambiato con Bologna era del resto già evidente nei canti precedenti: nel canto XV dell’Inferno viene posto tra i sodomiti il professore bolognese di diritto e figlio del grande glossatore Accursio, Francesco. 

Inoltre nel canto XVIII è collocato nel cerchio dei fraudolenti e in particolare nella bolgia dei ruffiani il bolognese Venedico Caccianemico. In questo caso si dice addirittura che in quel “reparto” dell’Inferno ci sarebbero tanti bolognesi, che addirittura probabilmente ce ne erano meno all’epoca in vita tra il Reno e il Savena. Insomma non un bel ritratto per Bologna.

Una scena tratta dal film di Pupi Avati

«C’è chi dice che in realtà questa rappresentazione negativa presente nell’Inferno non sarebbe la prova di un rapporto negativo tra Bologna e Dante. In fondo Dante si scaglia contro tante città italiane e molto più malamente. Il suo potrebbe essere più un cattivo rapporto proprio con la dimensione municipale in generale», avverte il professore. D’altronde aggiungiamo che Dante si riconosceva nella dimensione politica universalistica dell’impero. Prova ne sarebbe la citazione più positiva che avrebbero altre figure legate a Bologna nel Purgatorio (Oderisi da Gubbio e Guido Guininzelli) e nel Paradiso (il professore di teologia Graziano e San Domenico). Infine bisogna sottolineare quante volte la città di Bologna ritorni nella Divina Commedia, testimonianza del rapporto stretto tra la città e il grande genio fiorentino.

C’è chi però, aggiunge sempre il nostro intervistato, rintraccia nei versi non troppo positivi, dedicati a Bologna da Dante nella Commedia, una delusione personale, forse legata al clima politico che impedisce a Dante di rimanere a viverci dopo il 1306. Anche molti anni più tardi qualche problema politico con Bologna rimane, come prova la risposta all’invito di un professore dell’Università di Bologna, Giovanni del Virgilio, che lo esortava ad abbandonare la lingua del volgo e scrivere un poema epico in latino, suggerendo in tal caso di ricevere a Bologna la laurea poetica. Dante si difende, scrivendo un’egloga (componimento poetico, caratteristico della poesia pastorale, idealizzazione idillica della vita dei pastori e in genere della vita campestre, assai spesso allegorico e in forma dialogica. Treccani, ndr) in latino, la sua scelta di usare il volgare. In questo testo imita i canti bucolici virgiliani dimostrando la sua competenza anche nella lingua dei classici. Poi spiega che a Bologna rischierebbe la vita a causa di un Polifemo. Una metafora dietro cui celerebbe Fulcieri di Calboli, nemico dei guelfi bianchi e capitano del popolo a Bologna.

Il rapporto tra Dante e Bologna, però, non finisce così, anzi si nutre anche dopo la morte del poeta. «È a Bologna, dove c’era un’importante tradizione di copisti, che il figlio Jacopo probabilmente portò il poema finalmente completo del padre perché ne fossero fatte delle copie e l’opera fosse così divulgata. Poi Iacopo della Lana e Graziolo Bambaglioli  furono tra i primi commentatori della Commedia, proprio a Bologna. Importante fu più tardi il ruolo in questo senso di Benvenuto da Imola, nella seconda metà del Trecento. Inoltre, un affresco del Quattrocento di Giovanni da Modena in una cappella della basilica di San Petronio sembra ispirarsi proprio all’Inferno di Dante».

Nei secoli successivi le tracce di memoria dantesca sono numerose, ma non particolarmente significative. Nell’Ottocento rinacquero anche a Bologna gli studi su Dante, considerato, nell’atmosfera risorgimentale, padre della patria per il suo contributo alla lingua italiana. «Furono due illustri professori dell’Università di Bologna a tenere importante corsi su Dante: prima Giosué Carducci e poi Giovanni Pascoli, fondando così la grande tradizione degli studi danteschi dell’Alma Mater, che ancora oggi cerchiamo di portare avanti», conclude il professor Ledda.

Su questa grande tradizione bolognese è stata organizzata una bellissima mostra, “Dall’Alma Mater al mondo. Dante all’Università di Bologna”, che si è tenuta lo scorso anno presso la Biblioteca Universitaria di Bologna e che può ancora essere visitata online nella sua versione virtuale: https://exhibits.ficlit.unibo.it/s/dante-univ-bologna/page/introduzione

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