HOPPER: dietro le quinte

HOPPER: dietro le quinte

Scritto da Claudio Musso

La mostra dedicata ad Edward Hopper a Bologna, che abbiamo visitato più volte con i gruppi CUBO, illustra il lungo percorso di ricerca dell’artista americano nato a Nyack, piccola cittadina nello Stato di New York, nel 1882. Tra le sale di Palazzo Fava sono esposte più di 60 opere suddivise secondo un percorso cronologico/tematico che copre tutto lo spettro della produzione dell’artista, dalle opere giovanili fino alle “icone” delle piena maturità, coniugando lo sviluppo stilistico ai principali eventi biografici.

Pochi anni dopo essersi iscritto alla New York College of Arts di New York, dove studierà con William Merritt Chase e con Robert Henri tra gli altri, Hopper corona il sogno di visitare l’Europa e, in particolare, Parigi. Quando l’artista americano raggiunge la capitale francese nel 1906, la Ville Lumière rappresenta per lui, come per molti suoi colleghi, un mito, un luogo di culto per artisti e letterati dell’epoca. Il giovane Edward, appassionato di pittura e letteratura, ne rimane incantato, rapito dalla vita diurna (e notturna), affascinato dalla tavolozza e dall’en plein air impressionista scriverà alla madre: «La luce era diversa da qualsiasi altra avessi visto prima. Anche le ombre erano luminose, come luce riflessa. Persino sotto i ponti c’era una certa luminosità».

Le opere esposte nella prima sala documentano i tentativi iniziali di Hopper con Parigi. Su tele di piccolo formato vengono ritratte alcune parti del fabbricato in rue de Lille dove l’artista risiedeva grazie ai contatti religiosi della famiglia. In Stairway at 48 rue de Lille, Paris (1906) protagonista della composizione è la scala che collega i due piani dell’edificio o, per essere precisi, i riflessi della luce che si infrangono sugli spigoli degli scalini. Sia negli interni che negli esterni realizzati in questo periodo i colori cupi e le tonalità “fangose” sono ancora del tutto debitori dell’impostazione scolastica (americana), mentre nelle inquadrature “tagliate” e nel trattamento della luce è possibile intravedere alcuni caratteri della piena maturità.

Tornato in America farà tesoro dell’esperienza oltreoceano, in Le Bistrò (1909) per esempio la tavolozza sembra inondata di quella luce calda da cui l’artista era attratto già dal primo viaggio parigino. Oltre ai colori accesi però è possibile notare con chiarezza la permanenza di una pennellata stesa e tirata, in antitesi con il famigerato tocco veloce impressionista. L’intero dipinto poi pare diviso in due macro settori: da un lato il paesaggio in luce con le ombre colorate sul ponte in lontananza, dall’altro una parte dell’edificio dove si trova il tavolo con le due avventrici, una delle quali porta sulla camicia bianca la traccia del riflesso della luce.

È di nuovo la luce (e il suo riflesso) a fare da protagonista in Soir Bleu, tra le più grandi tele dipinte da Hopper e opera al centro del percorso della mostra bolognese. Terminato nel 1914 il quadro viene esposto in una mostra collettiva al MacDowell Club nel febbraio dell’anno successivo. Hopper cerca di provocare, più o meno volontariamente, il pubblico e la critica con una scena tratta dalla libertina vita notturna sulle rive della Senna (il clown seduto in primo piano e la signora in piedi), e allo stesso tempo compone un manifesto precoce del suo stile personale, vero assillo di una vita. Il proibizionismo diffuso e una latente pudicizia, a New York si scontrano in questi anni con la tolleranza europea creando anche chiusure culturali come quella in parte subita dall’opera di Hopper, che vista l’indifferenza dimostrata non verrà mai più esposta fino alla sua morte.

A seguito di questo rifiuto e preso dalla necessità del sostentamento, Hopper si dedica per circa un decennio quasi completamente ad un’altra tecnica, l’incisione all’acquaforte. È in questo periodo che realizza alcune immagini divenute simbolo del suo “sguardo”, come nel caso di Night Shadows (1921). In questa stampa, lo spettatore si trova ad osservare una prospettiva a volo d’uccello di una via della città. Hopper riesce ad evocare con pochi elementi un’atmosfera connotata: una vetrina, un idrante e un uomo che cammina solitario che è in procinto di attraversare l’ombra incombente di un lampione che si trova sul suo percorso. Le inquadrature, l’approccio voyeuristico, il senso di suspance di questi lavori lasceranno tracce indelebili nella cultura visiva, in particolare nel cinema che vedrà in Alfred Hitchcock uno dei principali ammiratori del pittore. (Per approfondimenti sul rapporto tra Hopper e il cinema si veda anche la programmazione dedicata dalla Cineteca di Bologna)

La mostra prosegue poi con un approfondimento sul tema del paesaggio con opere degli anni ’10 e ’20 che immortalano una carrellata di vedute al di fuori della metropoli, alla scoperta di quegli orizzonti americani tanto cari ad Hopper. Particolare attenzione viene data ad alcuni acquerelli realizzati durante i viaggi compiuti insieme alla moglie Josephine Nivison, artista e prima ispiratrice dell’utilizzo di questa tecnica. Hopper piega le caratteristiche dell’acquerello verso la sua maniera, procedendo per sottrazione e spostando l’attenzione dalle velature (o dalle sfumature) ai repentini passaggi luce/ombra. In Light at two lights (1927) come in altre opere coeve, oltre al costante protagonismo dei fari, il biancore dei raggi del sole riflessi viene ottenuto lasciando intatto il colore del foglio mentre in contrasto le ombre vengono colorate e segnate da contorni netti. Sarà l’artista stesso a dichiarare: «La luce è un’importante risorsa espressiva, per me, ma non in modo così conscio. È il mio modo naturale di esprimermi».

Il secondo piano della mostra è suddiviso tra una sezione focalizzata sul disegno e una piccola sala che accoglie alcuni esemplari dell’ultima fase. Attraverso l’analisi dei due disegni preparatori per Summertime (1943) è possibile identificare chiaramente una riduzione dell’inquadratura, una sorta di zoom-in verso il portale, l’ennesima soglia che diviene protagonista del dipinto insieme alla figura femminile in attesa. Di nuovo, anche nella grafite (o carboncino) su carta ritorna la profonda sensibilità verso la resa degli effetti luminosi.
Nell’ultima sala la visione di grandi opere degli anni ’60 come Second Story Sunlight (opera utilizzata come immagine coordinata della mostra) fornisce la possibilità di cogliere tutti gli elementi dello stile personale dell’artista, si struttura come una sintesi del percorso storico (e delle nostre visite). È l’artista stesso a chiosare: «Perché scelgo certi soggetti piuttosto che altri, non lo so neanch’io con precisione, ma credo che sia perché costituiscono il miglior mezzo per sintetizzare la mia esperienza interiore».

Per approfondire:
Elena Pontiggia (a cura di), Edward Hopper. Scritti, interviste, testimonianze, Abscondita, Milano 2000
Gail Levin, Edward Hopper. Biografia intima, Johan & Levi, Milano 2009

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Franca Pili

Franca Pili

Segreteria CUBo

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