La pianista Beatrice Rana torna all’Auditorium Manzoni

di Giovanni Neri.

La pianista Beatrice Rana è tornata ad esibirsi all’Auditorium Manzoni di Bologna nell’ambito della rassegna ‘Musica Insieme’. 

La fuga dell’op.106 di Beethoven ‘Hammerklavier’ fece alzare il sopracciglio ad alcuni dei suoi più famosi contemporanei (ad esempio Mendelssohn e Schumann per intenderci) così come destò sconcerto la grande fuga per quartetto op. 133. Nessuno stupore se si considera che alcune delle armonie presenti nelle partiture risultavano quasi ‘stravinskiane’ agli orecchi classicistici. La fuga diventò il pilastro musicalmente architetturale più importante per il compositore di Bonn a partire dalla sonata op. 101 anche se ‘fugati’ di vario genere si trovano nelle sue composizioni precedenti. Ai tempi di Beethoven si era passati da poco dal clavicembalo al fortepiano: nel primo strumento, per la sua struttura di strumento ‘pizzicato’, era impossibile fare emergere il tema (o i temi come nel caso Beethoveniano) e la prassi di dare da un punto di vista sonoro maggiore risalto ai temi diventò prassi esecutiva corrente solo con Liszt, vari decenni dopo la morte di Beethoven.

In questo contesto può risultare comprensibile come l’indicazione metronimica data dal compositore sia, ai nostri orecchi (alla maggior parte degli esecutori) piuttosto insensata (anche perchè tecnicamente estremamente impervia). Fra i molti esecutori che ho ascoltato cimentarsi con l’op. 106 (Serkin, Barenboim, Perahia, Ashkenazy etc,) nessuno ai tempi moderni ha rispettato questa indicazione privilegiando, invece, l’aspetto musicale che una velocità eccessiva tende a offuscare. L’unica registrazione oggi disponibile di un’esecuzione metronomicamente rispettosa del dettato beethoveniano (a mia conoscenza) è quella di Arthur Schnabel, musicalmente molto discutibile, ma portentosa tecnicamente se si pensa che è una registrazione del 1933 quando gli strumenti di editing musicali erano inesistenti.   Questa premessa è necessaria per valutare l’esecuzione della fuga da parte di Beatrice Rana. La pianista italiana ha nelle mani una macchina da guerra (che non usa per scopi virtuosistici, va detto), ma che come tutte le armi necessita di un adeguato controllo razionale. L’esecuzione è risultata vicina metronomicamente (non so se esattamente) alla indicazione di Beethoven, ma questo ha impedito di valutarne tutte le eccezionali sfumature (e con qualche imperfezione tecnica così rara nella Rana).

Ci sono in tutte le composizioni momenti nei quali la grandiosità del dettato richiede una sottolineatura, certamente a scapito di una rigorosa tempistica, ma proprio per enfatizzare l’importanza di quanto eseguito. E questo aspetto si può riscontrare spesso nella Rana, ad esempio nel primo tempo della sonata op. 35 di Chopin, nel primo tempo dell’op. 106 e anche nello studio n. 5 dell’op. 42 di Scrjabin (dove anche un eccesso di pedale non è apparso giustificato). Di converso alcuni ‘pianissimi’ (segnatamente nell’ ‘Adagio sostenuto. Appassionato e con molto sentimento’. il terzo tempo  della ‘Hammerklavier’) sono risultati in contrasto con la grandiosità architetturale del gigantesco movimento.

Beatrice Rana è indubitabilmente una grande artista, ma di fronte a questi monumenti musicali un approccio meno esuberante gioverebbe molto al risultato. Poi va anche detto che l’interpretazione di un brano, una volta rispettato lo stile, è materia del tutto soggettiva ma è anche vero che l’ascoltatore avvertito non può non fare i propri confronti e soprattutto non può non essere indotto a ricordare il ‘mainstream’ dell’opera che ascolta.  Un plauso quindi alla pianista di Cupertino, ma anche l’augurio che i momenti di maturazione di alcune esecuzioni non sfuggano a causa di un successo che porta a tenere concerti continuativi lasciando poco spazio allo studio e soprattutto – in questo caso – al perfezionamento che è il processo che porta da un’ottima esecuzione a una memorabile. E questo è certamente nelle potenzialità della Rana. Ottimo successo di pubblico (che naturalmente confrontato con un’opera impervia non si è esaltato più di tanto) e due bis.

Articolo dal blog Kurvenal dell’autore Giovanni Neri

E-mail: giovanni.neri@unibo.it

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