Grandi, presidente di Bologna Musei: «La sfida ora è aprire le porte e andare tra le persone»

di Valerio Castrignano, cofondatore di Ventunonews

Il Covid-19 ha tenuto chiuse le porte fisiche dei musei per un lungo periodo. Ha compromesso gli spostamenti turistici e ha contribuito a ripensare il ruolo di tutte le istituzioni culturali. Bologna Musei riflette sul futuro della sua rete di musei civici, sul ruolo che essi hanno nella contemporaneità, su come dovranno cambiare per guardare al domani. Abbiamo intervistato il presidente dell’istituzione, il professor Roberto Grandi: «Nelle ultime tre settimane abbiamo registrato la voglia dei cittadini bolognesi di tornare a vedere i propri musei con 2.200 presenze. Numeri non paragonabili a quanto accadeva nel 2019, ma che ci fanno dire che c’è voglia di tornare in queste strutture, che solo i luoghi più sicuri in questo momento».

Quali sono le novità più importanti introdotte per rendere sicure le strutture?

«Le audioguide sono state sostituite da app scaricabili sullo smartphone, così ognuno riceve le informazioni sul proprio apparecchio senza pericolo di toccare oggetti fruiti da più persone. Facciamo entrare otto visitatori alla volta, che possono quindi gustarsi la visita come mai fatto finora. Abbiamo tutte le misure di sicurezza imposte dal periodo».

I numeri sono positivi, manca però l’apporto dei turisti?

«Certo se guardiamo al periodo pre-Covid, il 70% dei visitatori dei musei erano turisti, di cui il 50% erano internazionali. La sfida è riportare il residente a riscoprire i musei».

Punterete dunque sulle mostre temporanee

«Tutt’altro, le mostre temporanee ci saranno, ma la sfida è riportare i residenti alle esposizioni permanenti. Perché pochi sono i cittadini che conosco i nostri musei e molti ci sono andati una volta, magari in visita scolastica».

Come riportare i bolognesi nei musei?

«I musei non contengono oggetti, ma narrazioni. E queste narrazioni cambiano, perché dialogano con la realtà presente. Quindi le persone possono tornare nei musei per riviverli attraverso percorsi nuovi, che mettono in evidenza nuovi punti di vista».

Quali sono queste nuove narrazioni emerse nel 2020-21?

«Per esempio abbiamo reso i musei pet friendly. Il 52% dei bolognesi oggi ha un animale domestico e in particolare un cane, un amico diventato necessario in tempo di Covid. Dentro il museo ci sono spazi e persone che possono tenerti il cane, un servizio di dog-sitting prenotabile tramite app. Proprio per questo progetto, “Dogs & museum”, abbiamo creato un percorso nel Museo archeologico che mette in evidenza il rapporto tra l’uomo e il cane. Un altro percorso innovativo nel Museo medievale è stato invece dedicato allo sport».

Perché avete ritenuto fondamentale dare questo servizio di dog-sitting ai visitatori? Chi va a visitare un museo di solito non esce con il cane…

«Per la stessa ragione per cui abbiamo creato la Card Cultura, per la quale paghi 25 euro ad inizio anno e poi puoi andare in tutti i musei quando e come vuoi. Noi vogliamo rivoluzionare il modo in cui i residenti visitano i musei. Se un bolognese va a Parigi o in un’altra città d’arte, va nei musei e si sofferma 3 o 4 ore perché pensa che potrebbe essere l’ultima volta che ha questa possibilità. Noi vogliamo che il cittadino dell’area metropolitana frequenti i musei con la stessa leggerezza con cui entra in un centro commerciale o va a teatro. Deve diventare un posto in cui si entra mentre si è in giro per la città e ci si sofferma un giorno su questa, un giorno diverso su un’altra opera».

Come si convince una persona a entrare in un museo?

«Oggi la sfida non è questa, è portare i musei fuori. Andare tra la gente. Tra gli anziani e gli adolescenti che difficilmente entrerebbero in una galleria. Offrire laboratori, incontri. Noi siamo musei civici, abbiamo una responsabilità nei confronti della società. Abbiamo, all’interno del progetto MIA (Musei inclusivi e aperti), formato e dato lavoro, dopo 600 ore di lezione, a 18 giovani laureati. Il loro compito sarà proporre attività all’esterno che poi aiutino a far crescere la cultura tra i giovani e non solo, avvicinandoli ai musei. Speriamo presto proprio per questo di rivedere aperti tutti quei luoghi che in questo momento non sono ancora funzionanti, quei teatri, quegli spazi, quelle biblioteche che rappresentano dei tesori preziosi».

Hanno avuto successo queste iniziative?

«I laboratori didattici con i bambini dagli 0 ai 36 mesi sono stati apprezzati. Abbiamo coinvolto nelle attività 90mila adolescenti. Hanno avuto successo i campi estivi sull’arte».

Un’attività molto diversa dalla tradizionale immagine granitica di un museo, luogo che sembra chiuso nella conservazione e nella preservazione del passato

«Perché il compito di un museo non è guadagnare, attirando solo persone dentro di sé e staccando biglietti, è il welfare culturale. È portare la cultura e incrementarla in un territorio. Oggi i musei sono palazzi di vetro spesso, che si mostrano all’esterno, che cercano anche architettonicamente di accogliere. I nostri musei sono racchiusi in palazzi antichi, che sembrano delle fortezze. Non possono però più essere solo luoghi dove vengono raccolti materiali, conservati e studiati. Questi aspetti ci sono, ma non c’è solo questo oggi. Quello che dobbiamo fare è rompere la soglia degli ingressi, delle porte. Rompere un invisibile muro fisico, ma anche economico, culturale che divide due realtà».

Quali iniziative avete in mente negli spazi aperti per l’estate 2021?

«Nella Certosa monumentale, che è il museo all’aperto più grande di Bologna, abbiamo tante proposte tematiche, dalla danza al teatro. Sono 50 eventi diversi per cogliere da nuovi punti di vista questo tesoro».

Quindi il rapporto con i residenti è avviato verso un percorso di crescita. Poi ritorneranno anche i flussi turistici che in era pre-Covid stavano davvero premiando Bologna…

«Certo e i turisti oggi vogliono vedere le mostre permanenti, più che quelle temporanee. Perché il museo è un modo per il turista per completare la conoscenza di una città. Questo varrà ancora di più se nei prossimi mesi i portici della nostra città diverranno patrimonio Unesco. La città conoscerà il turismo culturale di coloro che cercano i beni Unesco in giro per il mondo e che quindi poi naturalmente vorranno visitare i musei che raccontano questa comunità».

Ci sarà anche spazio per mostre temporanee però anche all’interno dei musei civici? C’è qualcosa che suggerirebbe di non perdere?

«Certamente, ce ne sono diverse. Se ne devo citare una, direi quella presente al Mambo, che ha temporaneamente squarciato l’architettura del museo con una scala. Una fruizione diversa del luogo, un’immagine che non rivedrete più e che cambia spaccandola la sala delle Ciminiere. L’installazione è stata fatta per la mostra su Aldo Giannotti».

Come spiega il successo di Bologna negli ultimi anni, che la pone in crescita e magari in concorrenza con altre mete come Venezia e Firenze?

«È stata fatta una ricerca nel 2013 per Bologna city branding, con alcune domande poste ai turisti che venivano in città. Dicevano che Bologna era una perla nascosta, ma soprattutto a differenza di Venezia e Firenze, era una città vera, ed è questo che piaceva. Qui le persone non erano trattate come turisti, era bello vivere una città che non fosse diventata una Disneyland. Dopo quattro anni, sono state riposte le stesse domande, e i turisti non erano più stupiti dalla bellezza di Bologna, che ormai era una realtà conosciuta, ma continuavano a riflettere sulla bellezza di essere stati ospiti di una città vera. Quindi è questa la ragione del successo e ci pone una difficile sfida per il futuro, quella di mantenere vivo un equilibrio, crescere turisticamente, senza snaturare la nostra veracità».

In questo anno di lockdown si è inserito un altro elemento, la fruizione virtuale. Può diventare un’alternativa alla visita fisica dei musei?

«No, anzi. Chi ha visitato virtualmente i musei è invogliato a tornarci. Perché è un tipo di fruizione e racconto diverso che non può essere sostitutivo di una esperienza più completa. Chi non verrà mai a Bologna almeno avrà una visione seppur parziale della ricchezza delle nostre esposizioni, chi verrà invece in città sarà incuriosito e vorrà recarsi anche alle strutture visitate virtualmente».

 

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