Il mini documentario ‘Waiting for Patrick’

di Valerio Lo Muzio*.

“Hey Patrick, we miss you so much!” era il 9 febbraio 2020 e in una fredda Piazza Maggiore, nel cuore di Bologna, una decina di ragazzi, quasi tutti stranieri, chiedeva a gran voce libertà per un loro compagno di studi ingiustamente arrestato in Egitto. Ed è proprio da quella prima manifestazione, che ho voluto iniziare il racconto del minidoc “Waiting for Patrick” prodotto dal Gruppo Gedi, da un manipolo di ragazzi di diversa formazione culturale ed estrazione sociale, senza alcun passato di militanza politica attiva, divisi dalle barriere linguistiche ma uniti da un unico grande senso di giustizia: la libertà di Patrick Zaki, studente del Master Gemma dell’Università di Bologna, arrestato Al Cairo mentre andava a trovare la sua famiglia. 

Quando ho iniziato a scrivere la storyboard del minidoc, mi sono chiesto cosa potessi raccontare che non fosse già stato raccontato e soprattutto cosa avrei potuto aggiungere  di nuovo a questa drammatica storia – considerato che per un giornalista europeo è praticamente impossibile raggiungere l’Egitto (come dimostrato in questi giorni dalla troupe televisiva de Le Iene)- la risposta mi è stata data da Facebook. A colpirmi e a indignarmi sono stati le migliaia di commenti di risposta agli articoli pubblicati sulla vicenda Zaki, un’ondata di fango e di odio – una situazione simile alla vicenda di Silvia Romano- basata sull’ormai celebre e triste frase “poteva restare a casa sua”. Mentre per me che ho frequentato l’Università di Bologna, e per la maggior parte dei cittadini bolognesi, era facile immedesimarsi nel giovane ricercatore, nel resto d’Italia questa vicenda all’inizio faceva fatica ad attecchire. Forse perché quando, sui media sentiamo parlare di una persona arrestata, perseguitata o rapita a qualche migliaia di km da noi, soprattutto se attiva sul fronte dei diritti umani, automaticamente siamo portati a pensare a un rivoluzionario, un novello Che Guevara o un Masaniello aizzatore di popoli.

 

La mia idea era dunque quella di abbattere a picconate quell’alone di eroismo che circondava la figura di questo ragazzo riccioluto, di renderlo umano, di raccontarlo nella sua semplicità e genuinità e farlo mediante le parole dei suoi amici e compagni di studio, che fin da subito si sono attivati. Il protagonista, di questi 24 minuti di documentario non è Patrick, ma è il tempo, che scorre inesorabilmente, sui volti dei suoi compagni di studi, che ormai si sono laureati e alcuni hanno lasciato Bologna, mentre Patrick è fermo, rinchiuso in un carcere dove il tempo sembra non passare mai. 

Disegno di Gianluca Costantini

Ed è proprio grazie ai disegni di Gianluca Costantini, fumettista e docente all’accademia di Belle Arti di Bologna, che insieme alla voce narrante dell’attore Alessandro Bergonzoni e alle musiche composte da Marta dell’Anno e Andrea Marchesino, che entriamo all’interno del carcere di Tora, dove Patrick è rinchiuso. Uno dei peggiori carceri del pianeta che accoglie oltre 65.000 dissidenti,  ammassati in celle fatiscenti e in condizioni igienico sanitarie precarie, subendo ogni giorno sevizie e torture. La loro colpa? Essere cittadini liberi in un Paese governato da una dittatura militare, una scure, quella del generale Al Sisi, che dopo essersi abbattuta su giornalisti e cittadini egiziani, ora sta colpendo gli studenti universitari, andati a studiare all’estero, rei di aprirsi al mondo e al sapere democratico e lo fa arrestandoli e trattenendoli in carcere ad oltranza grazie alla misura di custodia cautelare, rimandabile di 45 giorni in 45 giorni per più di un anno. Una misura varata nel “piano antiterrorismo”, illegittima che consente ad Al Sisi di trattenere dei detenuti in attesa di giudizio per un tempo illimitato, senza che questi abbiano un giusto processo. Ma perché Patrick Zaki è in carcere? Perché il suo pensiero libero fa così paura ad Al Sisi?

Bologna, il murale per Giulio Regeni e Patrick Zaki dello street artist Laika

A raccontarcelo in Waiting for Patrick, sono i suoi compagni di studi che lo descrivono come un ragazzo innamorato dei diritti e del suo Paese che voleva fortemente cambiare, ce lo raccontano i suoi docenti del master Gemma dell’Alma Mater, che lo dipingono come uno studente serio e brillante e il Rettore dell’Università di Bologna, Francesco Ubertini, prima istituzione a muoversi e a chiedere a gran voce libertà per il suo studente. Durante una delle tante manifestazioni, organizzate dai suoi compagni, mentre una vera fiumana umana attraversa piazza Verdi si sente urlare: “Per Giulio, per Patrick, libertà”, due vicende   quella di Patrick Zaki e del ricercatore italiano Giulio Regeni, ucciso in Egitto – che gravano enormemente sulle spalle del nostro Governo e di quelli passati, che da una parte chiedono verità e giustizia, dall’altra continuano a vendere armamenti militari e fregate da guerra all’Egitto. Però ci consolerà sapere che non siamo i soli: il presidente della Repubblica Francese, Emmanuel Macron, ha conferito persino la Legion d’Onore ad Al Sisi, del resto “pecunia non olet”. Avrei voluto terminare questo documentario con una scena: Patrick accolto dai suoi amici e dai cittadini bolognesi in aeroporto, purtroppo dovremo aspettare ancora.

*E’ un giornalista e videomaker italiano. Collabora con Repubblica.it e il programma Tagadà su La7.

 

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