Il duo violino-piano Repin e Lugansky in concerto al Teatro Auditorium Manzoni di Bologna

di Giovanni Neri.

Lo scorso 24 gennaio al Teatro Auditorium Manzoni di Bologna, nell’ambito della programmazione di Musica Insieme, si è esibito il duetto composto dal violinista Vadim Repin e dal pianista Nikolai Lugansky. Un duo e affiatato da grande consuetudine esecutiva. Due artisti che negli anni hanno consolidato una partnership che permette loro di trovarsi ‘ad occhi chiusi’ e che formano un duo e non semplicemente un’accoppiata di esecutori come spesso succede.

Un programma di eccellenza con i due capolavori di Prokof’ev e di Brahms che spaziano dal tardo classicismo brahmsiano a un ‘900 tragico. Particolarmente significativa la sonata di Brahms che reca il numero d’opera 108, a metà strada fra l’op.102  e l’op.120, ultime composizioni strutturate del periodo finale del compositore di Amburgo, periodo che invece è caratterizzato in generale da partiture più brevi e intimistiche, quasi il commiato di grande musicista che agli albori del ‘900 ripensa al passato in termini innovativi, ma sempre legati alla corrente schumanniana del Neue Zeitschrift für Musik (anche in omaggio all’amata Clara Wiek).

Repin è un esecutore raffinato, lontano da impostazioni virtuosistiche, seppur dotato da tecnica sopraffina, ma volta sempre a sviscerare i significati più profondi della musica eseguita. Più esuberante è il pianismo di Lugansky (come esemplificato dall’esecuzione della sonata del compositore russo) in grado però di non straripare dal punto di vista sonoro nei confronti del violino. Un esecutore che vorremmo riascoltare in un recital pianistico. Molto apprezzabile la breve (per una volta!) introduzione di Repin, che un italiano traballante ha reso più simpatico a una platea piena al 65% (paura del Covid?). Il riferimento alla shoah, il cui anniversario ricorre attualmente nella giornata della memoria, e il brano di Bruch inserito come inizio non previsto come tributo alla immane tragedia della prima metà del ‘900 (e per il quale giustamente è stato richiesto un silenzio finale senza applausi – anche se il solito decerebrato non si è tenuto) è stata una manifestazione di sensibilità cui purtroppo non siamo sempre abituati.

Il concerto è stato concluso con un solo bis, una versione violinistica del famoso brano Estrellita  di un gusto piuttosto discutibile ma gradevole nella sua semplice liricità. Meglio comunque  della solita esibizione muscolare paganiniana. Un buon (non strepitoso) successo di pubblico, nel  quale si distinguono i soliti ridicoli esibizionisti che applaudono a braccia alzate quasi a significare di avere capito più di altri la qualità del concerto ascoltato!

Leggi anche il blog Kurvenal dell’autore Giovanni Neri

E-mail: giovanni.neri@unibo.it

Lascia un commento