Götterdämmerung di Wagner

S’è chiuso il cerchio. L’Anello è tornato al Reno e le sue tre figlie, Woglinde, Wellgunde e Flosshilde, proprio come a distanza d’un anno aprirono questo ciclo di rappresentazioni, nella sera del 26 ottobre cantarono felici d’aver riottenuto il maltolto, mirando piovere sulle acque del Reno le ceneri del Walhall, a chiusura dell’ultima delle quattro opere in forma concerto rappresentate all’Auditorium Manzoni, il Götterdämmerung, di Richard Wagner.

La settimana in cui è stato rappresentato Il Crepuscolo degli Dei, altro nome in uso per l’ultima giornata del Der Ring des Nibelungen, ha accolto un altro evento relativo all’epos wagneriano, organizzato dal Teatro Comunale di Bologna presso l’Auditorium Manzoni, il Götterdämmerung in Controluce. In quest’occasione gli spettatori, che di lì a poco avrebbero assistito ai due spettacoli programmati per venerdì 24 e domenica 26 ottobre, si sono lasciati guidare in un viaggio di scoperta, studiato da Alberto Mattioli, i cui temi sono stati la trama e la storia dell’opera.

L’ultima giornata di questo colossale dramma musicale chiude nel segno della fine universale la grande costruzione cominciata con il Das Rheingold. L’inizio è contraddistinto da un annuncio fatale, le tre Norne hanno visto spezzarsi il filo del destino e, nel crepuscolo che ormai li avvolge, tutti i personaggi appaiono come pallido riflesso di ciò che furono. Nella desolata reggia divina Wotan, senza mai apparire durante la rappresentazione, prepara l’ultimo suo decreto. Sigfrido, assuefatto da un magico filtro, tradisce Brunhilde, che a sua volta rivela al nemico, Hagen, il punto debole dell’eroe. Spogliate di ogni grandezza mitica, queste figure appaiono sempre più sottili durante l’avanzare della narrazione. L’ultimo sussulto di grandezza, incastonato nella storia al tipico modo di Wagner, è quello della fine, nel duplice incendio che brucia il cadavere dell’eroe dei Walsidi e la reggia degli dei, mentre il mondo si dissolve nel trionfo delle forze primigenie: il fuoco e l’acqua, che dal Reno sale a riprendersi l’anello forgiato con l’oro trafugato.

Passando alle rappresentazioni delle serate della penultima settimana d’ottobre, affidate all’esperta bacchetta di Oksana Lyniv, possiamo dire che sono state un degno successo, perfetta chiusura d’un programma durato due anni. Nella serata del 26, cui abbiamo partecipato, gli orchestrali e la direttrice avevan già preso confidenza con l’opera, realizzata venerdì 24, esibendosi in un concerto ricco di vigore musicale. Di fatto, più volte la direttrice s’è vista costretta a moderare l’orchestra, nel tentativo di valorizzare le voci di solisti come Anton Keremidtchiev interprete di Gunther, sovrano del reame di Gibich, o Tilmann Unger (che sostituiva Michael Heim nel ruolo dell’eroe Sigfried), a rischio d’esser coperti dall’impeto degli strumentisti.

Rimanendo sul piano solistico, le voci che hanno fatto di quella serata un vero successo sono state quella di Hagen, interpretato dal basso Albert Pesendorfer e quella dell’augusta Brünhilde, parte affidata a Sonja Šarić, già vista in quel ruolo durante le rappresentazioni del Sigfried di giugno. Al magistero di questi si aggiunge quello di Claudio Otelli, baritono-basso le cui capacità interpretative versate nella parte di Alberich hanno accompagnato tutte quante le serate dedicate a quest’immensa opera drammaturgico-musicale. Proprio riguardo le capacità recitative di questi tre ultimi nomi citati è necessario spezzare lance in loro favore: ciascuno di essi, a differenza degli altri cantanti, immobili sulla scena, sono stati capaci di conferire movimento alla rappresentazione, il protendere le braccia durante il canto, gli sguardi d’intesa fra Hagen ed Alberich, la commozione negli occhi svuotati dell’amore di Brünhilde, tutti questi elementi hanno costituito un differenziale rilevante durante lo spettacolo, innestando nel cantato una sottile componente recitativa. Inoltre, il tenore delle voci di questi tre cantanti ha revitalizzato più volte le scene, per non tacere della perizia assoluta di Albert Pesendorfer nel ricoprire il suo ruolo, interamente cantato e recitato senza alcuno spartito.

Un cast che, come l’opera che era chiamato a rappresentare, ha rivelato al pubblico i suoi chiaroscuri, accompagnato da un coro, diretto dalla vivissima maestra Gea Garatti Ansini sempre presente sui palchi del Manzoni e del Nouveau, forte e ben coordinato, che ha saputo dare enfasi ai momenti in cui il fuoco di tante voci si affiancava a quelle dei solisti, ricostruendo con loro il dialogo voluto da Wagner per le scene della vicenda finale della sua opera. Una chiusura insomma, degna dell’inizio del mondo degli uomini, seguita dagli scroscianti applausi del pubblico, che hanno trattenuto i solisti sul palco per numerosi inchini, decretando la riuscita di un progetto culturale durato ben due anni e riconfermando l’apprezzamento del pubblico bolognese del Teatro Comunale per l’opera di uno dei più illustri fra i suoi cittadini, Richard Wagner. 

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