Filippine, il progetto Forth
In termini di visione prospettica, il modello di formazione sperimentato in alcune aree delle Filippine dal progetto Forth potrebbe essere trasferito in contesti simili a livello internazionale, per esempio nelle comunità montane anche del nostro paese, dove sono presenti problemi pressoché simili, per i quali esplorare, quindi, soluzioni comuni. «Occorre lavorare sulla capacità di autodeterminazione e di resilienza degli insegnanti, e analizzare con loro quali risorse possano essere messe in campo per fronteggiare problemi, alcuni dei quali dovuti al fatto che la scuola è in una zona di montagna e occorrono tre ore per arrivarci con i mezzi pubblici»; sono le parole della professoressa Elena Pacetti, responsabile scientifica del progetto Forth (Formation of Teachers for Emerging Challenged Areas in the Philippines).
Secondo l’assunto predominante, il boom economico che si può osservare in alcune realtà del sud-est asiatico, come anche nelle Filippine, sembra abbia favorito la diffusione dei valori, degli ideali, delle istanze democratiche e – non ultimo – certamente anche l’innalzamento del livello generale dell’istruzione, indipendentemente dal genere. Tuttavia, le aree emergenti cosiddette sfidanti sono anche quelle dove permangono tuttora disuguaglianze, legate al reddito e alle opportunità che vengono offerte agli alunni nei diversi contesti scolastici, o ancora alle differenze sociali, culturali ed educative, dovute spesso alla conformazione del territorio.
Proprio per queste aree è forte la necessità di esplorare percorsi di aiuto e di sostegno, grazie all’indirizzo e alla collaborazione della comunità scientifica internazionale. Ne abbiamo parlato con la prof.ssa Paola Villano e prof.ssa Elena Pacetti, del Dipartimento di Scienze dell’Educazione, responsabile scientifica del progetto Forth (Formation of Teachers for Emerging Challenged Areas in the Philippines) di cooperazione transnazionale per lo sviluppo delle competenze nell’area dell’istruzione superiore nelle Filippine. Il progetto mira a creare un sistema di supporto alla qualità dell’insegnamento e, attraverso una serie di misure diversificate, a portare al centro dell’azione la rilevanza dell’educazione nella lotta alla povertà. Ancor più interessante, in termini di visione prospettica, è la constatazione che il modello di formazione sperimentato in alcune aree delle Filippine potrebbe essere trasferito in contesti simili a livello internazionale, ad esempio anche nelle comunità montane del nostro Paese, cioè in realtà che presentano problemi pressoché simili e per le quali appare coerente percorrere, quindi, soluzioni comuni. 
Nel settore della formazione la ‘ricerca azione’ è sempre più spesso scelta come approccio metodologico per realizzare interventi di ‘formazione-azione’. Dunque, la formazione, in questa prospettiva, si realizza favorendo processi di apprendimento locale, basati sulla esperienza pratica, partecipativa e generativa?
«Proprio in questa logica, grazie a Forth è stato attivato un master congiunto Erasmus Mundus con alcune università filippine. Si vedono i risultati di una modalità di formazione degli insegnanti che ha un qualcosa in più, soprattutto in un’ottica di collaborazione col territorio, di lavoro in rete, di creazione di ulteriori network con le università. Il progetto ha dato la possibilità di creare cluster universitari, comunità di apprendimento tra insegnanti universitari e di scuola superiore. Forth ha inteso realizzare una sperimentazione pilota nelle Filippine che possa essere replicata in altre parti del mondo attraverso la rete degli stakeholder. Le Filippine si stanno sviluppando, stanno migliorando in tantissimi ambiti, però al loro interno persistono situazioni di disuguaglianza e di svantaggio socio-culturale, educativo ed economico per grandi parti della popolazione. Noi abbiamo visto scuole che sono a due ore di distanza, se non tre, dalla città più vicina. Ci siamo interrogati su cosa sia possibile fare in modo tale che ci siano più opportunità per tutti, anche nelle zone più remote, cioè nelle cosiddette aree sfidanti del contesto filippino».
In che modo avete sviluppato il progetto nel contesto locale delle Filippine? Quali sono gli strumenti offerti agli insegnanti per supportarli nel loro lavoro, in realtà non proprio facile?
«Intanto ci tengo a sottolineare che è stato un processo condiviso molto dal basso, nel senso che abbiamo individuato prima di tutto la necessità di trovare un linguaggio comune e una modalità di lavoro assieme con le realtà locali. In particolare, ci siamo dedicate al modulo sulle metodologie didattiche; altri temi che abbiamo affrontato sono la creazione di un contesto inclusivo, il benessere a scuola, il clima di classe, le capacità anche di ricerca degli insegnanti, che devono saper fare rete con le famiglie e con le comunità del territorio. Anche se questi aspetti possono sembrare di base nella formazione dell’insegnante, è stato molto utile tradurli in contesti che sono sicuramente più difficili. Il progetto nasce dal fatto che, per quanto concerne le Filippine – ma credo che si tratti di un problema internazionale -, quando un insegnante, soprattutto alle prime armi, arriva in un contesto sfidante non vede l’ora di andarsene via, perché sente di non avere gli strumenti per lavorare bene».
C’è da affrontare anche il tema dell’empowerment degli insegnanti nelle zone di sfida, le già citate emerging challenged areas?
«Esattamente. Occorre lavorare sulla loro capacità di autodeterminazione e di resilienza, e analizzare assieme quali risorse possano essere messe in campo per fronteggiare quel tipo di problematica, che eventualmente è solo dovuta al fatto che la scuola si trova in una zona di montagna e occorrono tre ore per arrivarci con i mezzi pubblici».
Si tratta di problematiche che vivono probabilmente anche alcuni insegnanti in Italia, visto che siamo una nazione composta spesso da paesini arroccati e dispersi, insomma lontani dalle città di provincia.
«Sicuramente questo è un problema. Infatti, i nostri colleghi filippini sono stati dapprima suddivisi in tre gruppi, ognuno dei quali è andato in visita in una delle tre università europee partner del progetto (Bologna, Groningen coordinatrice e Bilbao). Poi tutti insieme ci siamo ritrovati a Bruxelles. E in effetti il senso di questa visita è stato anche di vedere quali siano i possibili contesti sfidanti. Per esempio, nel nostro caso, in Emilia-Romagna, uno dei grandi temi evidenziati è sicuramente quello dell’inclusione, anche perché noi non abbiamo scuole speciali. Infine, è emerso il tema delle pluriclassi, che non sono poche neanche in Emilia-Romagna: abbiamo anche preso in esame alcuni dati relativi all’Appennino bolognese, dove ci sono tante scuole piccole con insegnanti che devono gestire spesso gruppi di alunni dalla prima alla quinta elementare nella scuola primaria, e quindi, fare tante cose diverse con lo stesso insegnante».
In una logica di comunanza di problemi, se ci sono – e mi pare che ci siano – tra le varie realtà italiane e delle Filippine, e di soluzioni simili da percorrere, potrebbe forse essere utile attivare progetti di staff training tra insegnanti filippini e italiani?
«Sicuramente potrebbe essere molto interessante. Penso che lo scambio – quello che nei programmi Erasmus plus viene definito con il termine job shadowing – sia sempre utile, anche se di non facile implementazione. Lo scambio comporta di entrare in contatto con entrambi i punti di vista. Credo che tutte le scuole che partecipano a queste attività ne traggano forti benefici, soprattutto perché possono poi disporre di insegnanti molto più in grado di saper valorizzare le proprie competenze e – di conseguenza – anche i bambini a loro affidati».

