Il Maxxi di Roma celebra Francesca Alinovi
di Lara De Lena.
Studiosa dalla carriera incredibilmente breve quanto fulminante, Francesca Alinovi, scomparsa nel 1983 a 35 anni, è un’icona anticonformista e una penna profondamente intelligente e lungimirante che non ha mai smesso di attrarre. Chi l’ha conosciuta e l’ha vista diventare brillante critica al Dams non ci è mai stato a lasciarla solo una storia da cronaca nera.
È molto bello, quindi, oltre che giusto e doveroso, che sempre più attori e istituzioni del mondo dell’arte contemporanea scelgano di raccontare la sua storia, aldilà delle morbosità legate alla sua tragica fine. Il Maxxi, Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma, in collaborazione con la Fondazione In Between Art Film, ha presentato in febbraio due iniziative a lei dedicate: un simposio e la proiezione per cinque giorni del documentario I am not alone anyway, realizzato nel 2017 da Veronica Santi. La Santi è anche autrice di un secondo documentario realizzato sulla Alinovi nel 2020 dal titolo OFF Identikit ed è co-curatrice con Matteo Bergamini del volume Francesca Alinovi edito da Postmedia nel 2019.
Il simposio romano ha visto la partecipazione di numerosi tra storici, critici e artisti che negli anni hanno continuato ad approfondire il lavoro e valorizzare la memoria della Alinovi ed è stata un’importante occasione per raccontare a chi non c’era (o non lo ricordava) cosa è successo nella scena artistica italiana verso la fine degli anni Settanta, una new wave che ha iniziato a minare dalle basi un ambiente dalla convenzionalità ultra consolidata a vantaggio di nuove prospettive espressive. È stato quindi un utile approfondimento ai contenuti del documentario della Santi, che – al fine di far emergere il suo contributo professionale, per anni rimasto oscurato – raccoglie le interviste di artisti, colleghi e amici che hanno conosciuto e frequentato Francesca Alinovi. Come ha scritto Teresa Macrì su Il Manifesto alcuni giorni fa «il suo era un pensiero discordante, strutturato sui propri azzardi (artistici e privati, ndr) che oggi appare perfino eretico in un art system che ambisce a uniformarsi piuttosto che a differenziarsi, fino a consegnarsi nella rete del più mite consenso istituzionale».

Forse non tutti sanno che il suo pensiero critico l’ha portata a scoprire e portare all’attenzione in Italia il panorama artistico newyorkese, dove tra il 1979 e l’anno della sua morte ha frequentato la scena New Wave e i graffitisti del Bronx e East Village. Keith Haring ricorderà l’intervista fattagli dalla Alinovi nel 1983 pubblicata su Flash Art, come la migliore intervista di sempre. Suggello della loro amicizia resta il dipinto Untitled (Painting for Francesca Alinovi) realizzata da Haring nel 1984 e custodito presso la Sammlung Fer Collection di Uhm (Germania). Ma Francesca Alinovi non è stata solo l’autrice di Arte di frontiera: fondamentale è stato anche il suo apporto alla curatela, con Roberto Daolio e Renato Barilli delle diverse edizioni della Settimana Internazionale della Performance, oltre al merito di aver dato prima di altri attenzione al genio dei “fumettari” come Andrea Pazienza e Marcello Jori, al teatro d’avanguardia da Magazzini Criminali alla Raffaello Sanzio Societas, agli artisti postmoderni come Luigi Ontani e Salvo, al manifesto dell’Enfatismo, il movimento artistico da lei teorizzato, anche questo completamente inghiottito dal sensazionalismo da cronaca.


