Dottorato motore dell’innovazione grazie al Pnrr intervista al delegato prof. Marco Carricato

Il dottorato è certamente il motore dell’innovazione, anche grazie ai fondi dedicati provenienti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). E gli atenei sono ora chiamati direttamente a contribuire alla missione di rinnovamento del Paese, attribuendo una nuova centralità alla figura del dottore di ricerca e favorendone al tempo stesso l’inserimento occupazionale a livello qualificato sia nel mondo delle imprese sia nella Pubblica amministrazione. Ne abbiamo parlato con il prof. Marco Carricato, delegato al dottorato di ricerca dell’Università di Bologna- 

Prof. Marco Carricato

Importante in Ateneo, per la strategia efficace dell’innovazione, mettere a sistema il tema delle soft skills all’interno dei singoli percorsi di dottorato. Il ministero dell’Università e della Ricerca (Mur) ha adottato negli ultimi mesi importanti provvedimenti che hanno comportato l’aggiornamento della normativa vigente in tema di dottorato. In particolare, sono state semplificate le procedure per coinvolgere attivamente le imprese fin dall’inizio del percorso formativo, nel contesto del cosiddetto ‘dottorato in convenzione’, nonché quelle per costruire in maniera più flessibile percorsi innovativi che corrispondano ai fabbisogni di innovazione espressi dal sistema delle imprese.

 

Un cambio di visione e di mentalità che avrà bisogno certamente di tempo per radicarsi: “Il dottorato di ricerca rappresenta il terzo livello di formazione universitaria ed è stato istituito ufficialmente in Italia solo nel 1983, in relativo ritardo rispetto all’esperienza di altri Paesi europei paragonabili al nostro. Forse per questo motivo il sistema produttivo, ma anche a volte l’accademia, non ha compreso pienamente finora le sue potenzialità intrinseche. Il dottorato può esser il motore per valorizzare e supportare la cultura dell’innovazione”. Così interviene il Prof. Marco Carricato, delegato al dottorato di ricerca dell’Università di Bologna

Al fine di rafforzare le condizioni abilitanti per un aumento della capacità di innovazione delle imprese, è stata proposta dal Pnrr una specifica misura che prevede l’attivazione su scala nazionale di 15mila borse di dottorato, destinate ad attività di ricerca in collaborazione con le imprese. Queste ultime sono chiamate dunque alla definizione del tema di ricerca, cofinanziando per metà l’importo delle borse. Come sottolinea il prof. Marco Carricato, “si tratta di una misura di proporzioni enormi, pari ad un investimento di 450 milioni di euro, che testimonia quanto lo Stato creda nella necessità di dover potenziare il dottorato di ricerca. Al tempo stesso ci si aspetta che ci creda anche il sistema delle imprese, al punto da mettere a disposizione altri 450 milioni. È a tutti gli effetti una sfida di sistema, che mi auguro possa essere coronata dal successo.”

Il momento storico è quindi sfidante per il dottorato di ricerca in Italia, perché è necessario procedere in un certo senso ad una rivisitazione dei suoi percorsi che non ne alteri però la vocazione originaria. Al modello ‘tradizionale’ di dottorato, pensato prima di tutto come addestramento alla carriera accademica per chi lo frequenta, se ne dovrà progressivamente affiancare, coesistendovi, uno ‘innovativo’, nel quale puntare soprattutto al perfezionamento delle figure professionali a più elevata specializzazione, destinate all’inserimento qualificato nel tessuto produttivo del Paese. Da questo punto di vista, osserva il prof. Carricato, “stanno diventando sempre più importanti non solo le conoscenze e le abilità di ricerca verticale acquisite dai dottorandi, ma soprattutto le competenze trasversali. Si tratta cioè di imparare a concepire, progettare e realizzare in maniera autonoma programmi di ricerca, a condurre analisi esplorative, a risolvere problemi complessi con rigore metodologico e al tempo stesso con creatività e originalità. È indispensabile interagire con contesti divenuti intrinsecamente internazionali, multilinguistici e multidisciplinari, perché la ricerca si colloca in un mondo globalizzato. Non ultima viene la competenza che il dottorando acquisisce nel disseminare i risultati delle proprie attività, cosa particolarmente importante in termini di restituzione alla società in senso lato. Tutte queste competenze si riconducono a qualità che ritengo siano fondamentali, nelle aziende e nella Pubblica amministrazione, per i livelli professionali più elevati, ossia quelli di coloro che devono determinare, declinare e realizzare le strategie di innovazione”.

In Ateneo si sono avviate negli anni scorsi alcune interessanti progettualità sul tema delle soft skills nell’ambito di alcuni percorsi di dottorato, grazie al coinvolgimento di professionalità interne e alla collaborazione di Art-Er. A questo riguardo, il delegato al dottorato sottolinea che “la sfida che si prospetta ora è quella di mettere a sistema tutte le molteplici e utili iniziative a vantaggio dei dottorandi, affinché possano diventare un progetto sistemico di Ateneo che arricchisca il percorso formativo. Sul tema sono state avviate sia una riflessione interna, sia una progettazione con la Regione Emilia Romagna, con l’intento di operare soprattutto un ampliamento delle opportunità. In Unibo c’è infatti una platea di 2.000 dottorandi, mentre i progetti pilota finora implementati, penso a quelli sui Campus, hanno coinvolto al massimo alcune decine di persone”. 

Indubbiamente la specificità del tessuto economico italiano, caratterizzato dalla prevalenza di imprese di piccola e piccolissima dimensione e dal predominio di settori produttivi a medio-bassa intensità tecnologica, determina un tasso relativamente basso di investimenti in ricerca e sviluppo, e quindi anche un livello corrispondentemente basso di domanda di capitale umano a qualificazione elevata.

Secondo l’opinione del prof. Carricato “le cose stanno cambiando, nel mondo più innovativo e più reattivo (e sicuramente l’Emilia-Romagna lo è) sono tante le aziende che si rendono conto che i dottori di ricerca sono una risorsa di alta qualificazione di cui hanno bisogno. Credo che invece si debba fare molta più strada sul versante della Pubblica amministrazione, che dovrebbe essere leader nella direzione di valorizzarne le competenze. Il fabbisogno di dottori di ricerca anche nelle discipline di ambito umanistico-sociale mi pare che sia chiaro a tutti. Tuttavia il tema del reclutamento di chi proviene da un percorso nell’area umanistica e sociale, anziché in quella scientifica e tecnologica, rappresenta una sfida che dobbiamo ancora vincere. Un altro problema che dobbiamo superare in Italia è quello legato agli importi drammaticamente bassi delle borse di dottorato. All’estero i dottorandi arrivano a guadagnare cifre molto più alte. Se l’alternativa che si pone è quella di scegliere tra una borsa di studio inadeguata oppure essere assunti direttamente dalle imprese, soprattutto nell’ambito delle cosiddette scienze pure, si apre un ulteriore problema, quello del reclutamento. A questo riguardo servirebbe una risposta di sistema, a livello nazionale, perché è molto difficile per un singolo ateneo aumentare il livello della borsa rispetto all’importo minimo ministeriale.”

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