La Biennale di Venezia del 2019!!!

La prima Esposizione Internazionale d’Arte della Città di Venezia si è tenuta nel 1895, in occasione delle nozze d’argento del re Umberto I con la regina Margherita di Savoia. Oggi quella di Venezia è la più prestigiosa biennale del mondo; il suo tratto distintivo è la partecipazione delle diverse nazioni. Dopo che il Belgio ha costruito il primo, nel 1907, i Giardini sono diventati la sede di padiglioni nazionali permanenti, ciascuno ufficialmente considerato proprietà del governo del suo paese. I padiglioni sono cresciuti di edizione in edizione. Sconfinati dai Giardini, ora imperversano anche in Arsenale e soprattutto in città, offrendo ai visitatori affezionati percorsi urbani sempre più molteplici e labirintici.

Si è appena conclusa (il 24 novembre scorso) la 58a edizione, il cui titolo, “May you live in interesting time” – come rileva il Presidente della Biennale Paolo Baratta – può essere intesa come una minaccia ma anche, di rimando, come un invito alla complessità in un momento storico in cui pare imperversare un eccesso di semplificazione. Osserva infatti Baratta come «vivere la complessità significa non ridurre in schemi e formule ciò che per sua natura è molteplice e non è riconducibile a un unicum se non al prezzo di gravi rinunce».

L’augurio “che tu possa vivere in tempi interessanti” rimanda, non a caso, a una fake news decisamente datata ma dalla lunga e radicata persistenza, una tra le tante operazioni di finto orientalismo fabbricato in Occidente che racconta di un’antica maledizione cinese in cui l’utilizzo in chiave sarcastica di tempi interessanti doveva significare in realtà tempi cupi. A questo proverbio immaginario si sono riferiti in interventi pubblici e scritti editi personaggi noti e autorevoli come Albert Camus, Arthur C. Clarke, Robert F. Kennedy nel discorso tenuto nel 1966 in occasione della visita in Sudafrica e persino, in tempi più recenti, da Hillary Clinton nella sua autobiografia del 2004. Ralph Rugoff, direttore artistico di questa edizione, si è dunque servito di un finto cimelio culturale che ha avuto larghi effetti nel pubblico di massa per veicolare, già dal titolo, il messaggio sotteso alla mostra: vivere l’arte come uno strumento per ripensare e reinterpretare il concetto di “tempi interessanti” da maledizione a sfida coraggiosa.

In un presente in cui non solo i social media ma anche il Presidente di un paese dal peso determinante negli equilibri geopolitici come gli Stati Uniti diffonde notizie false e incoraggia l’odio, May you live in interesting time tenta di far luce sulla società che vive in questi tempi interessanti, maledetti e fabbricati. Critico d’arte e curatore indipendente, l’americano Rugoff ha guidato il CCA Wattis Institute del California College of the Arts di San Francisco e dal 2006 è direttore della Hayward Gallery di Londra. La sua curatela in Biennale pone il display sulle questioni globali come le crisi economiche, le guerre civili in Medio Oriente, il crescente numero di rifugiati e il populismo diffuso. Il suo format divide il percorso espositivo in due mostre distinte che si tengono congiuntamente all’Arsenale e al Padiglione Centrale, in cui tutti gli artisti invitati sono inclusi in entrambe le mostre e presentano opere con lo stesso soggetto veicolato in diversi linguaggi espressivi.

Settantanove gli artisti partecipanti, tutti viventi, tra cui un notevole gruppo di artiste, quasi tutte già affermate sulla scena artistica globale. Venticinque artisti provengono dall’Europa, diciotto dall’Asia e diciassette dal Nord America; vivono e lavorano principalmente in tre città, tredici a New York, dodici a Berlino e sette a Los Angeles. Tra questi, i fedeli Dominique Gonzalez-Foerster e Hito Steyerl, i beniamini del mercato Carol Bove e Njideka Akunyili Crosby, giovani artisti affermati come Lawrence Abu Hamdan e Jesse Darling, tre artisti sudcoreani, Lee Bul (già presente nell’edizione del 1999), Anicka Yi, vincitrice del premio Hugo Boss, e Suki Seokyeong Kang, che ha presentato un’istallazione già esposta alle biennali di Liverpool e Shanghai. Quattro i paesi che quest’anno hanno partecipato per la prima volta: Ghana, Madagascar, Malesia e Pakistan. Tra questi il primo si è distinto per il suo cast di star (il curatore, Okwui Enwezor, è scomparso lo scorso marzo). Il padiglione, progettato da David Adjaye, ha esposto, tra gli altri, opere di John Akomfrah, El Anatsui e Ibrahim Mahama.

Le mostre di nazioni non sovrane e di regioni speciali come Hong Kong, Macao, la Catalogna e il Galles sono state classificate come eventi collaterali. La partecipazione di Taiwan, anche questa tra gli eventi collaterali, è stata curata dal filosofo spagnolo Paul B. Preciado, uno dei maggiori studiosi di politica di genere. Con 3X3X6 l’artista taiwanese Shu Lea Cheang, la prima donna a rappresentare Taiwan a Venezia ha esposto opere digitali performative online e offline basate sulla cultura femminista e queer (https://www.taiwaninvenice.org/). Un progetto coraggioso che unisce temi importanti come la sorveglianza digitale, il controllo sociale e la stigmatizzazione delle identità sessuali ritenute non-conformi. Dello stesso tenore la Scozia, che ha presentato SaF05, video istallazione di Charlotte Prodger, vincitrice del Turner Prize dello scorso anno, curata da Linsey Young.

Cathy Wilkes, irlandese del Nord trapiantata in Scozia, è stata l’artista selezionata dal British Council per rappresentare la Gran Bretagna e lo ha fatto popolando lo spazio di una luce bianca e di una serie di umanoidi messi in scena accanto ad assemblaggi di oggetti, tutti rigorosamente senza titolo. Per la terza volta consecutiva il Padiglione britannico è stato affidato a un’artista donna, dopo Sarah Lucas nel 2015 e Phyllida Barlow nel 2017.

I padiglioni nazionali, insomma, si sono concentrati principalmente sulle artiste. Grazie al movimento #MeToo, sembra che ogni paese stia compiendo sforzi per correggere la discriminazione cronica di genere nel mondo dell’arte. A dimostrarlo, basti pensare che questa edizione ha vantato la prima personale dell’artista femminista Renate Bertlmann, protagonista del padiglione austriaco, trasformato per l’occasione nella scatola decostruita di Discordo Ergo Sum, in cui spiccava, allestita nel cortile esterno, l’installazione formata da un mare di trecentododici rose rosse in vetro soffiato infilzate su lame acuminate in acciaio.

Laure Prouvost, altra vincitrice del Turner Prize, è stata invece protagonista del padiglione francese, Deep See Blue Surrounding You/Voice Ce Bleu Profond Te Fondre, viaggio liquido e tentacolare strutturato intorno a riflessioni sull’idea di generazioni, identità e diversità.

padiglione coreano si è distinto per l’esplorazione multiforme del (trans)nazionalismo, il riesame e la decostruzione della narrazione androcentrica e la valorizzazione delle donne, delle questioni LGBTQ e della diversità di genere. La Corea, ricordiamolo, grazie all’artista Nam Jun Paik ha costruito il suo padiglione a Venezia nel 1995 ed è stato il secondo paese asiatico a partecipare alla Biennale dopo il Giappone. Tutto al femminile il cast di quest’anno: la scrittrice Hyunjin Kim è stata la curatrice e Hwayeon Nam, sirena eun young jung e Jane Jin Kaisen le artiste. Il titolo della mostra, History Has Failed Us, but No Matter è preso dall’incipit del romanzo La moglie coreana di Min Jin Lee.

Il padiglione danese ha presentato Heirloom, personale dell’artista Larissa Sansour. Cittadina del mondo, Sansour è nata a Gerusalemme da madre russa e padre palestinese, ha studiato in Inghilterra e negli Stati Uniti, poi ha sposato un danese e ha vissuto dieci anni in Danimarca acquisendone così la cittadinanza. Con la collaborazione della curatrice Nat Mullen, ha realizzato per la Biennale un film a due canali che, in uno scenario distopico e post-apocalittico, ruota attorno alla riflessione di due donne sulla vita, la memoria e l’identità dopo un disastro ecologico.

Il padiglione finlandese ha ospitato il Miracle Workers Collective, comunità trandisciplinare e transnazionale di artisti, cineasti, scrittori, intellettuali, artisti e attivisti. A Greater Miracle of Perception è il loro primo progetto al pubblico che, attraverso video, installazioni scultoree site-specific ed eventi pubblici condivisi con Berlino, Karasjok e Helsinki, ha toccato il tema della differenza e dell’odio, del fallimento e dell’impossibilità, esplorando le potenzialità della disobbedienza disciplinare. Attingendo alle riflessioni del drammaturgo e poeta nigeriano Esiaba Irobi, che guarda al miracolo come «figura di resistenza spirituale e politica», il collettivo riprende l’idea di disobbedienza come metodo. Altro collettivo, The Japan Foundation composto da un artista, un compositore, un antropologo e un architetto ha ospitato Cosmo-Egg nel padiglione del Giappone, un viaggio tra video, documenti e istallazioni sonore che, partendo dagli stunamiishi (rocce dello tsunami) attraversa varie forma di convivenze e differenze e pone il focus su un altro tema portante di questa edizione della Biennale, l’ecologia.

Il padiglione del Canada, attraverso il lavoro del collettivo artistico ISUMA, ha raccontato al grande pubblico la popolazione degli Inuit, portando alla luce le conseguenze del suo ricollocamento avvenuto per volontà del governo canadese tra gli anni Cinquanta e Sessanta. ISUMA ha gestito la prima casa di produzione video Inuit, con cui ha già preso parte a Documenta a Kassel sia nel 2002 che nel 2017. Il loro primo film, Atanarjuat: Il corridore veloce, ha vinto la Caméra d’Or per la miglior opera prima a Cannes. Da anni ISUMA raccoglie su una piattaforma web materiale liberamente fruibile e visitabile su www.inuit.tv, rivelando l’importanza di una condivisione aperta della cultura e della conoscenza.

Il padiglione belga ha invitato Jos de Gruyter e Harald Thys che, con il loro umorismo anticonformista, hanno organizzano le folle di artigiani, zombie, poeti, psicotici e clochard di Mondo Cane per rappresentare la complessa e parossistica Europa di oggi.

La Svizzera, con Pauline Boudry e Renate Lorenz, hanno presentato la videoinstallazione Moving Backwardsche, attraverso una performance coreografica fuori dagli schemi data da gesti, proiezioni in loop e oggetti animati critica la politica internazionale contemporanea, che sta diventando sempre meno incline alla differenza e all’alterità. Il messaggio veicolato dall’esperienza sensoriale in questa sorta di discoteca astratta è rafforzato da una serie di lettere scritte al pubblico da una decina di autori e edite su una rivista disponibile all’uscita. https://www.labiennale.org/it/listituzione

Photo credits

  1. Shu Lea Cheang, 3X3X6 https://www.artribune.com/mostre-evento-arte/58-biennale-padiglione-taiwanese/

  2. Renate Bertlmann, Discordo Ergo Sum, il campo di rose-coltello, Padiglione Austriaco. Photo © Riccardo Bianchini / Inexhibit

  3. Hwayeon Nam, Dancer from the Peninsula, 2019, Installazione video multicanale. Photo © Gim Ikhyun, © Hwayeon Nam, Hongch

 

Note di Lara de Lena

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Franca Pili

Franca Pili

Segreteria CUBo

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