Eva Marisaldi

di Francesca Sibilla.

“La contemporaneità è il tempo che viviamo si, ma anche altro. Poichè viviamo in luoghi diversi, con prospettive diverse e diversi desideri c’è molto da capire”.

Eva Marisaldi, ama ricercare la profondità delle cose. Curiosa e attenta osservatrice, analizza, indaga con cura, crea relazioni e connessioni non scontate con ciò che ci circonda, restituendoci interventi sulla nostra quotidianità che si configurano come vere e proprie narrazioni, micromondi densi di simboli, percorsi articolati e complessi da decifrare in cui l’atto di riflessione iniziale dell’artista è già di per sé atto creativo e generativo per eccellenza.

Nata a Bologna nel 1966 dove tutt’ora vive e lavora, si è diplomata all’Accademia delle Belle Arti di Bologna affermandosi poi a livello nazionale e internazionale.

Tratto distintivo del suo percorso artistico è da sempre la ricerca e la sperimentazione disinvolta e aperta di linguaggi e tecniche espressive con cui narrare e rappresentare. Disegnatrice appassionata fin da bambina – “(…) il disegno è un filtro tra la nuda realtà e i casi a cui sono interessata”  la sua cassetta degli attrezzi si è arricchita nel tempo di molteplici e diversificati strumenti. Dai medium più artigianali e home made quali il ricamo, alla fotografia fino alle tecniche più moderne: installazioni, video e prodotti multimediali con un interesse particolare anche per i suoni e le vibrazioni che affiancano spesso le sue opere diventandone parte integrante anche grazie alla collaborazione con Enrico Serotti, musicista e compagno di vita.

Dal suo esordio alla Biennale dei Giovani Artisti dell’Europa Mediterranea svoltasi a Bologna nel 1988 ad oggi, numerosi sono i temi affrontati: lo spazio, nella sua dimensione fisica e relazionale, il tempo, non solo nel suo scorrere ma anche come memoria e archiviazione, la presenza, l’assenza, il vero e il falso, l’inclusione, la diversità fino alle questioni più attuali quali la trasformazione energetica e l’impatto ambientale, interessi maturati anche dopo un’intensa esperienza di viaggio in Africa.

Con Secondi Tempi Marisaldi torna per la seconda volta al Csac di Parma – Centro Studi e Archivio della Comunicazione, aggiungendo un’ulteriore tappa al suo percorso artistico con la costruzione di una narrazione che si snoda tra le opere dell’Abbazia di Valserena e materiali tratti dal suo archivio personale oltre a presentarci una nuova produzione multimediale. Partendo da questa ultima esperienza, ripercorriamo alcune tappe salienti della sua formazione e del suo background artistico.

Partiamo dalla fine. Lo Csac di Parma ospita Secondi Tempi che ti vede protagonista di un percorso espositivo in cui le opere del tuo archivio personale dialogano con le collezioni del centro. Come è nato questo progetto e in cosa consiste il tuo contributo?

Il progetto Secondi tempi è nato su invito di Francesca Zanella e Marco Scotti per l’apertura delle stanze con parte dell’archivio dello Csac a vista. Presento oltre trenta riproduzioni fotografiche tratte da una piccola collezione di materiali che ho selezionato nel tempo da quotidiani e periodici, una sorta di archivio personale, e il video inedito Linee realizzato con Enrico Serotti. Il video, in particolare, è il secondo lavoro che desidera entrare in relazione con le opere di Fausto Melotti. Le foto sono state impaginate e stampate su fogli di alluminio e sono affiancate ad oggetti e opere allestite o archiviate nei differenti luoghi dell’archivio-museo dello Csac. 

Eva Marisaldi, Secondi tempi, 2020, disegno A4 per il catalogo omonimo

Il titolo del video inedito Linee può quindi essere considerato un omaggio al lavoro dell’artista trentino Melotti che so apprezzi molto. Cosa ti ha colpito di questo artista?

Fausto Melotti è un artista che ho conosciuto attraverso il lavoro veramente molto tempo fa. Già avevo studiato e amato Paul Klee di cui, diciannovenne, andai a visitare la collezione a Martigny, all’epoca. Penso che Melotti mi abbia incantata per la leggibilità delle costruzioni. Per me, da sempre interessata alla scultura, anche una via di accesso. Per il grande spasso dei materiali, per qualcosa che dopo tanti anni e molte altre passioni non è mai diventato banale. Si possono fare considerazioni sul suo interesse per la musica, il ritmo, l’armonia, il fatto che la scultura debba risuonare, anche solo le sperimentazioni in ceramica delle tazze andrebbero viste dal vero.

In un certo senso la narrazione presente allo Csac è emblematica della tua produzione artistica che si è imposta all’attenzione della critica per una ricerca caratterizzata dalla sperimentazione di diversi linguaggi e media. Qual è la tua formazione tecnica e artistica?

E’ un progetto dedicato ad un contesto particolare, dove contesto è lo spazio sì, ma anche quanto interessa in questo alle persone che mi hanno coinvolto e hanno curato questo progetto. Quanto alla mia formazione ho studiato all’Accademia di Belle Arti di Bologna, in parte al Dipartimento delle Arti – Dams dell’Università di Bologna (teatro e cinema), disordinatamente da sola in seguito e collaborando con altri. La formazione permanente per me è molto importante e con essa intendo tutto quello che tiene vivi: persone, tecniche interessi, idee, vedere opere dal vivo, vedere cose a cui si ritorna a pensare ed anche farsi un’idea pallida attraverso racconti di altri.

La scorsa primavera hai partecipato alla mostra antologica 141 – Un secolo di disegno in Italia sull’evoluzione del segno in Italia. Il disegno è un medium ricorrente nel tuo lavoro. Ci racconti qualche cosa di più? 

Il disegno è spesso il modo di pensare degli artisti. Come può non essere significativo per me? Uso spesso il disegno a ricalco dedotto da Boetti, ma anche di chi prepara il lavoro per il ricamo. Molti artisti sono più interessanti di me da questo punto di vista. Spesso il mio è un lavoro di montaggio cioè di accostamento di suggestioni provenienti da fonti diverse che il disegno uniforma.

Eva Marisaldi, Secondi tempi, 2020, disegno A4 per il catalogo omonimo

Tra i medium che utilizzi mi affascina molto il ricamo che rimanda ad un’arte manuale e antica che oggi stiamo perdendo. Come è nato il tuo interesse verso il ricamo e come lo hai sviluppato?  

Alessandro Pessoli, mio compagno di studi, ricamò suoi disegni in lana, arazzi di formato A4 per una sua mostra. Aveva fatto il servizio militare e forse aveva visto dei ricami fatti da ragazzi di leva. A parte questo avevo visto gli arazzi di Mirò a Milano. Conoscevo il lavoro di Boetti realizzato da molte mani su cui ho preparato la mia tesi di diploma con Walter Guadagnini. Ho avuto poi alcune indicazioni da una ricamatrice, ma ho voluto disegnare o ripassare i disegni con il filo perché possibile. A volte altre mani mi hanno aiutato. Anche i tessuti sono interessanti come quello che le persone ne fanno in autonomia. Anche questo è un aspetto della mia formazione permanente. La scorsa estate ho scoperto un modo indiano di assemblare due stoffe realizzando un double face con punti di cotone distanziati e regolari.

Torniamo all’inizio del tuo percorso, quando hai capito che la tua vocazione era quella di diventare artista?
Non è stata una vera e propria vocazione, forse è stato più uno scivolare lento e, una volta scivolata, non ho voluto uscirne, nonostante le pene che in qualsiasi attività/vita ci sono. Ho avuto molte occasioni di collaborazione in certi anni poi il mondo è diventato più complesso, non ho mai smesso perché non ho trovato un campo per me più interessante.

Hai avuto degli esempi nella tua famiglia che hanno influenzato o guidato questa tua scelta? Mentori o personalità di rilievo che hanno lasciato un’impronta nel tuo percorso formativo?

A livello familiare nessuno. Nell’ambiente educativo diversi insegnanti, non solo artisti e non sempre conosciuti di persona. La lista è lunga. All’Istituto d’arte ho apprezzato Giorgio Zucchini, Roberto Costa, Raffaele Mazzoli, Donatella Biasin, Giulia Bottino. All’Ababo Roberto Daolio, Gianni Contessi, Severino Storti Gaiani, Egidio Lomi, Rosalba Paiano sono stati importanti. Al Dams ho avuto un gran entusiasmo per Leonardo Quaresima. Nel 1993 presentai una mostra a Napoli, si chiamava Ragazza Materiale, il materiale ero io in formazione. Nella mostra Maestri ho dedicato a tutti loro, e anche a scrittori e maestri del cinema che non ho conosciuto di persona, alcuni lavori in vera terra perché credo che mi abbiano insegnato ad essere una terrestre. 

Roberto Daolio ha avuto un ruolo importante nel tuo percorso. Cosa ti ha lasciato?

Come mi è capitato di dire anche a studenti interessati alla sua figura non si può dire cosa mi ha insegnato. Ho ritrovato qualche traccia delle sue lezioni in Marco Aime, antropologo. Ma poi la conoscenza è continuata nel tempo, capiva tutti i miei linguaggi.

Eva Marisaldi, Trasporto eccezionale (particolare della serie), 2017, bassorilievo in gesso cm 10×15 cm.

Bolognese di origine, sei nata, hai studiato e vivi attualmente a Bologna, città che ha ospitato anche molte delle tue esposizioni dapprima alla galleria Neon da cui sei partita da giovanissima, nella fase più matura alla Galleria de’ Foscherari. Ci racconti qualcosa delle tue esperienze in queste gallerie?

Alla galleria Neon ho presentato tre mostre a distanza di anni in tre differenti spazi che si sono succeduti. Alle galleria de’ Foscherari una mostra nel 2016. Si collabora con varie persone e le cose cambiano col tempo.

Tornando alla tua produzione artistica, come arrivi alla definizione di un’opera, quale processo mentale segui per raggiungere il risultato voluto?

Penso che l’opera sia quella di una vita. Preferisco parlare di lavoro e lavori, sia per la ricerca improduttiva sia per la realizzazione, i divertimenti, le cose più meditate. Lavoro anche quando non sono concentrata su una situazione precisa. I fattori si aprono alle collaborazioni. I risultati non sono mai certi. Mi interessa anche questa variabile.

Pensando ai tuoi progetti espositivi, Surround esposto alla galleria De’ Foscherari o Trasporto Eccezionale al PAC di Milano, ma ne potrei citare molti altri, un ruolo fondamentale è giocato dallo spazio. Cosa viene prima? L’opera, lo spazio o entrambe? 

Lo spazio suggerisce una modalità: l’organizzazione di pensieri nello spazio o il loro montaggio e come ci si inserisce in mostre collettive, minute o gigantesche. 

Eva Marisaldi, Trasporto eccezionale (particolare della serie), 2017, bassorilievo in gesso cm 10×15 cm.


Il tuo percorso vanta anche la partecipazione ad una delle biennali più riuscite nella storia, Platea dell’Umanità curata da Harald Szeemann. Quale progetto hai portato e cosa ricordi di quell’esperienza?
Szeemann era un uomo, uno storico dell’arte, un mito, una potenza della natura. Ha curato due edizioni di seguito della Biennale di Venezia. Per la prima edizione venne a farsi raccontare tutto quello che potevo, ma non mi invitò e non mi disse niente. Si ripresentò dicendo che aveva visto quanto avevo presentato in una sede o in un’altra e aveva o non aveva apprezzato. Mi chiese se avevo altro. Gli mostrai Senza fine, la prima serie di bassorilievi di piccolo formato, un lavoro sul contatto fisico tra le persone, e disse con una certa vivacità negli occhi che quello mancava. Mancava nel suo quadro generale. Era il 2001 e noi avevamo realizzato i bassorilievi in modo perverso, selezione della composizione da foto di giornali, ricostruzione delle medesime con modellazione 3D e successiva stampa con Modela, una proto-stampante su due assi e mezzo che incideva su tavolette di gesso. Quello che volevo sottolineare è che io non ero speciale per lui, ma mi aveva seguito nel tempo e così faceva con tutti gli artisti che monitorava in giro per il mondo. Un’ energia incredibile. Una costante attenzione, un dono.

Eva Marisaldi, Surround, 2016, Visione della mostra alla Galleria d’Arte de’ Foscherari: al soffitto on air, meccanismo per riprodurre il sistema di propagazione delle onde, alle pareti serie di disegni Attorno (dal film Il coltello nell’acqua sulla raccolta che le persone fanno per riciclare la carta, da foto di trasporti eccezionali – da raccolta fotografica, da Democratic Psicadelia macchina sonora disegnatrice realizzata da Enrico Serotti). A terra gli spostati sculture di carta e cartone.

Nell’ottica di contaminazione tra discipline, diverse tue produzioni artistiche sono accompagnate da musiche prodotte anche in collaborazione con Enrico Serotti, musicista e compagno di vita.  Qual è il tuo rapporto con la musica? E’ un bene o un male avere un musicista in famiglia?

E’ un bene. Enrico suona con i Confusional Quartet e collabora con il poeta Enzo Minarelli. Ems. Ci presentò Roberto Daolio e presto iniziammo a collaborare a San Marino per un progetto chiamato Via crucis nel tunnel della ferrovia. Si  trattava di un progetto di Marco Bertoni ed Enrico Serotti sulla musica delle tradizioni orali sarda, araba e andalusa che coinvolgeva quattordici artisti. In seguito, dopo altre collaborazioni di servizio, finimmo intrecciati. Le collaborazioni aumentarono: video, animazioni, idee. Viviamo ancora insieme.

L’arte e la creatività sono donne ma gli artisti sono spesso uomini. Secondo te perché per una donna è così difficile intraprendere la carriera artistica?

Ho insegnato molti anni nelle accademie, centinaia di ragazze lavorano, intraprendono. Poi le cose si complicano. Il difficile è perseverare. I giovani e le giovani hanno stesse potenzialità e possibilità. Era già così quando ho iniziato io.

Che rapporto ha tua figlia con l’arte?

E’ molto curiosa. Attualmente sta studiando arti visive all’Università di Bologna.

In occasione della quindicesima giornata del contemporaneo hanno scritto dell’opera che hai presentato “Lo sguardo inclusivo dell’artista ha un tocco lieve ma profondamente trasformativo, che accoglie la realtà e la innalza a atto poetico. Ogni sua opera è un gesto di attenzione verso il mondo circostante”. Che rapporto hai con la contemporaneità? 

E’ il tempo che viviamo, si, ma anche altro. Poichè viviamo in luoghi diversi, con prospettive diverse e diversi desideri, c’è molto da capire.

Eva Marisaldi, Una coda finale, 1993, foto stampata in b/n di carta da manifesto 4×3 mt

EVA MARISALDI – Eva Marisaldi vanta un percorso artistico di oltre trent’anni che ha visto la sua partecipazione ad alcuni appuntamenti artistici di grande rilievo tra cui la Biennale di Venezia del 1993 e del 2001 a cura di Harald Seezemann. Le sue opere sono state ospitate in luoghi d’arte di calibro internazionale come la Estorick Collection of Modern Italian Art di Londra (2018) con un progetto personale studiato ad hoc per questo spazio, la Kunsthalle di Vienna (2019), Art Basel di Miami (2003) solo per citarne alcune. Numerose anche le esposizioni in Italia in rilevanti luoghi di arte moderna e contemporanea l’ultima delle quali al PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea  di Milano (2019). A Bologna ha lavorato con il Mambo – Museo di Arte Contemporanea e con le gallerie Neon e de’ Foscherari oltre ad avere partecipato a numerose iniziative artistiche ed esposizioni promosse a livello cittadino.

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