La fanciulla del West

Nella calda serata dello scorso 28 gennaio è stata rappresentata sul palco del Teatro Comunale Nouveau di Bologna, una delle opere più originali di Giacomo Puccini: ‘La fanciulla del West’. Con l’attenta direzione orchestrale del maestro Riccardo Frizza e la realistica regia di Paul Curran questo spettacolo ha aperto le porte del Teatro Comunale al nuovo anno.

In quest’opera Puccini anticipa il cinema, anticipa il film western e lo fa con una naturalezza inedita. La fanciulla del West dopotutto coincide con un vero e proprio manifesto di rinnovamento dell’autore, che adotta un nuovo metodo comunicativo. Infatti, a quest’opera si deve riconoscere non tanto la ricercatezza delle arie o la fluidità della narrazione divisa in tre atti, bensì la forza espressiva dell’orchestra, si pensi al momento dell’aria Ho un piccolo polledro, o al tema centrale dell’opera che verrà ripreso da tutta la cinematografia western degli anni ‘60 e ‘70. Inoltre, altra caratteristica che Puccini rinnova (successivamente al tentativo già condotto nella Madama Butterfly) in questo suo manifesto della modernità è la ricerca folklorica, che emerge, a titolo d’esempio, nel canto di Jake Wallace, interpretato da Francesco Leone baritono, Che faranno i vecchi miei o in Dooda dooda day del primo atto, ambedue esempi di una riproposizione pucciniana della cultura musicale americana. Non a caso questa manifestazione della ricerca autoriale nell’opera, sia in ambito orchestrale che rappresentativo, offre al pubblico una chiave di lettura diversa, uscente dal vecchio modello europeo e rivolta al nuovo pubblico d’oltreoceano, che nel periodo della sua prima al Teatro Metropolitan di New York del 1910, diretta da Arturo Toscanini e con la partecipazione del tenore Enrico Caruso in Dick Johnson (Ndr), esibiva i sintomi dell’evoluzione musicale che stava avvenendo fuori dalle porte dei teatri. Insomma, un’opera che necessita di uno sguardo diverso per essere colta in tutta la sua originalità, uno sguardo, o per meglio dire, un orecchio rivolto all’orchestra ed alla narrazione.

La fanciulla del west, foto di Gianluca Longhin
La fanciulla del west, foto di Gianluca Longhin

Rimanendo ancora sul frangente originalità è bene evidenziare le scelte stilistiche della regia di Curran, che ha scelto per questo western operistico un’ambientazione diversa da quel 1850 indicato sul libretto d’opera originale, portando avanti nel tempo di settant’anni le vicende di questo classico triangolo amoroso pucciniano. La Minnie di questo spettacolo, che ci introduce all’anno nuovo, è una Minnie diversa, non più rappresentata come la classica fanciulla americana, solita alla condivisione del suo tempo e dei suoi spazi con prospettori, giocatori d’azzardo e pistoleri. In un certo senso questa versione di Minnie, interpretata da Ann Petersen soprano, è più libera, più emancipata, sicura di sé, una donna che ha fatto capolino nel ventesimo secolo e che quindi fa risuonare la sua voce in maniera sicura ed incisiva, cogliendo il vero senso innovatore dell’opera pucciniana che intende far recitare ai protagonisti solisti le vicende di una narrazione avvincente inframezzata da dialoghi anche esuli dal canto.

Osservando ora il lavoro che è stato fatto su scena e costumi da Gary McCann, è bene indicare come la costruzione realistica degli elementi di scena abbia giustamente evocato quella semplicità tipica degli ambienti californiani dei cercatori d’oro. Nel primo atto l’immancabile saloon della Polka, con l’apprezzatissima proiezione, negli spazi aperti di porte e finestre, di quei nembi che incedono sospinti dal vento verso il tramonto, o ancora nel secondo atto, svoltosi nella casa montana di Minnie, nel quale l’apparire dei personaggi sotto alla veranda è accompagnato dagli sbuffi sibilanti, ricostruiti con una macchina del vento, della bufera di neve, riprodotta sempre mediante la proiezione sullo sfondo del fluttuare dei fiocchi congelati. Infine, per il terzo atto ambientato nella foresta in cui stanno per giustiziare Johnson, interpretato magistralmente da Amadi Lagha, (tenore) acclamato a gran voce dal pubblico agli applausi finali, una costruzione meno realistica delle precedenti, che sfrutta delle travi verticali posti a mo’ di alberi per ricreare il fitto del bosco in cui lo sceriffo Rance, interpretato da Gustavo Castillo (baritono), è ansioso di sfruttare la giustizia a suo favore per eliminare il suo rivale in amore.

La fanciulla del west, foto di Gianluca Longhin
La fanciulla del west, foto di Gianluca Longhin

Concludendo, possiamo dire che La fanciulla del West, rievocata nei trascorsi ultimi giorni di gennaio dopo quasi quarant’anni dalla sua ultima apparizione a Bologna, ha chiuso il centenario pucciniano dello scorso anno in puro stile Nouveau ed ha dischiuso le porte della stagione opera 2025, riconfermando il ruolo innovatore del Teatro Comunale nel panorama operistico contemporaneo.

Foto copertina: La fanciulla del west, foto di Gianluca Longhin

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