La poetica del coraggio – intervista a Stefano Muroni

di Vito Contento

Stefano Muroni, è un caso nel panorama culturale italiano e in particolare in quello emiliano romagnolo. “Nasce” come attore e in pochi anni è divenuto anche sceneggiatore, produttore, saggista, scrittore, presidente della Scuola di Cinema Florestano Vancini, e molto altro ancora. Ha appena compiuto trent’anni e dopo gli studi a SNC a Roma è tornato a vivere nel suo paese natio Tresigallo, sottolineando la scelta ideologica, se non morale, di costruire lavoro e ricchezza a partire dal territorio in cui è nato. Gli ho proposto un’intervista per mettere a fuoco gli aspetti innovativi dei suoi progetti.

V.C. Ti ho conosciuto perché, nel 2015, la Prof. Anna Quarzi, direttrice dell’Istituto di Storia Contemporanea di Ferrara, mi segnala un ottimo saggio dattiloscritto su Tresigallo in cerca di pubblicazione. Il saggio si chiama Tresigallo, città di fondazione: Edmondo Rossoni e la storia di un sogno, lo proposi alla casa editrice Pendragon che lo diede immediatamente alle stampe. La cosa che mi stupì è che l’opera non proveniva da un ricercatore storico, ma da un neolaureato al Centro Sperimentale di Cinematografia, SNC a Roma. Cosa ti ha spinto a scrivere quel libro, e come mai in quel momento? E cosa è successo in questi quattro anni?

S.M. Fin da bambino ho sempre avuto un problema con le cose che finiscono. Così, quando i miei vecchi del paese, i miei nonni, mi raccontavano quella straordinaria storia di Tresigallo e della sua rifondazione avvenuta negli anni ‘30, chiedevo se esisteva un libro in cui fossero raccolti tutti quei ricordi. “No”, mi rispondevano i vecchi. “Morti noi, di questa storia non resterà più niente”. Per quello ho iniziato a pensare al libro. Per lasciare una traccia indelebile di quella storia dimenticata. Negli ultimi quattro anni la mia vita è cambiata, grazie ai miei sogni di ragazzo di provincia. Dal 2015 ad oggi ho aperto il Centro Preformazione Attoriale a Ferrara, la prima scuola di teatro e cinema per adolescenti in Italia; ho creato un campus mondiale di commedia dell’arte, ho prodotto due film, ho aperto una cosa di produzione, sono diventato presentatore del Giffoni Film Festival, ho iniziato a collaborare con Enciclopedia Treccani Web e Rai 2, ho scritto un altro libro e ne ho pronti altri tre. Mi sono pure sposato. Ma molto devo a quel primo libro, a quel progetto editoriale. In esso c’erano, in qualche modo, tutti gli ingredienti delle realtà che ho creato dopo: un’idea iniziale, una ricerca di finanziamenti per realizzare quell’idea, la stesura del progetto, la sua realizzazione, la vendita agli esercenti, ai festival, alle tv. Anche quel libro fa parte del grande progetto che sto portando avanti: Ferrara, la Cinecittà sul Po.

V.C. Si tratta di tantissimo lavoro! Non so dove cominciare: parlami di questi due film prodotti dalla tua casa di produzione Controluce: La notte non fa più paura(2015), sul terremo in Emilia, e Oltre la bufera (2019) su Don Minzoni.  Oltre che produttore, in entrambi, sei attore protagonista. Su La notte non fa più paura Mario Verdone scrive: “La notte non fa più paura spinge ad una profonda riflessione sulla fragilità e precarietà del tutto. Degli uomini soprattutto che vivono sismi perenni. Ho apprezzato la recitazione degli attori, molto vera ed essenziale. Stefano Muroni è perfettamente in piena misura senza esagerazioni drammatiche, nelle quali era facile cadere. E bravo il regista Marco Cassini che ha un bel senso dell’inquadratura e del montaggio. Insomma un prodotto dove si sente che c’è anima e grande onestà. E non è poco.”

I progetti sono apparentemente tematicamente lontani fra loro. Senza dubbio li unisce il territorio…

S.M. La notte non fa più paura l’ho prodotto in realtà con una associazione, che si chiamavaDa Ferrara alla luna”.  Ero giovane, era la mia prima esperienza produttiva, e non avevo ancora la forza per strutturare una società. Grazie ai riconoscimenti che ha avuto il film (tra gli altri, la menzione speciale ai Nastri d’Argento, l’entrata in selezione ai David di Donatello, l’approdo su Sky Cinema) ho trovato la forza, il coraggio e la giusta dose di follia di aprire la mia società di produzione, la Controluce Produzione, assieme a Valeria Luzi, con la quale abbiamo prodotto il film su don Giovanni Minzoni, Oltre la bufera. Questi due film sono apparentemente lontani, eppure hanno molti punti in comune, oltre ad avere la stessa ambientazione, e cioè il basso ferrarese. Intanto, anche dai titoli, traspare un senso di speranza. Nonostante si parli di epoche buie, di eventi tristemente incisivi, come può essere la notte o la bufera, vi è comunque un senso di pace, di sana ribellione: un moto che porta ad andare oltre, a non avere paura, nonostante tutto. Poi c’è il tema della morte, sia ne La notte che in Oltre la bufera. Nel primo film l’operaio calabrese muore sotto le macerie, in don Minzoni il parroco di Argenta muore sotto i colpi di bastone dei fascisti. Ma soprattutto, ciò che accomuna le due opere è il sentimento della memoria, a cui sto dedicando la mia vita artistica. Col film sul terremoto ho voluto analizzare la memoria del presente dei nostri luoghi, delle nostre genti; con don Minzoni ho voluto interfacciarmi con la memoria del passato, ma che continua a parlarci ancora, tumultuosamente.

S.M. Ho saputo che hai appena terminato un romanzo che tratta la biografia del calciatore Rubens Fadini, nato nella tua terra, precisamente a Jolanda di Savoia, centrocampista del “Grande Torino”. Nemmeno ventiduenne perderà la vita assieme all’intera squadra nella “Tragedia di Superga”, il 4 maggio 1949.  Fadini prima di diventare un grande calciatore è il figlio di una famiglia che emigra a Milano in cerca di una vita più stabile e serena.  In biografie come queste la memoria (quella di un’Italia che cerca di risorgere dalle macerie del fascismo e della Seconda Guerra Mondiale) si intreccia con il mito sportivo, poi con il tema esistenziale dell’emancipazione dalla povertà nel successo, ma anche purtroppo con il destino tragico. Cosa rappresentano personaggi come Rubens Fadini per un popolo come il nostro nel III millennio?

Rubens Fadini

S.M. Rubens Fadini rappresenta quello che ogni giovane del terzo millennio dovrebbe essere: un ragazzo che non aveva paura del futuro, nonostante la miseria da cui proveniva, il mondo arcaico, spesso ostile, in cui era nato e cresciuto. Non c’era nulla, nella sua leggenda personale, che potesse prevedere la realizzazione del suo sogno. La sua famiglia era contadina da secoli, e contadini sono rimasti i suoi fratelli. Eppure Rubens non si è mai dato per perso, non ha mai ragionato fino in fondo sulla sua condizione.

Ecco, il non ragionare lo ha salvato. Il non vivere la sua realtà, la sua vera essenza. Lui si è illuso di diventare un grande calciatore, al lavoro durissimo della campagna lui sognava e contrapponeva una vita migliore. Questa visione, questo indefinito inesistente, lo ha salvato. I giovani d’oggi, generalmente, partono già perdenti, già prevenuti, dicono già che “non c’è lavoro”, e magari non hanno mai avuto l’avvedutezza di crearsi il proprio lavoro. Molti partono per l’estero, magari senza avere provato in Italia fin dove si può spingere il proprio talento. Rubens, a distanza di anni, forse ci insegna questo: a perseverare, a non abbattersi mai, a credere nei propri sogni. A costo anche di morire.

V.C.  Altri progetti?

S.M. Portare avanti la distribuzione, in giro per l’Italia e per il mondo, del film su don Minzoni. Mi piacerebbe inoltre realizzare, come regista (sarebbe la mia prima opera dietro la macchina da presa) un documentario sui mestieri che rischiano di scomparire del basso ferrarese, ma che resistono alla corrosione del tempo, come i pescatori di Goro, o gli operai risicoltori della bonifica, o i cacciatori delle vallette di Ostellato. Poi porterò avanti l’idea, il progetto aziendale di “Ferrara La Città del Cinema”. Anche se è troppo prematuro parlarne. E molto altro. Fortunatamente ho ancora una forte dose di creatività che non mi lascia in pace.

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