Il Potere dei Classici // la diciasettesima edizione dell’evento curato da Ivano Dionigi

di Alessia Marchi

Ideato e diretta da Ivano Dionigi compie 17 anni uno degli appuntamenti più significativi e di successo dell’Alma Mater, a cui partecipano e contribuiscono altri illustri intellettuali della nostra università.

Siamo all’edizione numero diciassette e la manifestazione sembra non esaurire mai il suo potere di trasmettere e condividere, parafrasando Calvino, la potenza dei classici. Ed è proprio il potere l’argomento di questa edizione che vede sul palco per primo l’abituè Massimo Cacciari che si confronta con Potere e Sapere, seguito dal filologo Luciano Canfora con Potere e Congiura «considerato un profondo conoscitore della cultura classica», alla filosofa Adriana Cavarero è affidata La prova del potere, e infine Ivano Dionigi con l’intervento Servire il Potere.

«Comunicare e condividere il sapere, e chi se non l’università può e lo deve fare?» Si chiede Dionigi all’apertura dell’intervento di Cacciari che racconta, attraverso le parole di Platone, Machiavelli e Shakespeare in cosa consiste Sapere e Potere.

Ritratto Niccolò Machiavelli di Santi di Tito, Palazzo Vecchio Firenze

«Tenere alto il pensiero, la riflessione e la cultura», continua Dionigi, «anche prendendo la rincorsa da lontano come facciamo noi leggendo testi di 20-25 secoli fa. Noi non vogliamo salvaguardare questi testi dall’oblio, non stiamo facendo come i monaci benedettini all’arrivo dei barbari, noi vogliamo affermare l’utilità e la necessità dei classici, offrendo queste meditazioni collettive rese ancora più urgenti dal periodo in cui viviamo. Rifletteremo su sapere e potere e relatore più indovinato non poteva che essere Massimo Cacciari».

Prima di lasciarci ci ricorda alcuni passaggi significativi sull’argomento, come quello di Lucrezio sul potere costantemente perseguito e mai raggiunto, «come il masso di Sisifo che rotola sempre indietro», o come Seneca secondo cui «chi possiede il potere detiene tutto ma non può contare su nessuno che gli dica la verità e che gli tolga di mezzo il coro degli adulatori», e ci ricorda le parole di Euripide secondo il quale «il potere è secondo solo agli dei, come gli dei può tutto ma gli manca una cosa: l’immortalità! Il potere non è infinito, il potere non è inesauribile. Ma se al potere, che è quasi divino, conclude Dionigi, manca il sapere, forse gli manca tutto!»

Massimo Cacciari si muove tra pensiero platonico, aristotelico e umanistico attraverso Macchiavelli, Shakespeare per arrivare fino a Goethe. La riflessione in cui ci porta entra subito nel vivo del pensiero platonico, in cui «la connessione e armonia di sapere e potere, appare logica, chi voglia davvero “potere”, un potere pieno ed effettivo, come fa a non “sapere”», ci chiede Cacciari. «Se voglio fondare una città, uno stato, se desidero fondarlo stabilmente in modo duraturo (per esercitare il potere, come faccio a non conoscerne i fondamenti? Come faccio a non “sapere” le condizioni in base alle quali quella situazione politica si è determinata, come posso non sapere e poi sperare che duri. Il ragionamento platonico sembra del tutto logico» – dice il filosofo veneziano – «se voglio governare davvero secondo verità io devo sapere, nella sua forma epistemica, scientifica. Come si può obiettare a questo? Ma le obiezioni ci sono, e sono dentro il discorso stesso di Platone, «che sa benissimo che questa costruzione comunque non è liberabile da un elemento di casualità e di fortuna. Soltanto un caso fortunato, o un dio (nemmeno il potere di Euripide) potrebbe realizzare le condizioni secondo le quali si potrebbe costruire questa città, perché il sapere di per se non basta a costruire questa città che stiamo cercando di definire a cui aneliamo, questa Kallipolis, la città perfetta. Occorre un dio, un caso fortunato e una serie infinita di casi perché si possa realizzare questo paradigma».

The Chandos portrait di William Shakespeare attribuita a John Taylor (autenticità e artista non confermati), National Portrait Gallery, Londra

Cacciari ci avverte che già in Platone vediamo che la coincidenza di sapere e potere, «ovvero la combinazione perfetta per governare, non è nelle nostre mani, non necessariamente chi ha l’una è in grado di avere l’altra, comunque non in mano di chi sa e di chi può, e comunque non basterebbe, perché il caso felice ha bisogno anche di fortuna che può creare proprio la combinazione di sapere e potere ci dice Aristotele, polemizzando proprio con Platone».

L’errore di quest’ultimo per Aristotele è in questo, «non è possibile che sapere e potere possano coincidere. Non è possibile applicare questi principi al campo del potere politico, perché sono applicabili solo agli enti che stanno, che sono in verità e sono immutabili, necessari, mentre il campo del politico ha a che fare con enti in divenire», in mutamento continuo, “con i perlopiù”, dice Aristotele.

In questo senso la città perfetta, come la stiamo disegnando, non sarà mai necessaria, la scienza del politico non è una scienza, è un arte e soprattutto non è un arte riducibile all’episteme. La città è il luogo del molteplice, – spiega Cacciari – «alla città va applicata un’altra forma del sapere, ovvero il politico non può essere un sapiente, perchè la virtù politica non è quella del sapiente, continua a spiegare Aristotele, perché secondo quest’ultimo il campo del sapere politico si autonomizza, al contrario di ciò che vorrebbe Platone, ovvero subordinare il sapere politico al sapere.

Il realismo aristotelico stacca dall’episteme la virtù politica ma allo stesso tempo cerca di radicarla nel terreno dell’etica, di cui è una dimensione e deve orientarsi su principi etici. Sono virtù etiche che fondano l’agire politico, in particolare l’isonomia, cioè l’obbedienza e l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge ma soprattutto lo deve essere il politico, che deve essere al servizio della felicità dell’altro. È qui che avviene il grande strappo, cioè nel momento in cui l’arte, la tecnica politica, il sapere connesso a questa tecnica si emancipa dalla virtù etica».

Savonarola predica contro la Prodigalità (1879) di Ludwig Von Langenmantel

È una lunga storia, quasi un destino «che parte dal paradigma platonico, e anche precedente a Platone e Socrate, con il pitagorismo. Da questo distacco, dalla lontananza dal paradigma platonico – attraverso il realismo aristotelico – si può dire che inizi la destinazione della nostra cultura».

E dunque cosa deve veramente sapere il politico? Se il suo sapere si autonomizza dall’etica. Intanto – prosegue il filosofo – «in negativo dovrà sapere una cosa, che la sua prassi non può realizzare nessuna vera pace (la vera magia), il politico non ha la bacchetta magica di Prospero della Tempesta shakespeariana, che è infatti un impotente politicamente, fa grandi magie ma non sa governare Milano, è riuscito a combinare le nozze tra i due giovani (la speranza nel futuro) ma non sappiamo cosa faranno i giovani e se la loro unione sarà positiva.

«La politica non è magia, non realizza nessuna armonia, non elimina le contraddizioni, ma governa la contraddizione (Aristotele), contro l’idea di pace che avevano gli umanisti e Savonarola ad esempio». Mentre con nessuno di loro sta Machiavelli, «non si fa armonia in politica, l’arte della politica è fare stato e renderlo il più possibile duraturo, e “Parigi val bene una messa” se devo fare stato e farlo durare. La fortuna è immanente alle vicende umane, non è provvidenziale, la fortuna è materialistica, (Macchiavelli) è una serie di cause così complesse che a loro volta determinano una serie di effetti così complessi, che rendono qualsiasi previsione precisa e conoscenza fondata inutile, il mondo è la totalità dei casi». La fortuna è immanente nel nostro agire.

Mentre «positivamente, il politico, deve sapere che la natura umana è cattiva (captiva) cioè prigioniera. Gli uomini sono innanzitutto inguaribili prigionieri di passioni e affetti. Devi fare leva su queste passioni per realizzare il tuo fine, cioè lo stato che a sua volta deve essere coercizione, violenza legittima. E una volta che il politico sa tutto ciò, quale dovrà essere la sua caratteristica fondamentale: saper decidere, sapere cosa deve fare nell’insicurezza, nella fortuna, decidere in navigazione. La capacità di decidere che non può essere dell’intellettuale che invece vuole concludere, sapere per concludere, perché chi sa, chi conosce sentirà l’angoscia e sarà più difficile per lui decidere, di chi sa decidere e basta. Bruto nel Giulio Cesare ci mostra il dubbio, che è dell’intellettuale che non vuole decidere ma concludere, e soffre perché non è nella sua natura farlo».

Non è solo conquistare il potere, il fine del politico è fare stato, è decidere. E sono due dimensioni del Principe, la virtù che mi serve per conquistare non è la stessa che mi serve per governare, uno dei punti chiave. «E il lavoro intellettuale come fa a risolversi là dove la situazione è piena di insicurezze? Ma il dramma nel repubblicano Macchiavelli è che il Principe non ascolta, lui sa tutto questo, in negativo e positivo». Ma il politico non ascolta questo sapere, che così continua ad essere un paradigma inutile.

«Il sapere, il lavoro intellettuale, sempre che si possa disincantare, non può rinunciare alla verità, a conclusioni che ritiene vere, che non può sconfessare. Macchiavelli non può sconfessare quella che sa ma non può rinunciare a dirlo, anche se è un lavoro completamente disincantato, il lavoro intellettuale può dire ciò che non può dire il politico, è questa la differenza insuperabile tra la coscienza giudicante e quella agente. La prima è nel contempo capace di agire? Si chiedeva Goethe. Chi agisce può sempre dire la verità? No, non può, afferma Cacciari. «È il lavoro intellettuale che ha questa responsabilità, non il potere».

Goethe nella campagna romana (1787) di Johann Heinrich Wilhelm Tischbein Francoforte, Städelsches Kunstinstitut

È vero che il conoscere –continua su Goethe – allarga la nostra visuale ma tende a paralizzare l’azione, l’agire invece vivifica ma ci astrae dalla coscienza dell’intero.

La nostra civiltà, ciò che succede oggi è questo, siamo immersi in questa disputa tra sapere e potere, il nostro è un dialogo in conflitto in queste due dimensioni: la coscienza agente vuole perseguire il proprio fine, non rappresentare ciò che è. «Dovremmo liberarci dall’ideologia, che non è altro che la pretesa di poter fondare la politica e il suo agire su una conoscenza perfettamente chiara e precisa della situazione del modo in cui andrà evolvendo. Il politico è concentrato sulla decisione, non può presentare la verità effettuale, quello lo fa l’intellettuale», come ci dice Macchiavelli, «perché la verità effettuale gli impedirebbe di convincerci della bontà dei suoi fini e di seguirlo».

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La Permanenza del Classico è quasi maggiorenne, da sempre ospitata nella magnifica Aula Magna di Santa Lucia dell’Università, ricavata dall’omonima ex-chiesa e adibita definitivamente a questo scopo nel 1988, con i suoi mille posti ha accolto quasi settantamila persone che hanno partecipato alla manifestazione in questi anni, e a cui hanno lavorato più di duemila tra filosofi, intellettuali ed artisti.

La Permanenza ha toccato corde che riguardano molti aspetti della natura umana, spesso la musica e il teatro hanno accompagnato i protagonisti di fama internazionale prestando la voce agli antichi testi, dai “Tre infiniti. Il divino, l’anima, l’amore” con Cacciari, Dionigi e Ravasi, quest’ultimo accompagnato da Monica Guerritore e Massimiliano Cossati che legge Il Cantico dei Cantici, alla Felicità, passando per ogni possibile sentimento e quesito. Filosofi, scrittori, artisti, l’inesauribile forza degli argomenti trattati d uomini vissuti più di 25 secoli fa ci parlano, a dialogo con gli stessi temi.

In questa edizione hanno collaborato per le letture Daria Deflorian, Monica Demuru e Monica Piseddu,  audaci e raffinate attrici-autrici della scena contemporanea, mentre per il contributo scientifico hanno collaborato studiose e studiosi membri del Centro Studi “La permanenza del Classico”: Francesco Citti, Federico Condello, Elisa Dal Chiele, Giuseppe Dimatteo, Ivano Dionigi, Camillo Neri, Lucia Pasetti, Daniele Pellacani, Bruna Pieri, Ambra Russotti, Francesca Tomasi, Antonio Ziosi.

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