I cavalli e i cavalieri di Marini tornano a Bologna Palazzo Boncompagni gli dedica una mostra

Dopo la mostra ‘Marino Marini: l’arcaico’, a cura di Gianfranco Maraniello e Alberto Salvadori, svolta nel 2013 nelle sale del Museo Civico Archeologico, le opere di Marino Marini tornano a Bologna. Circa una ventina tra sculture e dipinti compongono la piccola ma suggestiva mostra ‘Cavalieri e cavalli a Palazzo’, a cura della Fondazione Marino Marini di Pistoia e organizzata da Palazzo Boncompagni, aperta fino al 15 maggio.

Il filologo Gianfranco Contini definisce Marino Marini, artista pistoiese, classe 1901, «poeta delle superfici», evidenziando un carattere quasi pittorico della sua scultura. Le opere in mostra sono state realizzate dall’artista dal 1939 al 1963 e raffigurano tutte dei cavalli. Alcuni di questi cavalli, la maggior parte, sono sormontati da scarne ed essenziali figure umane, altre raffigurano l’animale solo, spesso teso, agitato, come in seguito al disarcionamento. Quella di Marini è una produzione che ha attraversato gli anni del secondo conflitto mondiale e della Guerra fredda e che oggi si riveste di una nuova attualità, quella di un’umanità alle prese, ancora una volta, con un mondo ostile.  Ora, come allora, i cavalieri, quasi forme astratte diventano – o meglio tornano a essere – il simbolo dell’umanità antieroica e tragica. 

Le sculture e i dipinti presenti nelle sale dello splendido palazzo – opera dell’architetto Baldassarre Tommaso Peruzzi – con la loro scarna essenzialità creano un piccolo cortocircuito con i soffitti affrescati da Ottaviano Mascarino e Jacopo Barozzi detto il Vignola, gli orpelli, i raffinati arredi e i tendaggi. La ricchezza e l’ordine tipicamente rinascimentale dello spazio espositivo si contrappongono a ogni opera esposta, dando origine a un connubio unico, strano ma efficace. 

I cavalieri e i cavalli di Marini vivono lo spazio rinascimentale di queste sale rappresentandone contemporaneamente il passato più arcaico ed anticheggiante – dall’arte etrusca a Donatello – e il futuro che l’arte italiana vivrà in seguito – dalle avanguardie storiche, in primis Picasso, ai successivi Moore e Giacometti. 

E come Giacometti e prima ancora Rodin, Marino Marini celebra con le sue figure vibranti ed essenziali, tra antico e astratto, quell’idea del frammento che è alle origini della scultura moderna. Le superfici sono ruvide, richiamano la materia prima, viva. Non ci sono forme levigate, nemmeno (e soprattutto) nelle tele, tutto resta in una dimensione quasi bozzettistica. 

Il richiamo al primitivismo è sempre stata la cifra stilistica dell’artista e contraddistingue in Italia quella generazione di scultori che, guardando alla tradizione della pittura francese a cavallo tra XIX° e XX° secolo, ha operato per liberare la scultura da ornamenti superflui e ridondante retorica, ponendo l’attenzione sulla mera consistenza e plasticità della materia. 

Il gruppo equestre è sempre stato il soggetto più noto di Marini. Come lui stesso rivelava, in esso è racchiusa «la storia dell’umanità e della natura […] in ogni epoca». Attraverso questa iconografia l’artista ha raccontato la storia del suo tempo e continua a raccontarla ancora adesso. 

La mostra rientrerà nella decima edizione di Art City Bologna, dal 12 al 15 maggio 2022; in questi giorni l’orario di apertura sarà continuato, dalle 11.00 alle 19.00 e sabato 14 maggio per la notte bianca dalle 12.00 alle 20.00.

Foto copertina:

Marino Marini a Forte dei Marmi, 1973, foto ©Aurelio Amendola

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