Gli studi a Scienze biologiche: la biodiversità, misura per misura.

di Lorenzo Monaco

La chiamano la “sesta estinzione di massa”. Quel che è certo che la ricchezza di specie animali e vegetali della Terra sta diminuendo sotto i colpi dello sviluppo umano. Secondo alcuni studi addirittura la metà delle specie scomparirà entro questo secolo. Uno studio coordinato all’Università di Bologna ha voluto misurare per la prima volta quanta biodiversità effettivamente possediamo in Europa. Una conoscenza necessaria per proteggerla.

Si fa presto a dire “salviamo la natura”. Ma cos’è la natura? Una foresta scura che vibra di cinguettii? Un prato verde dove distendersi al primo sole primaverile? Un corso d’acqua costeggiato dai canneti? O una radura di montagna da cui spuntano fiori come capocchie colorate di spilli? Per riuscire a proteggerla, al di là delle esperienze sensoriali, dovremmo in qualche maniera comprendere la natura, delimitarla, oggettivizzarla. E qui, arriva in nostro soccorso un concetto: la biodiversità.

Foreste miste temperate delle Azzorre.

La biodiversità è semplicemente una misura. Con delle speciali formule matematiche – la più nota è l’equazione di Shannon-Weaver, nata nella scienza dell’informazione e catapultata in quella della natura – l’uomo è in grado di attribuire un numero ad una determinata area, una cifra che ne attesta la ricchezza biologica di specie, una codifica sintetica che è in grado di fornire una misura della complessità di un ecosistema fotografandone la componente biologica, viva. La biodiversità è una misura estremamente utile: una volta conosciuta, la società potrebbe decidere di porre sotto tutela le zone in cui essa è più alta, decidendo così cosa è prezioso e cosa no, cosa è indispensabile tutelare e cosa non lo è. Creando un’area protetta.

Eppure il processo è avvenuto al contrario. Prima si sono messe sotto protezione le aree naturali e dopo se ne è misurata la biodiversità (un processo lungo e difficile a cui sono obbligati tutti gli Stati membri dell’Unione europea ogni 6 anni). Abbiamo scelto i posti giusti? È la domanda che si sono fatti i ricercatori dell’Università di Bologna e dell’Università di Bayreuth in Germania che hanno deciso di esaminare la biodiversità dei principali parchi nazionali europei.
Si è trattato di uno studio pioniere, pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica di Nature
Scientific Reports: per la prima volta è stato misurato con lo stesso metodo (dando per esempio maggior peso alle specie più rare) il valore conservazionistico delle principali aree protette d’Europa. Armati di software statistici, gli scienziati coordinati da Alessandro Chiarucci, professore UniBo al Dipartimento di Scienze Biologiche Geologiche e Ambientali – hanno preso in esame i parchi nazionali e siti MAB (le riserve del programma Unesco Man and the Biosphere) del nostro continente: 432 parchi – 35 italiani – in cui i ricercatori hanno cercato la presenza delle 1303 specie elencate nelle direttiva “Habitat” e in quella “Uccelli”, ossia 469 specie di volatili, 105 di pesci, 93 di mammiferi, 49 di anfibi, 73 di rettili, 111 di artropodi, 20 di molluschi, una di “altri invertebrati”, 32 di piante non vascolari e 350 di piante vascolari. Sono quelle tipologie di organismi che l’Unione europea ritiene di dover proteggere: in realtà una frazione piccolissima della biodiversità d’Europa, stimata in circa 200mila specie biologiche, ma che rappresentano – seppur qualche studioso ne critichi la scelta – “specie ombrello”, tipologie di animali e piante la cui protezione implica a cascata la tutela di altre specie dell’ecosistema.

Sardegna fisica: in verde più scuro il Parco Nazionale del Gennargentu.

La ricerca ha dunque fotografato la preziosità di talune aree, come ad esempio il Parco del Gennargentu, le Azzorre e le Canarie, l’arco alpino, la Scandinavia settentrionale. Ma ha avuto anche un altro valore: evidenziare l’eterogeneità dei dati a disposizione della comunità scientifica. La Polonia, per fare un esempio, risulta possedere una biodiversità di gran lunga più bassa della limitrofa Germania e, analogamente, anche passando dalla Bulgaria alla Grecia la ricchezza delle specie crolla drammaticamente non appena si passa il confine. Evidentemete, dato che la natura è un continuum, alcuni paesi possiedono meno dati o i dati sono stati presi in maniera non comparabile. “Questa ricerca – spiega Chiarucci – ha permesso di sviluppare, oltre ad un’analisi dello stato di fatto, anche una metodologia statistica che potrà essere ripetuta quando nuovi e più accurati dati saranno eventualmente disponibili. Uno dei problemi principali di questo tipo di analisi è infatti rappresentato dalla disponibilità di dati di qualità sulla presenza, o l’assenza delle specie, dentro le singole aree protette”. Une tema solo apparentemente tecnico e che dobbiamo risolvere nell’immediato futuro se si vuole realmente tutelare la biodiversità dell’ambiente. Solo in Italia raccogliamo i dati in 21 modi diversi, tanti quante sono le Regioni, e in maniera non standardizzata. La natura però non è frammentata, cervi e caprioli non riconoscono i cartelli dei confini regionali. E ogni tema ambientale deve essere affrontato in termini il più possibile globali. “La scala di un fenomeno è essenziale – sintetizza Chiarucci – più la si frammenta, più diventa difficile comprenderlo”. A comprenderlo abbiamo appena iniziato, la speranza è che l’inventario non serva solo a capire cosa abbiamo perso.

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