Dedicato al tema della ‘Giustizia’ la ventiduesima edizione del Festival della filosofia

Dal 16 al 18 settembre si terrà tra Modena, Carpi e Sassuolo la ventiduesima edizione del Festival di Filosofia. Saranno quasi 200 gli appuntamenti ospitati quest’anno, fra lezioni magistrali, mostre e spettacoli. A interrogarsi e sviluppare il tema di quest’anno, la giustizia, ci saranno sia ospiti italiani e volti noti del festival (come Enzo Bianchi, Massimo Cacciari, Donatella Di Cesare, Roberto Esposito, Maurizio Ferraris, Simona Forti, Umberto Galimberti, Stefano Massini, Salvatore Natoli, Massimo Recalcati, Carlo Sini e altri), che voci mai ospitate prima del panorama filosofico internazionale (come Joanna Bourke, Anne Lafont, Walter Scheidel, Wolfgang Streeck e altri). 

Anche l’ateneo di Bologna sarà autorevolmente rappresentato nel festival da Anna Maria Lorusso, professoressa associata di teoria dei linguaggi, dall’ex rettore e latinista Ivano Dionigi, così come da Roberto Brigati, professore associato di filosofia morale presso il Dipartimento di Filosofia e Comunicazione. A quest’ultimo abbiamo fatto alcune domande sull’edizione di quest’anno del festival e, più in generale, sul rapporto tra ricerca universitaria e divulgazione. Negli ultimi anni le sue indagini si sono concentrate soprattutto sulla filosofia dell’antropologia – particolarmente importanti sono i suoi studi sulla svolta ontologica – ma i suoi interessi si sono rivolti anche al dibattito relativo alle teorie della giustizia e ai concetti di merito e meritocrazia. È proprio sulla scorta del suo libro Il giusto a chi va: Filosofia del merito e della meritocrazia (Il Mulino, 2015) che il professore terrà la sua lectio magistralis il prossimo venerdì 16 settembre alle 15 a Carpi.

Prof. Roberto Brigati

Professor Brigati, il festival di filosofia di Modena rappresenta probabilmente il maggiore evento di divulgazione filosofica in Italia. Qual è, o quale dovrebbe essere, secondo lei, il rapporto tra ricerca filosofica accademico-universitaria e ‘divulgazione’? Che funzione svolgono, o dovrebbero svolgere, eventi come quelli di Modena rispetto al rapporto tra filosofia e sfera pubblica?

In un’intervista del ’73 (www.youtube.com/watch?v=By-kacAeKv4), Sartre constatava che c’erano in quel momento insegnanti che spiegavano l’esistenzialismo meglio di lui, in modo più semplice e diretto. Ed era normale, diceva, perché lui certe cose aveva dovuto inventarle. “Il destino della filosofia – concludeva Sartre – è di essere popolarizzata“. Per me queste parole così spontanee, da un filosofo difficile e proverbialmente impegnato, dicono tutto quel che c’è da dire. Fare divulgazione filosofica è possibile, è utile, non tradisce affatto gli scopi della ricerca filosofica, e sono convinto che abbia un pubblico. In Italia sembra essere limitata ai ‘grandi eventi’, ma altrove è cosa di tutti i giorni. In Gran Bretagna esiste da 10 anni una cattedra di ‘Public understanding of philosophy’ (in analogia alle tante che ci sono per la scienza, e Dio sa quanto ce n’è bisogno). In Francia il podcast più scaricato di RadioFrance è una trasmissione di filosofia. Da noi una trasmissione filosofica non esiste nemmeno: e pensare che siamo tra i pochissimi paesi che hanno un insegnamento consistente di filosofia nelle secondarie. Sì, a volte le cose studiate a scuola generano un rigetto; ma spesso in età matura si ritorna con piacere a Manzoni o alla storia egizia. Perché non dovrebbe essere possibile con la filosofia?

Del resto c’è continuità tra divulgazione e ricerca. Molti miei lavori nascono da lezioni per un pubblico non specialistico. Il libro per il quale mi hanno invitato al festival nacque come ciclo per il Collegio Superiore di Unibo, dunque rivolto a studenti d’ogni tipo e non solo di filosofia. Ho sempre lavorato con non filosofi. Per 14 anni ho insegnato etica a studenti di scienze dell’educazione, in particolare agli educatori, anzi educatrici, di nido, ed è stata un’esperienza didattica appassionante. Un pubblico di filosofi accetta quello che gli dai: si studia Platone perché è Platone. Ma la sfida è quando devi mostrare a qualcuno che Platone o Rawls han qualcosa da dirgli ora, per la sua vita. Allora sì che devi spremerti.

Un po’ questo è stato anche lo spirito che mi ha portato dall’anno scorso a una collaborazione con Clueb, per la quale sto curando una collana di libri introduttivi a temi, campi, autori filosofici, pensati per studenti ma anche per il pubblico più generale. Anche qui la sfida è non fare il bignami di Platone, ma penetrare nella società e nel dibattito pubblico.

Locandina Festival Filosofia

Il tema scelto per l’edizione di quest’anno è la giustizia. Che significato ha per lei questa scelta? 

Non posso parlare per chi organizza il festival, ma per me è un’occasione per continuare un po’ quel che dicevo prima. L’idea di giustizia modella molto in profondità il nostro comportamento, il nostro senso della convivenza. Li modella nel senso che dire ‘giusto’ e ‘ingiusto’ è già motivo per agire: dire che una cosa è ingiusta significa immediatamente che dovrei impedirla, dire che è giusta significa che dovrei realizzarla. Ecco, qui la sfida è spezzare questo senso di ovvietà, di assolutezza, e mostrare che val la pena di riflettere filosoficamente su questa idea, perché gli interrogativi ci sono. Bisogna sempre fare ciò che è giusto? Anche ‘contro ogni speranza’? Quando per esempio si sa che non è realizzabile, o che la sua realizzazione comporta un costo, magari svantaggi o sofferenze per qualcuno, o addirittura per tutti, perché ‘assoluto’ vuol dire questo, non guardare in faccia nessuno? Questi non sono quesiti astratti, è quotidianità. Si pensi agli appelli a donare che riceviamo ogni giorno per posta o TV dalle Ong. In teoria è giusto donare, no? E allora cosa ci trattiene, che considerazioni entrano in gioco? In realtà noi negoziamo continuamente il nostro comportamento di giustizia. Come docente, devo dedicare lo stesso tempo e lavoro a tutti gli studenti, a rischio d’esser sbrigativo? O devo prendermi davvero cura di chi ho davanti in quel momento, a rischio di far aspettare gli altri per tempi interminabili, e di compromettere la mia produttività scientifica? Come bilancio queste considerazioni? Questa, semplicemente, è riflessione filosofica.

Il suo intervento si intitolerà ‘A chi va il giusto? Merito e distribuzione’: posso chiederle qualche anticipazione sui temi e i problemi che affronterà?

Ho scritto quel libro otto anni fa, quando in Italia il dibattito sulla meritocrazia era nello stesso tempo acceso e semplicistico. Si diceva ‘meritocratico’ come fosse un sinonimo di ‘buono’. Il mio intento era mostrare che il concetto è più complesso. Da allora sono usciti altri studi o pamphlet sulla stessa linea, forse è cambiato qualcosa nella sensibilità pubblica. Vedremo come reagirà il pubblico di Carpi.

 

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