Il nuovo libro del prof. Giuseppe Sassatelli: “Bologna Etrusca. La città «Invisibile»”

Lo scorso venerdì 17 maggio, in una Sala Borsa dove già da mezz’ora prima dell’inizio, non si trovava quasi più posto, il prof. Giuseppe Sassatelli, emerito di Etruscologia e Archeologia italica della nostra università (e credo non sia necessario dilungarsi oltre in biografia, considerata la chiara fama ma, se proprio volete, andate qui, ha presentato al pubblico un libro, da poco pubblicato per i tipi della Bologna University Press, che già dal titolo svela precise suggestioni letterarie, Bologna Etrusca. La città «Invisibile».

Il riferimento a Italo Calvino (reso palese da Sassatelli stesso nel risvolto di copertina del libro) non è solo un rimando letterario, ma sembra contenere in sé la chiave di lettura del libro che, non rinunciando al rigore del metodo accademico, usa un linguaggio chiaro e facilmente fruibile anche da lettori esterni all’Accademia. Ed è lo stesso Sassatelli a dire che questo è il suo primo libro rivolto principalmente ad un pubblico di «non addetti ai lavori». Proprio dalla chiarezza e dalla fruibilità del testo, che consentono finalmente al lettore di formarsi una conoscenza autonoma, è nato il desiderio di saperne di più, di dare corpo alle diverse suggestioni che la lettura del libro ha suscitato. Per questo, dopo la presentazione in Sala Borsa, tenuta assieme al professor Giovanni Brizzi, abbiamo posto a Sassatelli le domande che seguono. 

Professore, questo è il suo primo libro destinato nelle intenzioni ad un pubblico di non «addetti ai lavori»: a cosa è dovuta questa sua scelta?    

«Ho deciso di scriverlo perché mi sembrava giusto che un professore universitario dedicasse il suo tempo anche a diffondere i risultati della sua ricerca. Avrei dovuto però cominciare prima, forse ho deciso un po’ tardi».

Questo significa che scriverà altri libri con questo intento?

«Sì, posso dire che ci ho preso gusto: sto infatti già pensando, assieme ad alcuni miei collaboratori, ad un nuovo libro dove verrà trattato un tema più ampio, ossia gli etruschi nella pianura padana».

Devo dirle che è stato per me inaspettato scoprire l’importanza che la città di Bologna ha rivestito nella storia degli etruschi; di solito si sente parlare solo di Marzabotto e di Villanova. 

«Infatti. Nella conoscenza comune è una sorpresa sapere che gli etruschi erano presenti a Bologna da tempi molto antichi, caratterizzando un periodo storico molto importante, durato per diversi secoli». 

Ma se la presenza etrusca è stata così rilevante nel territorio bolognese, come mai ha definito «invisibile» la Bologna etrusca?

Mappa di Bologna etrusca sovrapposta alla toponomastica odierna

«Se guardiamo Bologna girando per le sue strade, vediamo tante altre Bologna, vediamo quella medievale, la rinascimentale e la settecentesca, vediamo la Bologna di Rubbiani, i suoi palazzi, ma se volessimo cercare lungo le strade la Bologna etrusca, non la troveremmo (tranne, come unico esempio, la tomba conservata ai Giardini Margherita): la struttura della città è veramente invisibile. La Bologna etrusca è esistita ma non si vede, ricoperta negli anni dalle città successive. Possiamo però ritrovarla attraverso i materiali mobili conservati al Museo civico. Gli scavi archeologici, infatti, quando vanno a fondo, trovano questa realtà molto antica, e credo che ci sia molto altro ancora da scoprire sotto la città. Al riguardo, un esempio clamoroso è rappresentato dallo scavo avvenuto tra via delle Belle arti, Largo Respighi e palazzo Bentivoglio, in occasione della costruzione di un nuovo edificio: si è infatti trovata una necropoli straordinaria di oltre 150 tombe che nessuno pensava ci fosse».

Nonostante l’invisibilità, con il suo libro lei restituisce agli etruschi una presenza anche da un punto di vista “sociale”.

«Attraverso i materiali trovati nelle sepolture, si può ricostruire non solo la dimensione della città o il tipo delle tombe ma anche la società, la sua evoluzione, come ad esempio il passaggio da un regime aristocratico a forme politiche maggiormente democratiche. Questa ricostruzione è possibile farla attraverso il corredo funerario: gli oggetti deposti accanto al defunto al momento della morte rappresentano lo specchio della società dei vivi; raccontano la loro storia, le attività economiche svolte, il ruolo sociale detenuto, la società nel suo complesso». 

Trovo molto interessante questo passaggio, l’archeologia che si fa sociologia, se così si può dire.

«Sì, sociologia che si fa metodo di indagine per la società, nei suoi risvolti economici e produttivi ma anche culturali e sociali».  

A proposito di aspetti culturali, ho trovato molto divertente la descrizione della sfilata del carro etrusco durante il carnevale bolognese del 1874. Mi racconta questo episodio anche se legato alla vita sociale della Bologna ottocentesca? 

«Il carnevale è un bellissimo esempio: siamo nel 1874 e dedicare la sfilata del carnevale agli etruschi, significava che i bolognesi erano molto interessati a questa civiltà per il motivo che consideravano gli etruschi loro antenati, identificandosi in loro. È significativo che Balanzone, la maschera bolognese, che guidava il carro in giro per la città, apostrofasse gli etruschi invitandoli, loro cosi colti e avanzati, a riconoscere come anche i bolognesi di epoche successive avessero fatto cose rilevanti, come il mercato coperto, il teatro, il politeama, le due torri. Come a dire, noi siamo andati avanti anche grazie alla vostra civiltà». 

Il pregio del libro è inoltre quello di accompagnarci lungo i luoghi della Bologna etrusca identificandoli con la toponomastica odierna (crea una certa suggestione immaginare che l’acropoli etrusca di Villa Cassarini sorgesse proprio dove ha ora sede Ingegneria): è un azzardo dire che il libro può avere anche la funzione di una guida “turistica” per quanti abbiano voglia di ricostruire la Bologna etrusca lungo le vie cittadine?

«Sicuramente può essere utilizzato a questo scopo. Ma a questo riguardo ho una proposta che magari il Comune di Bologna potrebbe prendere in considerazione: collocare, lungo i percorsi cittadini, una cartellonistica utile per informare il turista, anche tramite disegni e ricostruzioni, della presenza etrusca in quel punto della città». 

A proposito di città, molto interessante è l’affermazione che gli etruschi hanno “inventato” la città.     

«Sì, è così. Nel mediterraneo ci sono già degli esperimenti di città molto avanzati, forse anche più antichi, ma in Italia le prime città e l’invenzione stessa della città sono etrusche. Tutte le città dell’Italia antica sono di invenzione etrusca. Gli etruschi non solo le adottano nel loro territorio, ma insegnano anche ai popoli vicini ad abitare in esse, si pensi ad esempio ai veneti. Gli etruschi inventano la città perché sono la popolazione di età preromana più avanzata di tutta l’Italia antica e questo in ragione dei loro contatti con il mediterraneo: gli etruschi entrano in contatto con tutto ciò che succede nel mediterraneo (non solo in Grecia ma anche in oriente, dove sono attive civiltà molto avanzate sul piano dell’organizzazione urbana), e imparano questo modo di abitare nuovo, assolutamente innovativo, applicandolo poi nel loro territorio. Per gli etruschi, inoltre, la città non è solo un insieme di edifici ma è anche un’organizzazione politica e – elemento molto importante – essa controlla l’intero territorio circostante, periferie e campagne, non solo da un punto di vista economico ma anche culturale».

Ho trovato poi molto belle e interessanti le sezioni del libro sulla ritualità funeraria che passa nel tempo dalla cremazione all’inumazione.  Lei ha usato una frase molto suggestiva a questo proposito, parlando del «cinerario che si fa figura umana».  

«Il cinerario che si fa figura umana è una specie di contraddizione perché da un lato vi è il rito della cremazione, che distrugge l’integrità fisica del defunto mentre, dall’altro, si cerca di ricostruirne le fattezze mediante l’antropomorfizzazione del cinerario, tramite la sua vestizione come se fosse un corpo. Successivamente, dalla cremazione si passa alla prevalente inumazione ma, a parte il cambiamento di rito, c’è sempre la volontà di mettere accanto al defunto i materiali che aiutano a ricostruirne la storia individuale e sociale, sia attraverso gli oggetti del corredo sia attraverso i segnacoli delle tombe, le stele, le pietre di arenaria scolpite».

La copertina del libro scritto dal prof. Giuseppe Sassatelli (Bologna University Press 2024)
La copertina del libro scritto dal prof. Giuseppe Sassatelli (Bologna University Press 2024)

Ma è vero che gli etruschi, rispetto ai greci, sono più legati agli aspetti materiali della vita e meno a quelli spirituali?

«No, questa è un’affermazione sbagliata. Ad esempio, gli etruschi hanno idee molto precise sull’aldilà che, contrariamente a quello che si pensa, non è pauroso, pieno di demoni cattivi, ma è un aldilà sereno: molti dei banchetti rappresentati nelle tombe dipinte di Tarquinia e molti anche degli oggetti di corredo trovati nelle tombe, alludono probabilmente a un grande banchetto che si svolge nell’aldilà.  I demoni cattivi non sono nell’aldilà, ma sono nel punto di passaggio tra la terra e l’aldilà, sono demoni che alludono al trauma della morte, ma una volta avvenuto il passaggio, il mondo dei morti è un mondo sereno».

Leggendo il libro, sono rimasto stupito dal rapporto che gli Etruschi avevano con la Grecia e in particolare Atene: davvero erano in grado di influenzarne le manifestazioni artistiche?    

«Questa è una delle novità più rilevanti del libro. In un primo periodo, gli studiosi ritenevano che gli etruschi capissero poco delle immagini greche, che comprassero i loro manufatti per caso senza capirli; ora sappiamo invece che le capivano benissimo e le usavano per i loro scopi, ad esempio di immagine, e che erano anche in grado di influenzare le officine ateniesi con le loro richieste». 

Per concludere, si può affermare che il territorio bolognese riveste un ruolo importante per gli studi etruschi simile a quello di altre località italiane, ad esempio Tarquinia e Cerveteri? 

«Bologna non può competere con le località indicate solo per quanto riguarda la “monumentalità” e questo solo per una ragione legata alla situazione geologica, ossia la presenza del tufo nelle zone di Tarquinia e Cerveteri. Con riferimento invece ai corredi funerari, agli oggetti posti accanto al defunto, l’importanza di Bologna è esattamente uguale a quella di Tarquinia e di Cerveteri, non c’è alcuna differenza». 

La ringrazio. 

Lascia un commento