IL MARITO DELLA DONNA CHE LEGGEVA ROMANZI D’AMORE

IL MARITO DELLA DONNA CHE LEGGEVA ROMANZI D’AMORE

una vicenda spietata narrata con crudeltà e impassibilità

 

Mi ricordo di aver letto da qualche parte di come Charles, il marito di Emma, la donna che leggeva romanzi d’amore, sia una vittima quasi indifendibile: «la stupidità del dottor Bovary era fino a questo momento ritenuta indiscutibile» … quale momento? Chi sarà mai intervenuto a mettere in discussione la stupidità di un personaggio che letteratura, cinema, scuola e senso comune, ci hanno descritto come goffo e mediocre?

Credo francamente che di mariti stupidi sia sempre stato pieno il mondo, ma liquidare così il povero dottore e la sua triste vicenda: la moglie di un medico di campagna ha in rapida successione due amanti, fa perdere al marito tutte le sostanze, si uccide.

Tutto qui.

D’altro canto, Charles non vede Emma che amoreggia con Léon e fa lunghe cavalcate nella brughiera insieme col ben noto libertino Rodolphe, paga conti per spese mai sostenute; che arriva a credere all’insegnante di pianoforte che afferma di non aver mai visto Emma : «Non è Francesca» dirà molti anni dopo Lucio Battisti, Charles lo anticipa con «forse a Rouen ne esistono due che si chiamano Lempereur» ; quando si dice le coincidenze… pare davvero troppo!

Charles Bovary entra nel romanzo nello stesso momento in cui entra per la prima volta in classe: «Le sue gambe, ricoperte da calze blu, venivano fuori dai pantaloni ch’erano giallastri, con le bretelle assai tese. Calzava scarpe pesanti, mal lucidate, dalle suole guarnite di chiodi.» E’ in collegio a Rouen per studiare, figlio di una madre acida e coraggiosa e di un padre ex aiuto-chirurgo scacciato dall’esercito, fallito e ubriacone; diventa medico a fatica; sposa una vedova benestante più vecchia di lui «brutta, magra come un palo, e fiorita di foruncoli», la vedova Dubuc, che ben presto morirà lasciandolo senza un soldo.

Per tutto il primo capitolo Charles verrà perseguitato dai compagni col suo nome storpiato «Sciarbovarì Sciarbovarì»: un’adolescenza frustrata da goffo ridiculus… non ne uscirà più per tutto il romanzo!

E’ pur vero che Flaubert pescò a piene mani dal fatto di cronaca realmente accaduto al dottor Eugène Delamare, medico a Rouen ed allievo di suo padre, che nel 1848 si era ucciso in seguito ad una tragedia umana e familiare del tutto analoga a quella dei coniugi Bovary; tuttavia il personaggio Bovary non sembra essere realistico, neanche in un romanzo che i più hanno definito realista.

«In realtà, di tutti i personaggi creati da un grande artista, i più belli sono i suoi lettori» mi suggerisce perentorio Vladimir Nabokov, nelle sue imperdibili “Lezioni sulla letteratura russa”. «Ogni scrittore crea il proprio lettore; tutti, e non solo i grandi. » completa per me Luigi Graziosi su Doppiozero.

Ecco, appunto: i lettori.

«Nessun babbeo è solo babbeo! » esclama uno dei più interessanti ed acuti lettori di Flaubert, Jean Améry, mettendo in discussione la «indiscutibile stupidità» del dottor Bovary: «Che cosa agisse e fosse reale nella vita del povero Charles Bovary – una vita partorita dalla fantasia – il capolavoro ce lo nasconde. Come fare quindi per rinvenire le tracce di questo segreto? Colui che avrebbe potuto dare una risposta, ormai non è più in grado di farlo […] Gustave Flaubert non risponde.»

Non risponde, ma non può certamente non aver visto il lato profondamente umano e tragico del suo personaggio, nascosto dietro piccolissime allusioni, quasi impercettibili, che non sono infatti sfuggite all’attenzione di Jean Amèry e della schiera dei ri-lettori di romanzi cui appartengo, dal mio primo ri-ri-ri-raccontato Cappuccetto Rosso in poi.

Eccone alcune:

• a Tostes, primo luogo di residenza dei Bovary, era unanimemente ritenuto un abile terapeuta. Tutta questa considerazione scomparirà presto nella vita e nel romanzo: Flaubert non ne parlerà più;

• Charles non era un inetto, l’operazione al piede varo di Hippolythe avrebbe potuto riuscirgli: Flaubert non l’ha voluto! Charles era mediocre e goffo, ridiculus, non poteva che fallire: perchè?

• Améry sostiene che Flaubert lo disprezzava in quanto piccolo borghese, proprio come lo sono stati a loro volta gli antenati di Flaubert: piccolo ceto medio, veterinario il nonno, poi medico di successo il padre;

• A Charles Bovary non viene riconosciuto lo status di uomo libero che può decidere di fare qualcosa per uscire dalla condizione in cui era stato collocato;

• il disprezzo subìto, che avevamo già avuto modo di cogliere: le prese in giro dei compagni di scuola benestanti, quando il giovane Charles va al collegio per studiare, proprio come anni prima avevano fatto i Flaubert, padre e nonno, ma con ben altro risultato;

• Emma si ammala di meningite, ‘cuore infranto’ secondo il comune sentire nei racconti d’amore romantici dell’epoca, causa che Charles non può non aver compreso: ma Flaubert non gli ha concesso la dignità di marito che reagisce;

• il lamento per la morte di Emma , passato sotto traccia , che ha esaltato e reso immortale lei , mentre Charles verrà liquidato con un telegrafico «Egli cadde a terra. Era morto. Trentasei ore dopo, su richiesta del farmacista, accorse il dottor Canivet. Lo sezionò ma non trovò nulla.»;

• Jean Améry, conclude la sua acuta analisi della figura di Charles Bovary, di Flaubert e del suo romanzo utilizzando una forma forte della retorica, un ‘discorso di accusa’ appassionato ed appassionante, che si rifà ad istanze di giustizia più che istanze di legge, pronunciato da una vittima che ha deciso di alzare la voce: il marito della donna che leggeva i romanzi d’amore.

Ve ne lascio una parte.

« Ho subito un’ingiustizia che grida vendetta, alla quale mi ribello in nome dei diritti dell’uomo e del borghese. […]

Je vous accuse, Monsieur Flaubert!

La accuso perché ha fatto di me un babbeo incapace di unire passion et vertu.

La accuso perché della mia stupidità, o di quanto lei ritiene tale, ha fatto una colpa, con la stessa severità di Lheureux, lo strozzino.

La accuso perché mi ha negato i miei legittimi diritti di uomo e di borghese trasformandomi in uno schiavo privo di volontà, come se vivessimo ancora negli infausti giorni in cui il signore era ancora signore e il servo servo, e questi non osava ribellarsi a quello.

La accuso di aver infranto il patto che prima di accingersi a narrare la mia storia aveva stretto con la realtà: perché io ero più di quel che ero, al pari di ogni essere umano che, giorno dopo giorno, ora dopo ora, opponendosi al mondo e agli altri, esce da sé stesso, per negare ciò che era e divenire ciò che sarà.

La denuncio perché nel suo insulso eremitaggio ha rivolto la sua attenzione solo alle sue parole e alla loro melodia, e non ha osservato me con gli occhi di uomo compassionevole.

Liberté: lei me l’ha negata.

Égalité : lei non tollerava che io, il piccolissimo borghese, fossi pari all’alto borghese Gustave Flaubert.

Fraternité : lei non ha voluto essere mio fratello nella disperazione, e anzi le è piaciuto calarsi nel ruolo del giudice tollerante. Di fronte al tribunale del mondo levo il mio lamento per la spregevole indifferenza con cui alla fine mi ha gettato via, come faceva Emma con i suoi vestiti che gettava nel letamaio o dava alla sua complice, la serva Félicité.

[…] Nella sua meschina onniscienza di narratore lei non ha voluto darmi quanto mi era dovuto, e cioè la forza naturale, conforme alla legge della natura che consente a colui che è preda del pathos della passione carnale, di innalzarsi, di salire sempre più in alto verso l’incommensurabile, verso quello spazio dove anche il piccolissimo borghese si dà una nuova misura. In realtà lei non sapeva che farsene di me e nemmeno che fine farmi fare. Con tutta la crudeltà tipica dell’alta borghesia, già a scuola mi marchiò con il segno della stupidità.

[…] anche Emma in fondo non era che la figlia di père Rouault, e quando esigeva ciò che era dovuto alla sua bellezza – gli omaggi dei signori, un po’ di seta e di broccato, qualche merletto dalla vicina Bruxelles – lei riteneva che si trattasse di grossolano romanticismo frammisto ad alterigia. Per Emma la punizione non si fece attendere. […] Emma, di fronte alla quale anche lei era in ginocchio, perchè la desiderava al pari di tutti i maschi della zona.

Mais moi? Ai suoi occhi ero un uomo ridicolo perché brutto, e lei mi ha visto solo attraverso gli occhi di Emma, blu scuro, marron scuro, neri e in quegli occhi lei mi ha rispecchiato per il mondo; e quando toccò a me morire, improvvisamente lei, Monsieur Flaubert, ebbe fretta: proprio lei che per circa cinque anni era stato nel suo studio a trafficare intorno alla nostra storia, a urlare luoghi comuni, tanto che la gente fuori sensatamente scuoteva la testa per quel povero scrittorucolo pazzo. Cinque anni lei, persona profondamente ridicola, ha impiegato per un lavoro che Maître Balzac, e anche il suo allievo-figliolo de Maupassant, avrebbero buttato giù in qualche mese! Eppure in questo lavoro non c’è il tempo per la morte di un poveruomo. […]

Tu [Emma] continua pure a risplendere, come a lui piacque, per il gusto di tutti i miei rivali, che ormai sono milioni. Non ho niente contro di te, niente contro i desideri sfrenati degli amanti, che sono anche i miei. […] Voglio solo ristabilire il mio onore, che è l’onore di tutta la piccola gente, che non è brutta perché non è bella, non è spregevole perchè possiede poco, non è stupida perchè al servizio della ragionevolezza quotidiana.»

Sta viator, amabilem conjugem calcas!

 

Emilia Fornari

 

citazioni tratte da:

v. J.Améry,Charles Bovary medico di campagna, tr.F.Gianni, Bollati Boringhieri 1992

v. V.Nabokov,Lezioni di Letteratura, tr.F.Pece, Biblioteca Adelphi 2018

v. Luigi Grazioli, Le Lezioni di letteratura di Vladimir Nabokov , DOPPIOZERO del 23 Dicembre 2018

v. G. Flaubert,Madame Bovary, tr.L.Bigiaretti, Curcio Editore 1977

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