Influenza e vaccini
Molti gli italiani colpiti nelle prime settimane. Il picco massimo è previsto in questi giorni. Ne parliamo con il professore Davide Gori, esperto di sanità pubblica del Dipartimento di Scienze Biomediche e Neuromotorie di Unibo, che ci racconta anche di una stanchezza vaccinale dopo la pandemia da Sars-Cov-2.
È tempo di influenza. Sono stati più di un milione gli italiani con tosse, febbre, starnuti e male alle ossa solo nel primo mese di stagione influenzale, cioè dal 16 ottobre, giorno in cui è partita la campagna vaccinale, a metà novembre. E ogni settimana l’incidenza dei casi è aumentata. Il trend vede un leggero incremento rispetto alla scorsa stagione che ha registrato il suo massimo picco tra fine novembre e inizio dicembre, previsto nello stesso periodo anche quest’anno. Non solo i virus influenzali, ma anche altri virus respiratori, come il Sars-Cov-2 e Rhinovirus, concorrono a tale aumento. Sono colpiti maggiormente i bambini al di sotto dei cinque anni. La riduzione delle misure di contenimento, come il distanziamento sociale e le mascherine, contribuisce ad ammalarsi più frequentemente. Ed è per questo che diventa importante vaccinarsi. Ne abbiamo parlato con l’esperto di sanità pubblica, professor Davide Gori, del Dipartimento di Scienze Biomediche e Neuromotorie di Unibo.

Che tipo di influenza dobbiamo aspettarci quest’anno?
«È difficile fare una previsione. Il virus influenzale muta in fretta. Ne esistono di due tipi che viaggiano insieme: A e B, due macrocategorie che si sono separate nel corso dei millenni. Il tipo A è quello della febbre alta e dei dolori alle ossa e porta ciclicamente a epidemie o pandemie più aggressive (ogni 2-3 anni) ed è quello a cui si sta maggiormente attenti perché muta più velocemente. Quelle di tipo B fanno da corollario all’influenza di tipo A, con sindromi para influenzali, come la diarrea e vomito. A seconda del paese, può prevalere più una o l’altra ed è la ragione per la quale i vaccini sono ad oggi tetravalenti, ovvero capaci di rispondere sia a due ceppi di tipo A che a due ceppi di tipo B. Questo ci permette, ogni anno, di fare una programmazione e di progettare i vaccini rispetto a quello che è successo 6 mesi fa nell’emisfero opposto al nostro, quello australe. Le caratteristiche dei ceppi virali influenzali che hanno circolato prevalentemente nell’emisfero australe forniscono la base per selezionare i ceppi da includere nel vaccino antinfluenzale e l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) emana, già a febbraio di ogni anno, le raccomandazioni sulla composizione vaccinale per consentire alle aziende di produrre la quantità di vaccino richiesta per l’autunno/inverno».
Chi è più colpito?
«L’influenza è un virus ubiquitario, che colpisce trasversalmente tutta la popolazione, da nord a sud, in modo indistinto, a livello mondiale mediamente dal 5 al 15%. Sono meno addestrati a reagire i bambini, perché stanno molto in gruppo e hanno un alto grado di contatto nelle scuole: 1 bambino su 3 si ammala. Ma su di loro ha anche molti meno effetti. Gli anziani e fragili sono più isolati e meno colpiti, ma su di loro possono esserci effetti anche gravi. Ogni anno, in Italia, possiamo attribuire all’incirca 6000 morti negli anziani e nei fragili per problematiche legate all’influenza. Questo ci deve far riflettere sull’importanza della vaccinazione. I vaccini proteggono dalle complicanze del virus in un organismo già fragile e debilitato da altre malattie. Vuol dire che con il vaccino ci si può ammalare lo stesso, ma non in maniera grave. Bisogna imparare a proteggere sé stessi e gli altri anche per ridurre gli accessi al pronto soccorso. L’immunità di gregge per l’influenza è impossibile».
A chi è raccomandata la vaccinazione antinfluenzale?
«Alle persone fragili, già debilitate da altre malattie (come il diabete, la sindrome metabolica, patologie autoimmuni, malattie croniche dell’apparato respiratorio, malattie dell’apparato cardio-circolatorio, tumori), agli over 65 e alle donne in gravidanza. È, inoltre, raccomandata agli operatori sanitari che, attraverso le loro attività, sono in grado di trasmettere l’influenza a chi è ad alto rischio di complicanze. A chi svolge un lavoro socialmente utile, come gli insegnanti, le forze di polizia e i vigili del fuoco. Ma anche ai caregivers, cioè chi si prende cura di personale malate e disabili. Bisogna vaccinarsi in base alla propria situazione, al contesto sociale di riferimento (ho delle persone ammalate da proteggere? ho dei figli che possono trasmettermi il virus?) ma anche lavorativo (posso permettermi di perdere dei giorni di lavoro?). Il vaccino è anche caldamente raccomandato agli allevatori e a tutti coloro che lavorano a stretto contatto con gli animali che potrebbero costituire fonte di infezione da virus influenzali non primariamente umani (come la Sars). Per tutte le categorie elencate il vaccino è gratuito e può essere somministrato dal medico di medicina generale, dal dipartimento di sanità pubblica, dai medici pediatri e dalle farmacie convenzionate aderenti».
E il Covid-19?
«E’ in una fase di adattamento con la specie umana, siamo in un processo di sindemia (aggregazione di due o più epidemie simultanee) e in questo momento dobbiamo focalizzarci di più sull’influenza e su altre patologie respiratorie potenzialmente emergenti da cui, senza le misure di contenimento, siamo meno protetti. Sarebbe però importante che i fragili, gli over 65 e gli operatori sanitari facessero anche il vaccino anti covid, oltre a quello antinfluenzale».
Lei è responsabile scientifico del progetto Obvious, di cosa si tratta?
«E’ un osservatorio sull’esitazione vaccinale in Italia (OBservatory on Vaccine Hesitancy in Italy-Online Unibo Surveys), nato nel 2021 nel contesto Unibo con il duplice obiettivo di monitorare i tassi di esitazione vaccinale nella popolazione italiana in relazione alla loro distribuzione regionale e analizzare i diversi fattori che la determinano. L’attività dell’osservatorio si concentra sulle vaccinazioni gratuite e raccomandate, ma non obbligatorie, dal Piano nazionale prevenzione vaccinale e, nel corso del 2023, ha raccolto dati sull’adesione ai vaccini contro herpes zoster, virus influenzale, pneumococco, meningococco e tetano. Il campione raccolto è costituito da 10.000 soggetti rappresentativi della popolazione italiana maggiorenne per area geografica, genere ed età. Gli esiti del nostro studio sono stati presentati lo scorso 19 ottobre davanti a professionisti del settore e a delegati del Ministero della Salute e della Regione Emilia-Romagna. L’osservatorio monitora l’esitazione vaccinale che si lega al calo delle coperture delle vaccinazioni di routine, fenomeno che è stato annoverato dall’Oms tra le principali 10 minacce per la salute globale. L’adesione vaccinale costituisce un fenomeno complesso, determinato da una serie di variabili come convinzioni personali, emozioni, influenze sociali, questioni pratiche o logistiche. In seguito alla pandemia da Covid-19, si è verificata un’esacerbazione della mancata adesione alle campagne vaccinali nazionali: una sorta di stanchezza vaccinale (vaccine fatigue). È quindi fondamentale esplorare tutti i principali fattori che la determinano. come la percezione del rischio di malattia o la fiducia nella ricerca scientifica, ma anche le campagne di comunicazione, i luoghi di somministrazione o l’accessibilità delle vaccinazioni. Dal nostro studio, tra le altre cose, è emerso che il 62.1% degli intervistati si rivolge prioritariamente al proprio medico di base per informarsi sui vaccini raccomandati, mentre il 23.0% preferisce utilizzare come fonti primarie di informazioni Internet e la televisione. Soltanto il 45,4% tra chi poteva vaccinarsi gratuitamente contro l’influenza lo ha fatto: 1 su 3 non sapeva neanche di averne diritto. Le donne sono più esitanti rispetto agli uomini: le ragioni di questa importante differenza di genere sono oggetto di studio. Diventa quindi fondamentale creare gruppi di lavoro trasversali e congiunti che vedano protagonisti i medici di medicina generale, Ausl, ricercatori e specialisti, e formare gli operatori sanitari sul valore delle vaccinazioni. Come sanità pubblica dobbiamo assolutamente trovare la chiave di volta per migliorare le coperture vaccinali, soprattutto per proteggere i soggetti più fragili».

