Giocare con Foto/Industria
A dispetto delle apparenze (…è solo un gioco…), filosofia, storia, antropologia e sociologia sottolineano da tempo quanto decisivo sia il gioco nell’ambito dell’esistenza umana. Si potrebbe addirittura affermare che senza il gioco non ci sarebbe l’homo sapiens come lo conosciamo, e non ci sarebbero i suoi prodotti elettivi: la cultura, la tecnica e l’arte. Il punto d’osservazione del gioco è strategico per comprendere l’umano in sé, nonché per afferrare i tratti di fondo che le specifiche configurazioni della sua vita assumono nel corso del tempo. È assai stimolante, pertanto, che la quinta biennale di Foto/Industria, organizzata dal Mast e curata da Francesco Zanot, sia dedicata a Game. L’industria del gioco in fotografia.
Come sempre, gli eventi del Mast prestano particolare attenzione all’intreccio di arte, tecnologia e industria, una prospettiva privilegiata per affacciarsi sugli snodi nevralgici del nostro tempo. La Biennale del 2023 consta di dodici mostre disseminate in alcuni dei più prestigiosi palazzi del centro di Bologna e dovute ad artisti quali Olivo Barbieri, Ericka Beckman, Hicham Benohoud, Cécile B. Evans, Daniel Faust, Linda Fregni Nagler, Andreas Gursky, Erik Kessels, Danielle Udogaranya, Raed Yassin, Heinrich Zille. Nell’impossibilità di fornire un quadro d’insieme coerente (vista l’eterogeneità dei progetti, delle poetiche e delle tecniche), come pure di ripercorrere in modo efficace ciascuna mostra, ci soffermeremo solo su alcune di esse.

Flippers di Barbieri è uno dei lavori che forse meglio incarnano lo spirito della quinta edizione di Foto/Industria. Dopo aver scoperto una ex fabbrica in cui i flipper, nella loro epoca d’oro, venivano montati e riparati, e che in seguito, alla fine degli anni Settanta, si è trasformata in una loro necropoli, Barbieri ha fotografato per due anni, tra il 1977 e il 1978, i rottami disseminati in quel deposito. Ne risulta una sorta di reportage fotografico pop incentrato sui frammenti dell’immaginario impressosi sui display e sui piani di gioco dei flipper negli anni Cinquanta e Sessanta. Si tratta di un immaginario fortemente influenzato dalla cultura statunitense, e fatto di missioni spaziali, mitologie western, pin-up provocanti, scene rock and roll, supereroi iconici, imprese sportive nel surf, nel baseball, nella boxe – il naturale prolungamento di quell’egemonia iniziata con la fine della Seconda guerra mondiale e passata innanzitutto attraverso il cinema, attraverso Hollywood.

Nell’industria del gioco e dei sogni l’apparato economico si intreccia a quello bellico: la conquista delle menti è, infatti, il complemento e il compimento della conquista dei corpi, e risulta di gran lunga più potente ed efficace di quest’ultima. Ma il Barbieri della fine degli anni Settanta non è più immerso in quell’immaginario, che anche le vicende storiche del tempo hanno contribuito a rendere spettrale: non ne rimangono che schegge, lacerti, su cui l’occhio del fotografo si posa in un’operazione già archeologica di ricostruzione di un’epoca a partire dalle sue aspirazioni e dai suoi desideri. Il modo in cui giocavamo rivela chi siamo stati, e lo rivela a partire da un distacco ormai sopraggiunto. L’esercizio fotografico di Barbieri diviene immagine di un’immagine, e quindi riflessione critica sull’immaginario, con l’ambizione di produrre un nuovo immaginario, più consapevole. E a giudicare dal film di Barbieri medesimo su Las Vegas (site specific_Las Vegas 05 del 2005), l’operazione è attualissima. Il cortometraggio, infatti, rivela in qualche modo che i reperti archeologici dei flipper potrebbero non essere altro che una prefigurazione del futuro, della digitalizzazione e virtualizzazione. Le immagini raccolte sorvolando Las Vegas sono profondamente inquietanti: la città sembra indistinguibile da un suo plastico artificiale, a metà strada tra la vita e la morte, in un’esplosione caleidoscopica di colori e di forme che non fa altro che costituire il doppio contemporaneo dei mucchi di frammenti dei display infranti dei flipper. Las Vegas come città-flipper a pezzi, un delirio al neon, sconnessa, parcellizzata, il cui unico collante è un gioco ridotto a industria dell’intrattenimento, efficientissima nel generare profitto, incapace di creare comunità e condivisione.
Il fatto che Las Vegas sia il doppio parodico di una città, il suo simulacro (nel senso di Baudrillard), è quanto emerge anche nel lavoro di Daniel Faust, che ha fotografato il paradiso del gioco d’azzardo per vent’anni a partire dal 1987. Qui ci troviamo di fronte a tredici stampe di grandi dimensioni che puntano sulla moltiplicazione visiva, sulla serializzazione. Non è tanto una questione di fotografie belle o brutte, spiega l’artista, ma di una testimonianza visiva che si attesta sul confine tra l’inconscio e il conscio. In quanto regno dell’eccesso e del kitsch, Las Vegas non può che essere mostrata se non in una proliferazione di brandelli, in un vortice di “istantanee” preda di un irrefrenabile moto centrifugo. Qui l’American Dream si sporge all’improvviso, quasi inavvertitamente, su un baratro. Las Vegas è un’allucinazione nel deserto del Mojave. A furia di soppiantare l’esperienza con un simulacro del capitale, si crea un vuoto e viene a mancare la terra sotto i piedi. Si fluttua in una bolla, almeno finché non scoppia.
Prendendoci una certa libertà, potremmo considerare la serie Playgrounds di Linda Fregni Nagler come il referto, o la cronaca, degli effetti di un simile scoppio. Il lavoro di Nagler consiste nel fotografare durante la notte i parchi giochi di varie località, soprattutto tra Stati Uniti e Italia. Il risultato di una simile de-constestualizzazione è sorprendente e spiazzante. Slegati dalla loro funzione e dalla loro fruizione abituali, i parchi giochi assumono un carattere sinistro, fantasmatico, vagamente minaccioso. Privi di frequentatori, sembrano abbandonati a se stessi, reperti post-apocalittici di un’umanità ormai assente. Il gioco della vita si rovescia nel gioco sfigurato della morte.
La fotografia, com’è evidente, non si limita a riprodurre dei soggetti; ma è in grado di ripensarli, di trasformarli cogliendone riverberi sfuggenti. E ciò vale tanto per lo spettatore quanto per il fotografo. Scattando di notte, Nagler non è in grado di prevedere cosa affiorerà dalla pellicola fotografica – un’esperienza che, a ben vedere, non è estranea a nessuna fotografia, e anzi, nei termini di Barthes, ne custodisce l’ottusità.
Foto copertina Olivo Barbieri Site Specific: Las Vegas 05 2005

