I musicisti sepolti alla Certosa
Le sepolture dei grandi nomi della musica felsinea. Bologna e la musica stringono da secoli un legame indissolubile. Riconosciuta come Città Creativa della Musica dall’Unesco, la dotta non custodisce la propria memoria musicale solo nei teatri, ma anche in un luogo solenne di quiete perpetua, il cimitero monumentale della Certosa.
La Certosa di Bologna di fatto non si configura unicamente quale luogo deputato alla memoria e al silenzio, bensì si palesa all’intelletto del visitatore appassionato come uno spartito nella pietra, atto a narrare le vicende della cultura musicale europea. Ma prima di addentrarsi in questo itinerario scelto è d’uopo rammentare la storia di siffatto complesso, nato da una radicale metamorfosi napoleonica. Le origini della Certosa affondano le radici nel lontano 1334, anno in cui venne decretata la fondazione del monastero dell’Ordine Certosino intitolato a San Girolamo. Per oltre quattro secoli, i monaci abitarono questi spazi, arricchendo la struttura di chiostri e d’una grande chiesa, dipoi, nel 1796, con l’avvento delle truppe di Napoleone, il convento venne soppresso. Fu nell’anno 1801 che la municipalità felsinea decise di riutilizzare il complesso trasformandolo nel nuovo cimitero cittadino, inaugurando una stagione di straordinarie modificazioni architettoniche.
Durante l’Ottocento, la Certosa subì una metamorfosi continua. Architetti quali Ercole Gasparini e Angelo Venturoli, decisero non già di abbattere le strutture presenti, ma di integrarle ed ampliarle con soluzioni architettoniche raccordate alla loro contemporaneità. Sorsero a questo modo il Chiostro Terzo, il Chiostro Maggiore e la maestosa Sala delle Tombe. L’antico cenobio si tramutò in una vera e propria città dei morti, porticata e ipogea, capace di riprodurre fedelmente le piazze e le vie della Bologna dei vivi. Tale fusione strutturale rese la Certosa una tappa imprescindibile del grand tour europeo, riscuotendo l’ammirazione di intellettuali del calibro di Lord Byron, Stendhal e Dickens.

È in questa monumentale cornice che, nel corso del diciannovesimo secolo, trovarono riposo i grandi protagonisti della musica lirica ed assoluta. L’itinerario prende infatti le sue mosse dal Portico del Campo Maggiore a Ponente, all’Arco n.152. Qui riposa Stefano Golinelli, figura chiave del pianismo ottocentesco italiano. In un’epoca in cui la penisola era quasi interamente monopolizzata dal melodramma, Golinelli, che era stimato profondamente da Schumann, scelse di dedicare la propria esistenza alla letteratura pianistica. Quale docente presso il liceo musicale di Bologna, egli formò intere generazioni di musicisti, offrendo una soluzione di continuità didattica su cui si sarebbe innestata la successiva rinascita strumentale del primo Novecento.
Nel solco dell’eccellenza strumentale che caratterizza da sempre la città di Bologna, presso il Campo Carducci, sul lato destro contrassegnato dalla sigla C1, a pochi passi dal monumento dedicato al poeta Giosuè Carducci, riposa Ottorino Respighi. Nato a Bologna nel 1879, Respighi rappresenta il vertice assoluto della rinascita sinfonica italiana, ancora oggi celebrato e ricordato grazie all’iniziativa di Maurizio Scardovi, direttore artistico dell’omonimo Festival Respighi attualmente in corso.

Formatosi al Liceo Musicale della sua città sotto la guida di Giuseppe Martucci, egli ereditò dal maestro il rigore per la musica strumentale in un’Italia allora dominata dal teatro lirico. La sete di conoscenza lo spinse ben presto fuori dai confini patrii. Trasferitosi in Russia, divenne allievo di Nikolaj-Korsakov, apprendendo i segreti di una sapiente e coloratissima orchestrazione. Respighi seppe fondere la tradizione millenaria del canto gregoriano con le avanguardie europee del primo Novecento, raggiungendo il successo mondiale con la celeberrima Trilogia romana composta da Le fontane di Roma, I pini di Roma e Feste romane. Siffatti poemi sinfonici, capaci di evocare immagini quasi cinematografiche, suscitarono l’ammirazione dei direttori d’orchestra di tutto il pianeta. La sua arca sepolcrale, sobria e solenne, accoglie il maestro accanto alla consorte Elsa Olivieri Sangiacomo, sigillando nei cuori dei visitatori il ricordo di un genio cosmopolita che scelse di tornare per l’eterno riposo nella sua cara Bologna.
Il fulcro narrativo di questo cammino si trova nel Campo Carducci, di rimpetto all’arca respighiana, ove sorge lo straordinario monumento funerario dedicato a Rodolfo Ferrari. Realizzato nel 1919 dall’appassionata mano dello scultore Leonardo Bistolfi, il cippo mostra il ritratto del maestro colto in piena azione, con la bacchetta sollevata ed il braccio teso in un ampio gesto dinamico, quasi intendesse dirigere un’orchestra di fantasmi ascosa fra i cipressi silenti.

Nato nel 1864 e diplomatosi a Bologna nell’anno 1882, Ferrari fu tra i più influenti direttori d’orchestra a cavallo tra i due secoli. Il legame con il Teatro Comunale di Bologna fu viscerale, ne diresse la stagione per undici anni, convertendo la città nella capitale delle avanguardie wagneriane. Egli fu infatti un appassionato e precoce cultore dei drammi di Richard Wagner, di cui divenne uno degli interpreti di riferimento. Sotto la sua memorabile direzione si tenne, proprio a Bologna nel 1914, la storica prima esecuzione italiana del Parsifal, canto del cigno della saga arturiana dell’autore di Lipsia. Ma il suo genio non si limitò al repertorio alto tedesco, la sua bacchetta tenne a battesimo capolavori del verismo quali L’amico Fritz di Mascagni e Andrea Chenier di Giordano, prima di condurlo a una sfolgorante carriera internazionale culminata al Metropolitan Opera di New York al fianco di Enrico Caruso. Vero è anche che la sua tomba in certosa è l’unica fra quelle dei musicisti di cui s’è argomentato sino ad ora ad offrire anche uno spaccato d’affetti, racchiuso in alcuni versi configurati ad epicedio e qui sotto riportati per la loro rara ed evocativa bellezza, in grado di render giustizia non solo all’amore di sua moglie, Cleopatra Serato, ma anche al suo genio avanguardistico.
Anima austera / Di bontà e di gentilezza / Nella vita e nell’arte.
Nella vita, / Che fu tutta un tributo / Alle umane fedi più pure;
Nell’arte, / Alla quale offerse,
Tutte le forze / Del cuore e dell’intelletto.
Risuscitando, / Nelle grandi voci / Delle orchestre
A cui fu dovunque / Duce eletto e amato,
Gli immortali spiriti canori / D’ogni tempo e d’ogni stirpe.
La consorte dedica, / Ricordando e amando.
Il viaggio attraverso il tempo si conclude nell’area monumentale del medesimo Campo Carducci, ove la sinfonia dei maestri classici cede il passo agli accordi liberi della canzone d’autore, innanzi alla tomba di Lucio Dalla. Scomparso nel 2012, Dalla incarna lo spirito più autentico e profondo della Bologna del secondo Novecento. La sua sepoltura, concepita dall’artista Antonello Paladino, dialoga idealmente con i monumenti storici circostanti, la sagoma bronzea del cantautore, che si staglia contro il marmo con il suo inconfondibile profilo munito di cappello e clarinetto, esce dall’ombra dell’allegoria per farsi memoria viva. Su questa tomba si chiude l’itinerario a testimonianza di come la grande tradizione musicale bolognese non si sia mai interrotta, ma abbia proseguito il suo corso.

