i³ Intervista al Magnifico Rettore dell’Università di Bologna, Prof. Francesco Ubertini

Puntare sull’autonomia «per liberare le energie delle università». Il Covid? «Ci ha indotto a investire nella nostra didattica, il ricorso alle tecnologie resterà, ma per supportare e potenziare le attività in presenza in una logica rinnovata». Francesco Ubertini, ingegnere, professore ordinario di scienza delle costruzioni dal 2007, è il rettore dell’Università di Bologna dal 1º novembre 2015. Le lezioni del nuovo anno? «Saranno in presenza, ma potranno essere fruite anche a distanza». E ai giovanissimi, alle matricole che iniziano quest’anno la loro avventura universitaria, Ubertini dice: «Abbiate coraggio, cioè abbiate cuore e non paura».

D. Rettore, come sta l’università italiana dopo il  Covid?

R. Il sistema universitario ha tenuto. E’ stato in grado di dare risposte in un momento difficile, muovendosi su un terreno sconosciuto e imprevedibile. Dal governo ci sono stati interventi tempestivi, e tutta la comunità si è mobilitata. L’emergenza non è però finita, ci attende un anno ricco di incognite nel quale alle insidie di carattere sanitario si sommeranno le difficoltà economiche di quanti stanno scontando gli effetti della crisi.

D. Che misure avete messo in campo per aiutare gli studenti in difficoltà?

R. Il nostro ateneo già da alcuni anni ha optato per l’esenzione totale per chi ha un Isee fino a 23 mila euro, adottando un sistema di contribuzione che posso dire essere all’avanguardia sul fronte del diritto allo studio. La scorsa primavera, nel pieno dell’emergenza, abbiamo subito fatto un bando per sostenere nell’immediatezza della crisi i nostri studenti. Poi un nuovo bando per dare 12mila sim da 100 giga ai ragazzi ai fini della connessione, un altro bando di supporto alla mobilità attraverso la riduzione dei costi dell’abbonamento ai trasporti e per fornire a chi ne avesse utilità anche una bici in comodato gratuito.  Ci siamo mossi infine per definire accordi per calmierare gli affitti, anche quelli di breve durata. Tutte misure aggiuntive a quelle già previste come le borse di studio.

D. Molte università del Nord registrano un calo degli iscritti. Lei che segnali ha?

R. Il processo di immatricolazione è ancora in corso, i dati si stabilizzano di solito a fine ottobre, ma posso dire in base ad alcuni indicatori che il trend per l’Alma Mater è positivo. Per esempio, se guardiamo i corsi a numero programmato: quello che registro ad oggi è che il numero delle domande di ammissione è cresciuto ed è cresciuta anche la domanda da parte degli studenti internazionali. Altro elemento confortante: non registro rinunce dei già iscritti. Noi veniamo da anni di crescita degli studenti, direi che oggi siamo in linea.

D. La didattica di questo nuovo anno come sarà?

R. Abbiamo riaperto in presenza, ma abbiamo limiti di aule con una capienza dimezzata per rispettare tutti i parametri di sicurezza anti Covid. E così abbiamo rivisto gli orari e ampliato la settimana di studi fino a ricomprendere in alcuni casi anche il sabato, oltre ad utilizzare spazi nuovi in Fiera. Per evitare di avere troppi studenti in aula abbiamo realizzato anche un’app che consente ai ragazzi di prenotare il posto a lezione, lasciando loro la libertà di scegliere se seguire in presenza o da remoto. In molti casi riusciamo a soddisfare tutte le richieste in presenza, nel caso in cui l’affluenza sia superiore allo spazio consentito alterniamo presenza e remoto per i ragazzi del corso.

D. Tutte le lezioni sono fruibili anche da remoto?

R. Sì, tutte le lezioni di tutti i corsi. Abbiamo fatto uno sforzo enorme per l’informatizzazione delle aule per non lasciare indietro nessuno studente che sia in difficoltà quel giorno nel venire in università oppure perché magari è straniero ed è ancora in patria. Oggi ogni aula fisica ha una gemella virtuale.

D. Sarà così anche in futuro?

R. Non so rispondere a questa domanda. L’università, cessata l’emergenza Covid, non sarà quella dello scorso anno e neppure quella di quest’anno, ma non tornerà più a quella pre Covid.  Dobbiamo integrare le opportunità delle nuove tecnologie con la didattica in presenza in una formula che non è ancora definita. Quest’anno sarà importante anche per capire come muoversi.

D. Lei è per la didattica a distanza o per quella in presenza?

R. Io ritengo che l’interazione personale, il coinvolgimento, il dibattito, il potersi vedere, siano fondamentali. Detto questo però sono altrettanto convinto che la lezioni del prof che entra in aula e parla da solo per due ore sia finita per sempre. Aveva una sua logica in un’altra stagione, anche a causa dei numeri alti di partecipanti e all’assenza di alternative. Io ritengo che le tecnologie ci debbano aiutare a far sì che oggi l’esperienza in aula sia più efficace di prima. Immagino un percorso in aula dedicato all’interazione, alla rielaborazione critica, mentre le tecnologie ci possono dare un aiuto sulla parte più trasmissiva della lezione.

D. Ce lo chiede l’Europa ma anche l’Italia che produce e che lavora: quest’autunno deve essere la stagione dell’avvio di grandi riforme. Quali priorità dal suo punto di vista?

R. È indispensabile che università e scuola tornino al centro delle politiche di sviluppo e di investimento. E lo dico sulla base di un’osservazione semplice: il nostro Paese è penultimo in Europa per il numero dei laureati della fascia giovanile, bisogna intervenire su questo. In un mondo che sta cambiando così velocemente la competitività di un Paese richiede conoscenze e competenze. L’Europa ha superato il 40% di laureati nella fascia dei giovani, i paesi asiatici sono ancora più competitivi, l’Italia è fanalino di coda, se non corriamo ai ripari non potrà esserci crescita. L’investimento in ricerca è stato trascurato quanto quello in formazione, ed è sorprendente come i sistemi abbiano retto. Allora o università e ricerca sono infrastrutture strategiche o non lo sono. Se lo sono vanno fatti investimenti adeguati e costanti nel tempo.

D. Il problema è solo finanziario?

R. No. Sulla carta alle università è riconosciuto il principio di autonomia, ma nei fatti sono bloccate da lacci e lacciuoli, una marea di norme e codicilli che rendono impossibile fare molte cose. Le capacità innovative, le energie delle università restano ingabbiate. Io credo molto che con un’autonomia vera, e non sulla carta, coniugata a responsabilità, le università possano invece correre e diventare motore di sviluppo dei territori e del Paese.

D. Che farebbe con maggiore autonomia?

R. Interverrei per esempio sulla nostra capacità di reclutare docenti e ricercatori da tutto il mondo. L’Alma Mater sta lavorando molto sulla dimensione internazionale: siamo cresciuti tanto per il numero di studenti stranieri, ma siamo limitati nel reclutamento di docenti e ricercatori di altri paesi. Ci sono vincoli di basso livello che quotidianamente rendono difficilissimo fare assunzioni a livello internazionale. Mi piacerebbe che gli atenei potessero essere più attrattivi, reclutare bene da tutto il mondo e per i settori d’interesse, perché l’internazionalizzazione del sistema si realizza appieno solo attraverso l’internazionalizzazione del corpo docente.

D. Cambierebbe il reclutamento anche per i docenti italiani?

R. Il sistema di reclutamento in Italia è farraginoso per molti aspetti, ma siamo riusciti a reclutare comunque bene, diciamo che ce la caviamo. E’ quando andiamo all’estero che non siamo competitivi, neppure capiscono le nostre regole…

D. Mi fa un esempio?

R. In Italia abbiamo una trasmissione del sapere per settori scientifico-disciplinari. Ma l’innovazione si sviluppa ai margini di più discipline, il nuovo sapere è trasversale. Se non è consentito assumere chi si muove sui margini, anche l’offerta formativa risulta ingessata. È l’opposto  di quello che serve: è necessaria maggiore flessibilità per rispondere alle domande della società che sta cambiando, e noi rispondiamo con vincoli e ingessature anacronistiche. Quando uno straniero va a leggere i nostri settori non capisce neppure a quale possa appartenere…

D. Lei guida una delle migliori università italiane secondo i ranking internazionali: che progetti avete in cantiere per accrescere il vostro appeal? Su cosa puntate?

 

R. Per fare buona ricerca servono laboratori all’altezza. Stiamo portando avanti un piano di investimenti per riqualificare e innovare tutte le infrastrutture. E quindi, avremo il nuovo polo biomedico, un polo che darà una nuova casa ai docenti che operano nel campo preclinico nei settori della scienza della vita; un altro polo per l’area scientifica vicino alla sede del Cnr, e poi con la regione stiamo portando avanti la realizzazione del tecnopolo dove arriverà l’agenzia Italia meteo che si occuperà dell’analisi dei big data. Gli ambiti strategici di nuovo sviluppo saranno proprio i big data e l’intelligenza artificiale, la bioeconomia e le scienze della vita, la sostenibilità e i cambiamenti climatici.

D. L’innovazione passa attraverso la formazione scientifica, ma anche morale delle persone. L’università può incidere sulla educazione dei giovani anche nel senso di una maggiore assunzione di responsabilità?

R. Questo è uno dei ruoli principali dell’università: prima del Coronavirus l’università formava professionisti ma aveva anche il compito di formare ottimi cittadini. Oggi più di ieri è questo un punto importante perché una delle trasformazioni a cui stiamo assistendo è l’ingresso prepotente delle nuove tecnologie nella società. Tecnologie che danno maggiori possibilità di condivisione, consentono di accorciare le catene di comando, ma richiedono partecipazione attiva, una cittadinanza consapevole. Credo che questo sia uno dei temi decisivi su cui l’università deve lavorare nei prossimi anni.

D. Il prossimo anno a Bologna sarà celebrata la nuova Magna Charta Universitatum.

 

R. Uno dei punti fondamentali è l’enfasi che sarà posta sulla responsabilità sociale delle università. Per sottolineare che è decisivo il ruolo svolto nella formazione dei giovani, formazione scientifica ma anche personale, ma anche il ruolo nella società, al servizio  della cittadinanza.

D. Un’università che diventa soggetto politico?

R. Io direi un’università al servizio di scelte consapevoli dei cittadini. Oggi ci sono atteggiamenti negazionistici verso conquiste della scienza che non sono supportati da analisi del dato. Le università, come gli enti di ricerca, possono e devono fornire quelle analisi per consentire ai cittadini di formarsi poi liberamente, ma consapevolmente, un’opinione. Così come le politiche di sviluppo del territorio, possono essere favorite da analisi che il mondo universitario, i suoi professori e ricercatori, possono offrire. L’università è una risorsa del Paese che va sfruttata, messa a sistema per la crescita della cittadinanza tutta, non solo dei singoli studenti.

D. Che direbbe a un giovane che inizia quest’anno a studiare all’Università di Bologna?

R. Il primo consiglio è di venire alle lezioni in presenza. Il secondo consiglio è di tenere viva durante il percorso di formazione la curiosità, non guardare solo avanti ma anche ai lati. L’università non deve essere limitata al percorso di studi, bisogna sfruttarla tutta per crescere non solo verticalmente ma anche orizzontalmente, attraverso esperienze diverse e contatti nuovi. Direi contaminazioni. Occorre avere coraggio, nel senso del termine, cioè avere cuore, non avere paura. È vero che ci sono tante incertezze e tanta confusione ma ci sono anche tante opportunità. Ecco, vorrei dire ai ragazzi che devono avere la consapevolezza che qui cresceranno, impegnandosi avranno basi solide  per avere coraggio nelle scelte del loro futuro.

Alessandra Ricciardi – giornalista Italia Oggi

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Alessandra Ricciardi

Alessandra Ricciardi

Giornalista Italia Oggi

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