La fata ignorante di T. Bonazzi

Ceci n’est pas une pipe. Inizio così la recensione dell’ultimo libro del professore emerito Tiziano Bonazzi (1), che ha le fattezze di un saggio storico ma anche quelle del mémoire o del racconto autobiografico, ma poi no, neanche questo, perché alcune delle storie raccontate sono puramente immaginarie (anche se i personaggi sono tutti realmente esistiti ma anche no – ancora una volta – ma vi dirò dopo). 

Non resta allora che leggerlo il libro per farsi un’idea e prendere posizione.

Il libro di cui parlo è La Fata ignorante. Frammenti americani, da poco uscito per le edizioni de Il Mulino.  Come svela il sottotitolo, il libro parla di America (quella del Nord, gli Stati Uniti), dei suoi miti e delle sue leggende, tra cui la libertà «cuore dell’inattingibile promessa americana, un ideale che vive un inarrestabile divenire e scoppia come una bolla di sapone che crea sconcerto e dolore nel momento in cui si sta per bloccarla in qualcosa di realizzato» (2).  

Credo sia questa la chiave di lettura del libro, con il suo titolo e la sua copertina – con La fata ignorante appunto, quadro di Magritte (sì, di nuovo lui), con «un viso di donna bionda dagli occhi azzurri, bello, immerso a metà nella luce e a metà oscuro per la luce nera che lo colpisce da una candela dalla fiamma nera» (3) – a rappresentazione metaforica dell’America.

Copertina "La fata ignorante. Frammenti americani" di Tiziano Bonazzi - Il Mulino 2025
Copertina “La fata ignorante. Frammenti americani” di Tiziano Bonazzi – Il Mulino 2025

E così, tra luce e ombra, Bonazzi racconta l’America, il più delle volte attraverso sé stesso, tra incontri reali e incontri immaginari: lo vediamo, un po’ intimorito, in casa di evangelici dell’Indiana centrale, che gli chiedono se avesse mai conosciuto Gesù, e poi, dopo un po’, a Concord dove scorge Emerson e Tocqueville passeggiare davanti alla seconda casa di Emerson, la Bush, come Emerson la chiamava. E li vedrà ancora, questa volta nel parcheggio di casa sua, anche se «non sentivo quel che dicevano e ho svolazzato giù dalla finestra, ho svolazzato come una gallina, una scena invedibile, per mettermi appena dietro di loro e rubare qualche parola» (4). E le parole sono queste: «Una folle coerenza è il folletto di menti piccole, adorata da piccoli politici, filosofi e religiosi. Una grande anima non ha nulla a che vedere con la coerenza; può altrettanto bene preoccuparsi della sua ombra sul muro. Di’ oggi quel che pensi con parole dure e domani ciò che pensi domani ancora con parole altrettanto dure pur se contraddici tutto quello che hai detto oggi: “Ah ma così sarai frainteso”. È così brutto essere fraintesi? Essere grandi è essere fraintesi» (5). 

E poi, ancora, incontrerà Lincoln durante la visita al museo a lui dedicato nella Peterson House, dove venne portato dal Ford Theatre dopo essere stato colpito da un colpo di pistola e dove morirà la mattina del 15 aprile 1865. Durante l’incontro, gli sentirà dire «Così come non vorrei essere schiavo, non vorrei neppure essere padrone. In questo consiste la mia idea di democrazia. E tutto ciò che è diverso non è democrazia» (6).   

Incontrerà anche Bugs Bunny, Yosemite Sam, che spara davvero, e le faine di Chi ha incastrato Roger Rabbit, «cattivissime e serpeggianti e stupide» (7).

E così tutto scorre in un continuo flusso di coscienza – come d’uso nella migliore letteratura novecentesca (ma del resto Bonazzi è un uomo del Novecento, anzi addirittura prebellico, come dice di sé) – spesso sincopato come una partitura be-bop da Beat Generation, nel tentativo di dare una definizione esatta dell’essere americano, magari questa: «L’americano archetipo è un profugo – giunto da un passato che rifiuta, lanciato verso un futuro glorioso, sempre in movimento, senza paura ma temuto. Un killer, ma un killer che ripulisce il mondo da ciò che va ucciso, un uomo capace di amare, ma che non si lascia legare dall’amore, senza radici, centrato in sé stesso, un giroscopio indicatore di direzione una norma in viaggio.» (8) 

Il racconto terminerà a Rockville, contea solidamente repubblicana, dove le ragioni dell’ascesa di Trump diverranno palesi.

Infine, «Cosa ho imparato in tutti questi anni? La domanda è pertinente e la risposta è la stessa: non lo so. Sono disarmato di fronte a ciò che vedo e lascio che Emerson corra in mio aiuto. La verità, occorre credere nella verità oggi e negarla domani a favore di un’altra verità in cui si crede, si crede davvero.  Occorre giocare alla ruzzola, aggiungo io, e lanciare il disco di legno – o di formaggio stagionato – il più lontano possibile a rotolare lungo il percorso stabilito. È un gioco popolare antico che esiste ancora. A Bologna la si gioca, credo vicino, al Pontelungo sul fiume Reno. E il disco andava e andava se il lanciatore era bravo. Sulle sue due facce tutto si mescolava e nulla era fisso e quando si fermava cadeva e un altro giocatore lo raccoglieva e lo lanciava di nuovo, e di nuovo tutto girava e si mischiava e nulla aveva senso se non l’affascinante roteare e le grida e gli insulti dei contendenti. Ho imparato questo.» (9) 

Poi torno alla prima pagina e leggo: Clara e Tiziano assieme sorridono in queste pagine e nella loro danza. Trovo bella questa frase e mi chiedo chi sia Clara e chi stia danzando, se loro o le pagine del libro.      

Note

(1) Tiziano Bonazzi è professore emerito dell’Università di Bologna, dove ha insegnato Storia e istituzioni dell’America del Nord.

(2) Tiziano Bonazzi, La fata ignorante Frammenti americani, Società editrice il Mulino, pag. 11

(3) Idem, pag.41-42

(4) Idem, pag.71

(5) Idem, pag.71

(6) Idem, pag.74

(7) Idem, pag.174

(8) Idem, pag.56

(9) Idem, pag.198

Foto copertina, particolare prima pagina libro; La fata ignorante di Magritte

 

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