Hich sunt ometti isterici: ci ha lasciato la tolleranza

Trenodia, rubrica di Niki Pancaldi

Il nuovo rintocco della campana funeraria giunge alle mie orecchie rimbalzando direttamente sulla stratosfera terrestre. Non è localizzato, non è specifico, non ha punto d’origine e sembra divertirsi a rincorrere la sua stessa eco. Forse perché il problema che fa da batacchio alla campana da morto, in questo caso, è quasi congenito, strutturale, dell’essere umano. É morta la tolleranza. Ed ho il vago sospetto che le spoglie di un antico buon senso le fungano da sarcofago.

Incisione, dalla Cosmographia universalis di Sebastian Münster,(1544)

Una nuova ondata di intolleranze di differente stampo e foggia sta decorando a macchie casuali, ma ben distribuite, le voci politiche del globo. Da una parte gente dalle facoltà mentali piuttosto dubbie gioca a chi abbia il tasto della fine dei tempi più grosso, dall’altra si tranciano mani per una palpata ai glutei risalente a vent’anni prima. In questa guerriglia feriale di menù speciali per fedi religiose differente, di crocifissi part-time a proteggere o maledire studenti, di approcci erotici spediti con raccomandata per non rischiare incriminazioni… viene da chiedersi se l’isteria globale sia dilagata a tal punto da essere circondati unicamente da nemici; se qualunque altro essere umano debba essere considerato una minaccia alla nostra ricchezza, dignità, vita, incolumità.
Eppure viviamo tutti sullo stesso sferoide e siamo tutti appartenenti alla stessa specie:
Homo sapiens sapiens (cosa sapiens… non pervenuto).

Il mondo globalizzato è tale da molto più tempo di quanto spesso si consideri. Se da una parte le reti telematiche e le capacità di trasporto hanno velocizzato il processo di unificazione, dall’altra è probabile che il processo stesso sia iniziato almeno due secoli prima (anche se una volta scoperta l’America buona parte dei giochi erano fatti).

Durante il colonialismo sfrenato del XIX secolo, mentre il mostro della rivoluzione industriale lanciava i primi vagiti, orde di avventurieri in cerca di fortuna hanno iniziato a riempire ogni spazio vuoto rimasto sulla mappa. Ci siamo giocati così quei simpatici animaletti da bestiario medievale che immaginavamo sgroppare sulle savane di contrade lontane e al loro posto sono stati piazzati i bacini di succulenti risorse ancora sconosciuti. Ancora non reclamati. Purtroppo, a mio avviso, la digressione è necessaria. Vivere in un mondo di cui si ignorino i confini ha l’effetto psicologico di illuderci di una sua potenziale illimitatezza. Questo, a livello sotterraneo, inconscio, rilassa molto di più rispetto al pensiero di un mondo finito.

Un mondo finito possiede indiscutibilmente risorse finite. Solo da questo germe può nascere una belva feroce e irragionevole come la guerra, perché essa si fa sempre e solo per le risorse, a prescindere dalle giustificazioni (sempre sacre, sempre inoppugnabili) con le quali ci venga servita.
Forse ci siamo anche illusi che questo mondo globale, così subitaneo nelle comunicazioni e nei contatti potesse arginare le incomprensioni e le distanze tra diverse culture, anche uniformandoci se necessario. Così non è.

Con la pesante consapevolezza di essere tutti, purtroppo o per fortuna, rinchiusi in una palla di vetro che sfreccia nel cosmo tocca ora fare anche i conti con altre e più pesanti illusioni ereditate dalla storia.
Quelle immaginarie linee che abbiamo tracciato sulle mappe per dividerci il territorio a suon di cannonate o monete d’oro rimangono dopotutto assolutamente immaginarie. Come le leggi che governino i territori da esse delimitati.

Eppure nel grande gioco dell’umanità sembra indispensabile doversi appigliare ad un’appartenenza: civile, religiosa, di costume, etnica, poco importa.

Ovviamente la parola “razza” è la prima a venire chiamata in causa in questi casi. I poveri scienziati stanno urlando fino a sgolarsi, da anni, il fatto che la parola “razza” possa essere applicata al massimo ad un pesce di forma romboidale, non certo a diverse etnie umane.
Eppure, trovare qualcuno con un colore di pelle differente, con usi e costumi attribuibili a culture preistoriche, potrebbe aver autorizzato i baldanzosi esploratori di fine ‘800 a considerare quegli esseri umani come “altro” rispetto a loro stessi.

Nessuno, curiosamente, si è posto però un quesito interessante: come mai, nello stesso lasso di tempo, noi siamo arrivati con locomotive e fucili dove loro tranquillamente vivevano con poco più della selce?

In larga misura si tende a pensare che la nostra cultura si sia evoluta mentre la loro assolutamente no e quindi saremmo noi la forza superiore, più alta ed illuminata.
Peccato che loro, in quello stesso lasso di tempo, fossero rimasti in equilibrio con il proprio ambiente e fossero capaci di sopravvivere in realtà che ucciderebbero un evoluto nord europeo nel giro di qualche giorno.

Tralascio cosa sia stato fatto a molte di queste popolazioni, ma cercherò di precisare un punto che comunque tendo a considerare incontestabile: noi europei (e anche su questo “noi” si potrebbe riempire un’enciclopedia) abbiamo fatto tabula rasa di tutto il continente americano, buona parte dell’Oceania e abbiamo ciucciato l’Africa come una canocchia al sugo.

Vignette anti italiane pubblicate sul giornale “The Mascot di New Orleans” nel 1888

Però… alla fine della storia, nel presente… chi ha più paura di ogni altro che il proprio territorio possa essere invaso e contaminato da altre culture? Proprio lui, il buon essere umano europeo.
Visto che persino il presidente degli Stati Uniti d’America può permettersi di dire pubblicamente di non volere alcuni immigrati perché provenienti da paesi che sono “CLOACHE”, a buon diritto mi sono fatto cadere le braccia, mi tocca scrivere articoli con il naso…

Ovviamente non sono uno storico né un politico, ma il presidente in questione potrebbe anche avere un vago ricordo di come sia nata la sua nazione, potrebbe anche soffermarsi un attimo sul fatto che quegli stati così uniti siano il frutto di una conquista senza alcuna autorizzazione e siano figli del più confuso e disomogeneo melting pot culturale della storia. E buona parte di quel calderone di etnie differenti scappava proprio da paesi che non erano certo molto differenti da quelli odierni offesi dal Presidente. Fossero stati paesi di rigoglioso benessere sarebbero rimasti volentieri a casa loro!
Certo, per un essere umano abituato ad espletare le proprie funzioni fisiologiche su una tazza d’oro massiccio… forse si è trattato di un involontario complimento che abbiamo tutti frainteso.
Gli americani del Nord, comunque, avevano la pelle rossa, gli archi con le frecce ed erano gli unici a potersi definire Americani.

Quelli del Sud avevano già fatto i conti con i conquistadores e i germi dei lazzaretti europei qualche secolo prima, infatti non ne erano rimasti molti per avvertire la banda di Manitù del piano di sopra…

Ma senza andare così lontano potremmo anche disquisire sulla purezza ematica della nostra amata penisola, che è stata visitata per migliaia di anni da popoli di ogni sorta.
Annibale, che era un cartaginese (un tunisino per intenderci) portò addirittura gli elefanti fino alla pianura Padana duecento anni prima del nostro anno zero.

Pachidermi tra i suini, per tortellini enormi. Ma che fastidio quello sotto casa che vende il Kebab!

Attila venne dalle steppe dell’Asia centrale per cercare un piadinaro decente sulla costa romagnola durante il 400 d.c, con un’orda di Unni che sicuramente avranno portato rispetto a tutte le donne incontrate durante i saccheggi e le razzie. Ma basta sbarcare sulle nostre coste!
Il sud Italia ha avuto sempre più a che fare con le coste nord-africane o greche che con il suo stesso settentrione continentale (abbiamo ancora i nostri problemi a capirci oggigiorno), qualche storico suggerisce addirittura che normanni e vichinghi abbiano ampiamente visitato quella parte meridionale del bacino mediterraneo.
Ma il cingalese che consegna le pizze non sa fare i conti del resto!
Non parliamo del passaggio degli alleati dopo la seconda guerra mondiale, che essendo in larga parte americani, come già detto, erano già un frullato di ogni etnia possibile e qualche
tammuriata nera, come souvenir, ce l’hanno lasciata. In sintesi: la fissità dei confini, delle culture, dei modi di vivere, delle regole etiche morali, del cibo stesso che si mangia a tavola è ed è sempre stata un’illusione.
Persino il racconto biblico dell’Esodo e della relativa conquista della terra di Canaan cosa altro è se non la stessa situazione coperta però dall’epica religiosa?

I popoli, gli umani, si sono sempre mossi e spostati in altre zone per innumerevoli motivi, creando attriti e contrasti con i popoli che in quei territori vivevano (o anche solo confinavano, spesso). Ma quei popoli che urlavano “c’ero prima io, questa è la mia nazione” come erano diventati tali?

Mercator Hondius, Mappa dell’artico (Prima mappa del Polo Nord, 1606)

La terra, per fortuna, è di tutti e di nessuno. Le linee sono immaginarie, funzionano nella misura in cui crediamo in esse, ma non ci si può inciampare fisicamente.

Sogno (perché sono un sognatore che bercia fantasie, non certo un sapiente che divulga verità) almeno che un giorno, visto che siamo globalizzati, che siamo tutti qui, ci guardiamo in faccia e non possiamo far finta di non conoscerci, ci diremo semplicemente: “Signori, il problema non è la divinità che pregate, non è il vestito che indossate, non è il colore della pelle che avete. Il problema è che siamo troppi e le risorse non sono illimitate. Per questo ci stiamo prendendo a bastonate: il resto è solo glassa etica perché il ripieno di questo bignè non è gradevole affatto.”


Mi piacerebbe tanto vivere ancora su un mappamondo in legno di Vincenzo Maria Coronelli, dove gli spazi sulla mappa erano ancora pieni di mistero e meraviglia per lo “sconosciuto”, per ”l’estraneo”; dove erano ancora immaginabili figure strane e affascinanti e ancora viva l’illusione di un paradiso incontaminato per qualcuno abbastanza coraggioso (o pazzo) da raggiungerlo.
Vedo solo umani ammassati e linee di confine poco definitive sul mio mappamondo.
É sparita l’unica scritta che lo rendeva magico anziché claustrofobico: “HIC SUNT DRACONES”.

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