Editoriale Cubo 24

di Vito Contento

Ci sono voluti il carisma e l’azione di un’attivista quindicenne, figlia di artisti e ammalata di sindrome di Asperger, la svedese Greta Thunberg, perché la crisi climatica vivesse un suo potente (ma temiamo effimero) momento di attenzione politico e mediatico. Qualsiasi siano i nostri progetti, personali o collettivi, le nostre ambizioni individuali, politiche o umanistiche, qualsiasi siano le nostre visioni del mondo e della vita: ci dispiace, c’è tempo per fare poco o quasi nulla. Ogni obiettivo, individuale o collettivo, può avere oggi un posto in agenda solo secondario rispetto all’urgente salvataggio del nostro habitat e cioè della specie umana. Salvataggio che se sarà, sarà rocambolesco, estremo e miracoloso.
Non c’era riuscito neppure Leonardo di Caprio, con quindici anni di ingenti donazioni e un documentario come Punto di non ritorno, a fare breccia in quella che potrebbe dirsi la più grande rimozione della storia dell’umanità.
Perché di rimozione si tratta e non si è rimosso pessimismo, catastrofismo, un nuovo esoterico millenarismo, ma si è rimossa la scienza.
Si è trattato di allontanare dalla coscienza collettiva i rapporti delle più eminenti (e democratiche) commissioni scientifiche di studi sul clima ed ecosistema del pianeta. Qui basti citare IPCC, Intergovernmental Panel on Climate Change (gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico), il foro scientifico delle Nazioni Unite il quale sostiene che fra 11 anni, nel 2030, se non avremo dimezzato le emissioni di C02 non ci sarà un possibile ritorno. Un obbiettivo talmente improbabile che viene voglia di non contemplarlo, proprio come se non ci fosse più nulla da fare, e abbandonarsi a un definitivo accelerato declino, inerte e pigro, goloso e lussurioso, per intenderci sulla stile de La grande bouffe di Ferreri.
Mentre ci sono da una parte poche persone, fra le quali Donald Trump, che parlano dell’alzamento climatico come “bufala” e “fenomeno passeggero”, dall’altra ci siamo tutti noi che invece è da quasi quarant’anni che conosciamo la gravità del fenomeno, ma ne rimuoviamo la tragica portata dell’imminente epilogo.
La scienza è ascoltata, conosciuta, diviene conoscenza, ma poi è rimossa. C’è chi nel fine settimana si allena pedalando su una bicicletta da corsa per centocinquanta chilometri, ma è la stessa persona che accende il suo SUV per andare alavoro, o in palestra, o al cinema ad appena cinque dalla suaabitazione. C’è chi scriverà righe simili alle mie, e al primo caldo accenderà l’aria condizionata in ufficio e ai prossimi appuntamenti elettorali voterà una forza politica che non contempla in programma alcuna questione ambientale.

Decidiamo se dare a Greta Thunberg un disincantatopizzicotto sulla guancia, ammirandola nella sua dolcezzae utopismo, o accogliere in tutti i nostri comportamenti il suo disperato allarme di mancanza di futuro, che è il rapporto della scienza, e dell’IPCC.

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