Dialogo con Stefano W. Pasquini

Negotiate your freedom è la scritta a caratteri cubitali che accoglie i curiosi che entrano nel laboratorio di Stefano W. Pasquini. Un segnale del suo fare, per usare le sue parole, che si illumina e si intravede dalla strada anche di notte. Negozia la tua libertà è anche un buon claim che sintetizza un tema fondamentale per la sua ricerca: il ruolo dell’artista e la sua libertà di espressione. Nato a Bologna, Pasquini ha studiato all’Accademia delle Belle Arti della stessa città e maturato esperienze di rilievo internazionale. Oggi è artista, curatore e scrittore, vive e lavora nella sua città natale dove insegna tra le altre materie Editoria d’Arte e Linguaggi Multimediali a testimonianza della natura multidisciplinare e orizzontale del suo percorso. In passato è stato selezionato per tre edizioni del progetto Video Art Year Book promosso dal dipartimento delle arti dell’ateneo bolognese. 

Della sua ricerca artistica è stato scritto che è impossibile inquadrarla in una classificazione canonica. Si ritrova in questa osservazione?

«Ho sempre cercato di essere molto libero riguardo alle possibilità di espressione, oggi poi i filoni e i movimenti artistici sono stati in larga parte abbandonati anche se l’idea di appartenere ad un gruppo artistico e di pensiero non mi dispiace. Se mi dovessi collocare mi ritrovo nell’esperienza di arte concettuale e nel neo-concettualismo degli anni novanta a cui sono vicino anche dal punto di vista generazionale, malgrado io dipinga e la pittura non venga annoverata in questo filone. Mi sento più lontano invece alle correnti precedenti come la transavanguardia e l’arte povera. In generale sono un appassionato di arte, non solo della mia, ma anche di quella degli altri».

A proposito di arte degli altri c’è un artista in particolare che ha ispirato il suo lavoro?

«Mi hanno sempre affascinato surrealismo e dadaismo, in particolare il lavoro di Man Ray, la sua poetica, anche romantica, e la sua libertà di linguaggio. Concetti leggeri che si tramutano in opera d’arte e diventano profondi. A livello locale mi ha influenzato moltissimo la scuola di Concetto Pozzati, mio insegnante, da cui ho imparato molto, soprattutto l’uso dell’ironia nella pratica artistica».

Stefano W. Pasquini, Where does your memory goes? // Dove va la tua memoria?, 2021
Stefano W. Pasquini, Where does your memory goes? // Dove va la tua memoria?, 2021

Bristol, Dublino, Londra, New York. Per circa dieci anni ha vissuto e lavorato all’estero. Che impronte hanno lasciato queste esperienze e da dove è ripartito una volta rientrato?

«La leggerezza del mio fare arte, la sperimentazione, l’uso di parole inglesi nelle mie opere hanno una valenza anglosassone. Quando sono tornato ho lavorato molto come artista e curatore, una figura che in Italia non esisteva ed è stata accettata solo da una decina di anni, all’estero era invece piuttosto diffusa essendo comune avere più ruoli nel mondo dell’arte». 

Parlava di sperimentazione e di libertà artistica. Può spiegarci meglio?

«Nella mia pratica artistica non mi è mai interessato trovare uno stile e replicarlo all’infinito, è una logica che funziona molto bene per il mercato: la gente ti riconosce e ti compra. Ho sempre trovato più interessante operare in maniera libera, anche se questo rende il mio stile non così facilmente riconoscibile e identificabile. Un altro concetto su cui ho lavorato molto è quello della quantificazione come processo creativo. 2004 è stato un progetto in cui ho realizzato un’opera d’arte al giorno per un anno con una mostra conclusiva in cui ho esposto i lavori realizzati con diversi media, scardinando così un’altra logica del mercato dell’arte secondo cui l’artista deve produrre poco».

Stefano W. Pasquini, US1001 (Frightening Figure), 2010
Stefano W. Pasquini, US1001 (Frightening Figure), 2010

Quale dovrebbe essere a suo avviso il ruolo dell’artista nella società?

«Mostrare alternative di pensiero, filosofiche, politiche, visive anche se in questo momento trovo che questa figura sia in crisi. Viviamo in una situazione di creatività diffusa, del “posso farlo anch’io”, della saturazione artistica con una sovrabbondanza di contenuti e progetti dove le alternative visive sono praticamente esaurite. Il proliferare dei mezzi di comunicazione ed espressione, la loro sempre più facile accessibilità, il confine sempre più debole tra ciò che è reale e ciò che è finzione, hanno messo in crisi la capacità di rappresentazione artistica. Sui social vediamo persone che non sono artisti, ma fanno performance usando il linguaggio delle arti visive. Per questo motivo Nft e intelligenza artificiale spopolano. Tecnologie utilissime che però non soddisfano completamente il bisogno di creatività e di espressione dell’essere umano che passa soprattutto dal fare manuale, un bisogno che nei miei corsi trovo ancora attuale e a cui penso si dovrà tornare in maniera più accentuata».

In questo momento a quali progetti sta lavorando?

«Un progetto a lungo termine che mi appassiona molto è “The book of people”, una sorta di enciclopedia di storie comuni nata con l’intento di tenere viva la memoria di persone di cui altrimenti non rimarrebbe traccia, testimonianze raccolte attraverso una call aperta per l’invio dei materiali. L’idea è costruire un libro d’artista, uno dei medium che prediligo al momento. Sto lavorando anche a un progetto espositivo per lo spazio dell’Assemblea Legislativa della regione Emilia-Romagna con altri artisti emiliano-romagnoli a cura di Sandro Malossini».

Stefano W. Pasquini, Fondata sul lavoro, 2022. Opera prodotta nell’ambito del workshop tenuto da Stefano W. Pasquini per la Casa della Cultura Italo Calvino di Calderara, Bologna 
Stefano W. Pasquini, Fondata sul lavoro, 2022. Opera prodotta nell’ambito del workshop tenuto da Stefano W. Pasquini per la Casa della Cultura Italo Calvino di Calderara, Bologna

Il tema della memoria ritorna. Where does your memory go? è anche il titolo di uno dei suoi ultimi progetti espositivi allestito nella casa museo Giorgio Morandi. Qual è stato il centro del suo interesse in questo caso?

«È una riflessione condivisa su quanto realmente ci rimane delle persone e delle situazioni che incontriamo nella vita, di come memorie personali si mescolino con la storia intesa come susseguirsi di eventi. Per questo progetto ho dipinto alcune tele di grandi dimensioni che ritraggono figure della mia famiglia, con il linguaggio pittorico ho fissato memorie tramandate oralmente. Per l’occasione ho inoltre mescolato oggetti, sempre appartenenti al mio vissuto personale a quelli del pittore bolognese e conservati nella sua abitazione-museo. Come gli oggetti di Morandi ci aiutano a ricostruire la sua storia, i suoi interessi, le sue ossessioni, anche gli oggetti delle persone a noi care ci raccontano qualcosa di loro seppur attraverso forme distinte da quella orale».

Stefano W. Pasquini, Where does your memory goes? // Dove va la tua memoria?, 2021
Stefano W. Pasquini, Where does your memory goes? // Dove va la tua memoria?, 2021

A proposito di arte e di oralità, da anni conduce la rassegna radiofonica Coxo Spaziale in cui presenta il lavoro di altri artisti. Di cosa si tratta?

«È una rassegna che va in onda su Radio Fujiko da circa dieci anni tutti i lunedì sera. È nata intorno ai temi dell’arte e del teatro poi si è ampliata alla musica, alla performance, alla cultura. Un modo di far appassionare gli altri a ciò che appassiona me, di sfatare lo stereotipo che l’artista sia una figura con ispirazioni divine e idee geniali e far capire che, al contrario, è una persona comune che fa ricerca, dedicandosi quotidianamente al suo lavoro e, grazie a questo impegno, ottiene risultati sviluppando idee che esprime con i linguaggi dell’arte a beneficio di tutti». 

Siti di approfondimento

https://www.stefanowpasquini.net/
https://www.thebookofpeople.net/

In copertina: Stefano W. Pasquini, UP2008 (Lia Fava), The book of people Il Libro delle Persone, 2020, acrilico su tela. 

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