De Chirico ‘postmoderno’ a Palazzo Pallavicini

Bologna ospita una mostra dedicata a Giorgio de Chirico a cura di Elena Pontiggia e Francesca Bogliolo, in collaborazione con la Fondazione Giorgio e Isa de Chirico. ‘De Chirico e l’oltre. Dalla stagione «barocca» alla neometafisica (1938-1978)’ a Palazzo Pallavicini raccoglie un corpus di oltre settanta opere e ricostruisce gli ultimi quarant’anni della produzione dell’artista, scomparso a Roma nel 1978. 

Giorgio de Chirico, com’è noto, è tra gli iniziatori e principali esponenti all’inizio degli anni Dieci della pittura metafisica, caratterizzata nelle sue tele da accostamenti insoliti e perturbanti di oggetti disparati e spazi enigmatici costruiti secondo le regole della prospettiva quattrocentesca. E anche se la metafisica è ciò che contraddistingue in toto de Chirico nei racconti delle storie dell’arte, non è meno interessante indagare la produzione successiva, decisamente meno conosciuta e compresa. Come afferma la curatrice Elena Pontiggia «de Chirico non è morto nel 1918, come pensava malignamente Breton. Anzi, ha continuato a dipingere con grandi invenzioni, sia quando negli anni Quaranta e Cinquanta guarda all’età barocca di Rubens (e di Raffaello, Ingres, Dürer), sia quando, nel 1968, reinventa la sua pittura metafisica. La reinterpreta cioè con un senso del gioco e una leggerezza che la trasformano in qualcosa di diverso dai suoi quadri degli anni Dieci».

Giorgio de Chirico, Autoritratto nel parco con costume del Seicento, 1956, © Fondazione Giorgio e Isa de Chirico, Roma

La stagione barocca dell’artista, con cui si apre la mostra, è quella che copre il trentennio 1938-68. Nel 1939 de Chirico lascia Parigi, che aveva definito dodici anni prima come «la città occidentale per eccellenza» verso la quale «emigrano non solo gli uomini, ma le cose». L’artista aveva deciso di ritrasferirvisi nel 1925, in seguito al successo riscontrato da una mostra personale tenutasi nel maggio dello stesso anno a L’Effort Moderne. In quel periodo l’artista viveva un successo critico e commerciale senza precedenti. Lasciata la Francia si divide prima fra Milano e Firenze e infine si stabilisce definitivamente a Roma nel 1944. La pittura di questi anni si ispira ai grandi maestri del passato ed è caratterizzata da campiture dense. In mostra sono presenti una serie di autoritratti, come il famoso Autoritratto nudo del 1945 e l’emblematico Autoritratto nel parco con costume del Seicento del 1956, in cui, usando ancora le parole di Pontiggia «non solo asseconda il suo interesse per una decorazione esuberante, per la bellezza di vesti inconsuete, ma dichiara tutta la sua distanza dal suo tempo, la sua estraneità al moderno». Sono esposte anche altre opere fondamentali come Natura morta ariostesca, La pattinatrice e la terracotta Bucefalo, tutti realizzati nel 1940.  

Il percorso espositivo continua e si conclude con la stagione neometafisica relativa al decennio 1968-78, in cui de Chirico ritorna ai temi del passato reinterpretandoli con ironia, in forme più serene e con colori più accesi. Alla pittura pastosa della stagione barocca sostituisce una costruzione nitida delle forme, come in Ettore e Andromaca del 1970, Il sole sul cavalletto del 1973, I bagni misteriosi e Le muse inquietanti del 1974 e Visione metafisica di New York, 1975. L’artista aveva parlato del «gran mistero del colore» in Vale Lutetia, racconto scritto alla fine del 1924 dove «le pitture di Zeusi e di Apelle» gli mostrano i colori «che m’apparvero una sera sullo schermo d’un cinematografo ove si rappresentava quel film meraviglioso di metafisica, che si chiama I dieci comandamenti». Passato e presente che si intersecano, ancora una volta.  

 

https://fondazionedechirico.org/ 

Foto copertina: Giorgio de Chirico, Ettore e Andromaca, 1970, © Fondazione Giorgio e Isa de Chirico, Roma

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