Niki Pancaldi // Trenodia // I superpoteri Stan tutti Lee!

di Niki Pancaldi

Il requiem si espande possente, quasi mitico, in questa occasione.
Non solo sul nostro piccolo e fluttuante pianeta, ma in ogni direzione dello spazio e del tempo, come un gravitone che se ne infischia delle leggi fisiche alle quali siamo tutti avvinti, perfora addirittura la sottile membrana che separa le differenti realtà dimensionali.
E’ un rintocco funebre cosmico, e paradossalmente “comico”.
Non perché sia particolarmente divertente, ma perché nella sua declinazione anglo-sassone, il termine “comic” indica precisamente il mondo colpito da questo ultimo lutto, il mondo sconfinato dei fumetti.
Ad averci lasciato è un gigante di tale settore, in qualche modo il grande Padre dell’incredibile processione di variopinti ed eccentrici personaggi che seguono il feretro, affranti per la perdita di quel frizzante spirito vitale che instillò, a suo tempo, in loro la vita.
Stanley Martin Lieber (classe 1922) ha regalato al mondo, nei suoi quasi cento anni di vita, una pennellata spensierata di colore e dinamismo, uno sguardo sorridente sulla speranza ed una grande e complessa famiglia di entità inesistenti tanto vive e tanto presenti da avere sfondato la quinta parete che divide il pubblico dallo spettacolo, inondando la realtà.
Complice nei tempi recenti l’industria cinematografica, la quale ha ampiamente sdoganato i supereroi dalla nicchia polverosa della cultura adolescenziale o puramente nerd, i nostri amici immaginari dotati di grandi poteri quanto grandi problemi sono diventati molto più vivi, molto più solidi e credibili di quanto, forse, anche il loro stesso creatore potesse supporre.
In fondo i supereroi nascono da un bisogno molto basilare e molto umano: il bisogno di divino, di trascendente e la nostra spinta onirica alla manipolazione della realtà.


La realtà è difficile. E’ il primo ed è l’ultimo dei nostri superproblemi.
Chi di noi non ha mai sognato di possedere un potere esterno, inspiegabile, “magico” grazie al quale risolvere le tante storture, ingiustizie o difficoltà che la realtà ci pone di fronte?
In fondo i supereroi sono sempre esistiti, millenni fa maneggiavano folgori o si tramutavano in animali per amoreggiare con semplici umane, ma erano in fondo molto, molto umani come atteggiamento.
Erano gelosi, invidiosi, superbi, crudeli ed isterici non meno dei mortali che li avevano immaginati.
Erano uomini immortali con superpoteri, più che entità puramente spirituali e di conseguenza superiori alle garrote della realtà.
Ma i primi supereroi comparsi sulle strisce a fumetti erano già più “nobili” degli antichi Dei. Erano integerrimi, incorruttibili, perfetti, in qualche modo estremamente distanti e scostanti nei confronti del mondo umano.
Persino il buon uomo pipistrello, pur non possedendo veri e propri poteri extra-umani, si è sempre dimostrato troppo retto, troppo ricco, troppo bello e troppo scaltro per infangarsi le bat-suole con il vero fango della realtà.
Dell’amico Superman meglio non parlarne, essendo semplicemente onnipossente e semi-invulnerabile.
Stan Lee, l’ometto con i baffi ed un sorriso perfetto per le copertine patinate, torna dalla seconda guerra mondiale, forse, carico di un bisogno enorme di superpoteri.
Ironicamente proprio nel momento di massima crisi del suo settore.
La sua risposta ad un mondo osteggiante è quel sorriso inossidabile e l’ideazione di uno dei primi gruppi di supereroi che agissero di concerto, come squadra: I fantastici quattro.
In realtà i veri fantastici erano tre. Uno era appunto il compianto Stan, gli altri due (molto più in ombra per i non addetti) sono Jack Kirby, e quel Steve Ditko che sarà il secondo padre di uno dei personaggi Marvel più popolari di tutti i tempi: l’Uomo Ragno.
Così, sebbene la casa editrice avversaria avesse già operato la fusione tra le proprie testate fumettistiche creando la Justice League (Batman, Superman, Aquaman, Pacciani, Emilio Fede e Godzilla… credo) l’idea di un universo condiviso in cui queste entità si potessero muovere, incontrarsi e scontrarsi si concretizza realmente sotto le dite esperte di Stan il sorridente e del suo team.
Così nel pieno del boom economico e a suon di chitarre elettriche e coca-cola lo stile americano irrompe anche nelle edicole con un’esplosione prolifica di neo-divinità cartacee, dai primi X-man a Hulk, da Iron Man a Daredevil fino al personaggio che, a mio avviso, chiude il cerchio culturale iniziato nella preistoria della nostra specie; non più Dio ma ancora Divino, finalmente supereroe, modernamente cartaceo: Thor.
In fondo il Dio Norreno a fumetti non è altro che il prodotto di una notte di sbronze tra un druido scandinavo ed Andy Warhol.
La coloratissima riproducibilità pop della divinità.
Ma non contento Stan osa ancora di più, aprendo a terze e quarte dimensioni il proprio universo condiviso, il quale diventa addirittura un multiverso con realtà potenzialmente infinite nel ribollire di spazio, tempo e possibilità.
Eppure in così tanto illimitato spazio l’universo più complesso ed intricato inizia a divenire non quello esterno, ma quello interno ai personaggi stessi.
Così gli X-Man sono in fondo una grande storia di tolleranza ed intolleranza, più che di superpoteri.
Gli stessi Avengers (Thor, Iron Man, Hulk, Lino Banfi e Pupo…credo.) spesso son più impegnati a menarsi tra di loro più che con qualche supercattivone di turno.
Peter Parker vive in un universo di persone che lo strapazzano di continuo, non ha mai un soldo bucato in tasca ed oltretutto è particolarmente amato dalla Dea Sfortuna (ti capisco, Peter, ti capisco).
Le questioni più pressanti diventano spesso l’identità e l’appartenenza, la parte dalla quale schierarsi, al posto di un semplice e testosteronico confronto muscolare.
In questa epoca più che mai, sarebbe forse il caso di concentrarsi su come conciliare le differenze di ogni tipo (razziali, ideologiche, politiche, religiose..ecc) anziché ringhiare come cani rabbiosi per vedere chi sarà il primo a cedere.
I supereroi di Stan hanno sempre avuto questi enormi problemi e ci hanno dimostrato senza ombra di dubbio che di fronte ad alcuni di essi nemmeno le più distruttive capacità magiche possono rivelarsi una soluzione, che per assurdo è sacrosanto che la potenza sia ben poco senza una saggezza a guidarla. Un problema molto poco legato alla fantasia e molto alla realtà umana, che unisce con un unico filo rosso il sumero Gilgamesh (accreditato come il primo supereroe dell’umanità e pietra fondante del cammino iniziatico dell’eroe) a Hugh Jackman (identità segreta di Wolverine).


Poi un giorno arriva Topolino, con una betoniera di dollari e fa sua tutta la baracca (e soprattutto i burattini) di Stan e compagni. Molti gridarono allo scandalo, non tanto da far scoppiare guerre stellari… ma poco prima, e quei bidimensionali semidei dagli stilisti discutibili diventano tutto ad un tratto tridimensionali, reali, filmati, concreti.
Tutti, anche chi prima considerava quelle creature esseri da ghetto culturale giovanile, tutti, hanno dovuto fare i conti con loro.
Perché funzionano. Perché in quella stravaganza di costumi, in quel salto evolutivo mutante verso il post-umano, in quel mondo così lontano e così vicino, così terribile e terribilmente desiderabile c’è qualcosa di tutti noi. Qualcosa che un tempo, forse, era appannaggio della religione, ancor prima della superstizione, ancor prima del mito… ma che ci sarà sempre.
Il nostro bisogno di essere più di ciò che siamo ma senza perdere la nostra fragile, struggente, vessata e luminosa identità di umani mortali.
Il saluto al sorriso baffuto dell’uomo che inventava storie e creava miti si alza nel cosmo ad onde di energia colorata, laser, onde sonore, schegge di adamantio e vibranio, fulmini e rabbia verde.
La nel suo multiverso ci sarà sempre posto per un cameo ammiccante, dietro quegli onnipresenti occhiali da sole scuri che dialogavano con il candore del sorriso.
Quel sorriso sempre fresco, sempre ironico, sempre divertito di chi conosca la vera fonte di ogni superpotere umano: la fantasia.
Volevate sapere dove stanno quelle sovrumane, magiche capacità?
Stan Lee.

 

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