“Globesity”, il food thriller di Andrea Segrè che indaga su cibi contraffatti e malnutrizione in eccesso

Ma non è un saggio! O forse sì? È questa la domanda che mi sono posto quando ho visto in libreria, lo scorso 28 febbraio, il nuovo libro scritto dal prof. Andrea Segrè*, dal titolo che sembra anticipare appunto un saggio “Globesity – La fame del potere” (Minerva Edizioni), per poi svelarsi immediatamente dopo come un thriller, ma non il solito thriller con cadavere (anche se alla fine c’è pure quello) ma un “food thriller”, dove il mistero e lo spavento si incarnano in cibi contraffatti destinati ad una pandemica “malnutrizione in eccesso” (la Globesity del titolo) e dove l’investigatore di turno è un giovane dottorando. Con queste premesse, ho voluto chiedere al prof. Segrè qualche dettaglio in merito.

Andrea Segre

Immagino che già in diversi le abbiano chiesto il motivo che l’ha spinta a parlare di argomenti a lei cari in forma di romanzo. È perché ritiene che il romanzo sia una forma di fruizione più accessibile rispetto, ad esempio, ad un saggio, e come tale capace di veicolare un messaggio ad un numero più ampio di persone?  

«Non è scindibile, nel senso che uno scienziato è e rimane scienziato anche quando utilizza, come nel mio caso, altre modalità espressive per rendere noti i risultati del lavoro fatto: è quello che in ambito universitario si chiama terza missione, missione questa molto importante ed utile perché consente la disseminazione di risultati della ricerca che possono avere impatti positivi sulla società. Ho cercato così una formula narrativa, creativa, diversa dal saggio (forse mi sono anche inventato un nuovo genere letterario, il food thriller, che gli esperti di letteratura dicono non esistesse prima): si tratta, sì, di fiction, di un romanzo, ma gli accadimenti in esso descritti sono molto verosimili e potrebbero accadere davvero. In apertura del libro si legge che “In questo scritto le persone sono di fantasia, i fatti verosimili, i luoghi reali, i dati verificati, le teorie possibili. Quanto narrato potrebbe davvero succedere. Forse è veramente successo”: il mio intento è stato proprio questo, inventare qualcosa che possa attirare il lettore, raccontando un’avventura, ma parlando allo stesso tempo di contenuti che, dal punto di vista scientifico, siano validati. Il mio augurio è che con il romanzo si possa raggiungere un numero più elevato di lettori rispetto alla forma “saggio”: io non sono uno scrittore professionista che vive di scrittura, io sono uno scienziato e il mio obiettivo è quello di disseminare i risultati del lavoro che si sta facendo – peraltro da anni – sul tema che viene trattato in Globesity.»

Copertina del libro "Globesity. La fame del potere" di Andrea Segrè (Edizioni Minerva)
Copertina del libro “Globesity. La fame del potere” di Andrea Segrè (Edizioni Minerva)

Anche se lei non è uno scrittore professionista, il libro si legge con molto piacere, è scritto davvero molto bene.

«Dopo la pubblicazione del romanzo, ho ricevuto moltissimi commenti, ad esempio sui social, tramite e-mail e whatsapp, cosa che non mi era mai successa con i saggi pubblicati (e ne ho pubblicati tanti con editori di livello molto alto); non mi è mai capitato prima di ricevere così tanti commenti. Mi chiedo se non si tratti solo di una sorta di curiosità per un professore universitario che si mette a scrivere un food thriller o non si tratti piuttosto del fatto di aver scritto un libro che si fa leggere effettivamente bene. Del resto, è questo l’obiettivo che mi sono posto, cercare di farlo leggere in modo piacevole.»

A me sembra che il romanzo sia, oltre che un thriller, anche un romanzo di formazione: il protagonista si muove da Cipro attraverso il Nord Africa (passando per Tunisi, Tangeri, Rabat, tra agguati e incendi) per poi terminare il suo viaggio negli Stati Uniti; visita e racconta posti (mercati pieni di spezie e odori, suq ribollenti di vita), e allo stesso tempo, lungo il tragitto, acquisisce sempre più consapevolezza del mondo circostante perdendo parte della sua ingenuità di giovane dottorando. Quanto di lei, della sua formazione da giovane ricercatore prima e da scienziato affermato poi, è rinvenibile nel dottorando Giorgio Pani?      

«C’è sempre nei racconti qualche spunto, qualcosa di autobiografico, perché quando scrivi, le cose le devi aver vissute. Il romanzo è fiction, un’opera di fantasia, ma – è anche questa una sorta di ossimoro – una fiction reale, nel senso che dentro, in quello che scrivi, c’è molto di tuo, anche se poi lo interpreta qualcun altro; io sono oggettivamente presente nel romanzo, le cose che scrivo le ho proprio viste e vissute.»

Per fare una battuta, lei si sente anche un po’ sprovveduto come Giorgio Pani?  

«All’inizio, quando ho iniziato la mia carriera universitaria, sicuramente ero molto sprovveduto. Sì, l’eroe del romanzo, il dottorando Giorgio Pani, che non è il solito commissario di polizia o un avvocato o magistrato, è veramente molto alle prime armi ma cresce e matura nel tempo. Il suo personaggio è anche lo spunto per descrivere il mondo universitario dal di dentro. In quarta di copertina ho voluto riportare una frase del libro – la domanda che Giorgio rivolge al dott. Andreas Weiss, il personaggio che alla fine gli svela il mistero che aleggia lungo tutto il libro – che racchiude un po’ il senso della ricerca universitaria: “Ma lei è un ricercatore o un investigatore? Mi rispose sornione: che differenza c’è?”. Ricercatore e investigatore fanno sostanzialmente lo stesso mestiere. Il libro è giocato tutto sul discrimine tra buoni e cattivi, tra ricerca buona e ricerca cattiva, tra mangiare bene e mangiare male, e anche la ricerca universitaria deve essere fatta in un certo modo per dare il suo contributo al bene. Nel libro c’è però anche una visione un po’ critica di alcune dinamiche universitarie legate ad esempio alla carriera, alla valutazione della ricerca, chiaramente in una forma molto romanzata, ma se il lettore legge con una certa attenzione, ritrova questa critica nel romanzo.»

La formazione di Giorgio si compie anche in maniera brutale quando si ritrova a dover condividere il cassone maleodorante di un camion – barcone di migranti con le ruote – che attraversa il deserto.

«Il protagonista del libro si ritrova in viaggio in luoghi che inizialmente non aveva intenzione di visitare, il suo viaggio doveva essere infatti un altro, ma le vicende narrate lo portano ad attraversare il nord Africa, e ad entrare in contatto con le dinamiche, molto attuali, delle migrazioni: Giorgio si ritrova per la prima volta accanto a persone stipate su un camion, che di fatto è un barcone che va nel deserto sperando in destinazioni migliori; affronta così uno dei temi del nostro mondo attuale che poi si collega al cibo, alle produzioni e ai tanti fenomeni collegati, come quello del caporalato, per dire un tema che non è citato direttamente nel testo. Il lettore dovrebbe essere stimolato ad approfondire i collegamenti possibili: certo, il tema di fondo è il grasso, le calorie, l’obesità, ma gli spunti di collegamento sono tantissimi. È anche un invito a dare una lettura più ampia dei fenomeni che ci circondano; mi verrebbe da dire, rimanendo in ambito universitario, che occorre una lettura interdisciplinare, proprio quella interdisciplinarietà che rende bello far parte di un’università come la nostra, dove si ha la possibilità di confrontarsi su temi diversi, discipline diverse, che arricchiscono molto. Io sono molto contento di lavorare all’Università di Bologna perché è un ateneo che ti consente di avere a disposizione tutte le esperienze possibili a livello scientifico. Ad esempio, se io ho un dubbio sull’impatto della migrazione sulla società, trovo sempre tra i colleghi qualcuno che mi può dare una risposta, un indirizzo, un suggerimento di lettura.»  

Mi sembra poi che il romanzo si basi su un paradosso, i paesi indicati come patria della dieta mediterranea sono anche quelli in cui Giorgio rischia quasi quotidianamente la vita mentre negli Stati Uniti, patria invece dei fast food e dei cheeseburger, trova finalmente la salvezza dai suoi aguzzini e le risposte alle sue domande. C’è un motivo particolare per questo? 

«Io ho studiato negli Stati Uniti alla fine degli anni 80, ho fatto il dottorato proprio alla Cornell University, l’università americana che cito nel libro. Racconto quindi un aspetto reale, che ho vissuto di persona, ho frequentato i loro laboratori. Gli Usa rappresentano una grande contraddizione, essendo un luogo in cui la ricerca è elevatissima, con una capacità di analisi che non ha pari, ma allo stesso tempo è un luogo in cui la società è destinata veramente a scoppiare di grasso. Comunque Giorgio è solo fortunato, non fa una scelta tra bene e male; alla fine del libro si ritrova negli Stati Uniti sull’orlo di un crinale, potrebbe essere lui a cadervi giù, ma per fortuna riesce in qualche modo a far cadere l’altro: lui non è contento di essere lì, non ha fatto una scelta in tal senso, ma è stato fortunato e si salva».

A proposito di scelte, a lettura terminata il lettore viene lasciato con il fiato sospeso proprio nell’attesa, non soddisfatta, di una scelta importante da parte di Giorgio. Ci sarà un seguito al libro? 

«Sì, il finale lascia aperta una porta; il romanzo si chiude, si compie ma avrà un seguito, è già previsto il sequel: il personaggio cercherà di trovare una soluzione al problema e si troverà così in un altro intrigo internazionale. Ma è ancora presto per parlarne. Per ora mi dedico al libro appena uscito. Il prossimo 18 aprile lo presenterò a Parma presso la Libreria il Libraccio, assieme al prorettore alla ricerca dell’Università di Parma, Daniele Del Rio, ricercatore di altissimo livello, un nutrizionista. Le anticipo che in quell’occasione svelerò la reale scoperta scientifica contenuta nel libro, che però ora non le rivelo.» 

* Professore ordinario di Economia circolare e politiche per lo sviluppo sostenibile all’Università di Bologna nonché paladino della lotta allo spreco alimentare – https://www.unibo.it/sitoweb/andrea.segre 

https://minervaedizioni.com/globesity.html

Foto copertina: Annibale Carracci, Il Mangiafagioli, 1584 – 1585 ca., olio su tela, 57x68cm, Galleria Colonna, Roma

Lascia un commento