La scrittura come percorso: dietro le quinte di Deckard

 

ARTICOLO MODIFICATO IL 20 GIUGNO 2021 ALLE ORE 14.58

 

Edoardo D’Elia, 32 anni, è docente a contratto all’Università di Bologna dove tiene un corso di Lingua italiana orale e un corso di Scrittura e argomentazione. D’Elia è anche direttore di Deckard, laboratorio multimediale di scrittura e divulgazione attivo dal 2009, che ospita da anni recensioni e approfondimenti scritti da docenti, ex docenti, studenti ed ex studenti dell’Ateneo. Una sorta di grande contenitore che si è aperto negli anni a varie modalità di divulgazione (produzioni scritte, audio, video) e che per il suo futuro vede l’apertura a nuove discipline e tecniche espressive. D’Elia racconta a Cubo i progetti a venire e il senso stesso dell’esperienza di Deckard.

 

Prof.D’Elia, come nasce il progetto Deckard, come si avvicina al progetto?

 

Nel 2009 al professor Marco Ciardi, allora docente di Storia della Scienza e della Tecnica all’Unibo, viene in mente di fare un esperimento. Un sito in cui fare esperienza di divulgazione scientifica, uno dei principali interessi del docente e uno dei suoi principali temi di pubblicazione. Dal canto mio, fui uno dei primi ad avvicinarmi al progetto, quasi per caso, avendo da svolgere un esame della mia laurea triennale con lui. Gli dissi che mi interessava scrivere, un’esigenza non solo mia dato che con i miei compagni di corso spesso parlavamo di come mancassero ai tempi nel nostro corso opportunità per fare pratica di scrittura. Ai tempi, al di là di alcune tesine per gli esami e della tesi, c’era relativamente poco spazio per fare esercizi di scrittura durante il periodo universitario. Al contrario di quanto sta accadendo negli ultimi anni, in cui stanno per fortuna aumentando progressivamente opportunità in tal senso. Iniziai a scrivere senza sosta, anche troppo forse per il tempo che Ciardi poteva dedicarmi. Finì che nel 2012 presi in mano direttamente io Deckard, diventandone direttore.

 

Di cosa consisteva l’idea originaria di Ciardi?

 

Deckard nasce come laboratorio di scrittura divulgativa, attraverso la quale lavorare sui testi, sui libri, per imparare e fare imparare come ci si relaziona con le uscite editoriali, come ci si mantiene aggiornati col dibattito sui grandi temi. Si pensava a una scrittura non accademica, ma neanche giornalistica. A noi interessava fare divulgazione, ovvero far capire un tema a chi non ne capisce, andare incontro alla gente: al contrario di quanto si fa spesso in accademia, in cui si scrive quasi sempre per lettori che già conoscono il tema trattato. Un lavoro complesso, da imparare, su cui serve esperienza. Da lì in poi siamo cresciuti piano piano, prendendoci gusto, dal solo ambito della scrittura siamo passati a far divulgazione di altro tipo, lanciando ad esempio il nostro progetto video “La Merenda”, una sorta di talk show con studiosi dell’università. Abbiamo dunque lavorato molto sulla parte delle immagini, sulla parte tecnica, per poi arrivare a fare documentari, cortometraggi, fiction sperimentali. Abbiamo anche sperimentato cose come il crowdfunding, che ad esempio nel 2013 non era così diffuso dalle nostre parti, una cosa abbastanza pionieristica.

 

Ma da chi è composta la redazione?

 

Ci sono i collaboratori storici, gente che tuttora collabora a Deckard da più cicli, e poi ondate di gruppi di studenti nuovi, da diverse facoltà. Ora ad esempio siamo in contatto con studenti al primo anno di scienze della comunicazione. È un laboratorio permanente, attualmente un po’ fermo a causa della pandemia, ma nel senso che il coinvolgimento diretto degli studenti, lo scambio anche fisico di sensazioni e idee è sempre stato centrale in Deckard. Dal momento in cui è passato tutto in forma online diventa molto difficile. Anche perché non c’è un tornaconto diretto per gli studenti, non ci sono ricompense ad esempio, anche se negli anni abbiamo avviato alcuni progetti a crediti interni all’università. La mancanza di contatto ci ha portato a sospendere un attimo le attività, anche perché ovviamente molti collaboratori degli esordi, quelli fissi diciamo, non hanno più la stessa quantità di tempo da dedicare al progetto.

 

Quanto è importante per voi lavorare nel senso della multimedialità?

 

Non è mai facile capire con precisione quale sia il target della divulgazione scientifica, e infatti all’inizio abbiamo fatto discussioni infinite su cosa volesse dire creare contenuti multimediali e chi poi questi contenuti li avrebbe letti o fruiti. Ragionare sulla scrittura, su come scrivere un testo, è sempre anche ragionare su come, quando e perché verrà letto. E quando i canali di fruizione aumentano la faccenda si complica. Certo, fino a un certo punto, diciamo fino a 4-5 anni fa, era forse ancora possibile fare delle distinzioni tra canali. Adesso invece la convergenza è totale, non ha neanche forse più davvero senso fare distinzioni nette tra canali e media diversi.

 

Anche perché il modo di approcciarsi allo stesso media può cambiare nel tempo.

 

Abbiamo sempre provato a lavorare sull’integrazione, sull’utilizzo contemporaneo dei media. Già anni fa, quando facevamo un video da 10 minuti pensavamo, già in fase di ideazione, a fare in modo di poterne poi estrarre versioni da 30 secondi, da tre minuti, da cinque minuti facendolo comunque rimanere un prodotto con una logica, adatto a diverse piattaforme. Non era scontato nel 2012. Poi ovviamente tutto cambia a seconda dei contesti, anni fa i video dovevano durare pochissimo, era deleterio farli troppo lunghi. Dopo invece dovevano durare più tempo, così da permettere di monetizzare di più, e oggi se ne trovano anche di un’ora e mezza.

 

La scelta di non dare ricompense da cosa deriva? La gratuità è un valore?

 

Non prevedere ricompense funziona a mantenere il laboratorio aperto a chiunque, ma allo stesso tempo a fare in modo che chi si avvicina lo faccia solo grazie alla sua motivazione, alla sua effettiva voglia di esercitarsi con la scrittura. Poi esistono anche progetti collaterali che danno ricompense. Da 4-5 anni esiste un nostro seminario che dà crediti, ‘Ubi Minor’, su cui lavora molto Paulo Fernando Lèvano, uno dei collaboratori storici di Deckard, e che organizziamo insieme ad altre realtà come Officine Filosofiche e il Centro Universitario Bolognese di Etnosemiotica. Si tratta di un altro esperimento di divulgazione attivo, seguito da centinaia di studenti e studentesse, che sta funzionando.

 

Che idea deve avere uno che volesse partecipare a Deckard?

 

L’unica cosa che serve è aver voglia di produrre un testo, e non di scrivere. Non è una distinzione inutile. Produrre un testo significa confrontarsi su un’idea, sulle fonti, (nel nostro caso un libro da recensire) e poi su una prima bozza del testo. La bozza passa poi diverse revisioni, finché non migliora a sufficienza per essere pubblicato. Più revisioni si fanno più è utile, e perché parlando, confrontandosi sul testo più volte il lavoro che ne esce fuori alla fine è decisamente migliore, è più forte. Ci si arriva piano piano, l’importante è il percorso, parliamo di un laboratorio. L’importante non è la visibilità o la rapidità, ma il risultato finale. Per assurdo, preferiamo che uno mandi una e-mail piuttosto che un pezzo. Conta l’idea, la proposta. Conta dire «mi piacerebbe scrivere di…». Come diceva Umberto Eco, quando gli inviavano manoscritti: «Non scriva, telefoni!».

Perché avete scelto di chiamarvi Deckard?

 

Il nome è ripreso da Rick Deckard, protagonista di Blade Runner. In particolare, da una frase che pronuncia nel film: «I replicanti sono come ogni altra macchina, possono essere un vantaggio o un rischio. Se sono un vantaggio, non sono un problema mio». Se io già scrivo le mie cose, sono già felice di come scrivo, è inutile partecipare a Deckard. Se invece ci sono dei rischi, delle difficoltà, su cui si vuole interrogarsi per migliorare, per fare un passo avanti, allora l’unico limite al miglioramento, alla continua revisione, è il tempo che si ha a disposizione. La pressione per le consegne non ci appartiene, lavorare per sperimentare e crescere ha senso, altrimenti ognuno può già scrivere quello che vuole sulla sua bacheca o sul suo blog.

 

Quali sono i progetti per il futuro di Deckard?

 

Stiamo lavorando a un podcast, su cui siamo in fase embrionale. L’idea è di lavorare insieme ad alcuni storici sulla storia del cibo e dell’alimentazione, un tema che da tanto vogliamo affrontare, ma su cui va trovato il taglio giusto dato quanto è sovraesposto. Altra cosa su cui stiamo lavorando è mettere insieme due progetti, Deckard da mantenere come laboratorio/officina e StartUp Day meets Humanities, progetto di avvicinamento all’imprenditorialità per studenti di discipline umanistiche. In questi anni ho incontrato tanti ragazzi che hanno in ballo progetti profit, no profit, progetti cooperativi, a cui dare una mano insieme ad Alma Cube, l’incubatore per start-up dell’Ateneo. L’idea è fare convergere questi progetti, farli comunicare. Che poi se su Deckard abbiamo sempre avuto tanta gente di discipline umanistiche, vorremmo ampliare anche ad altre branche, cavalcando l’onda della scrittura come mezzo per arrivare in tanti ambiti del sapere, e farli comunicare tra loro. Stiamo infine lavorando a un cortometraggio, finanziato anche dall’Unione Europea, sull’Ilva di Taranto intitolato “Wind Day”, titolo che richiama i giorni in cui il vento trascina in aria una quantità enorme di polveri sottili costringendo la popolazione della città a chiudersi in casa, senza poter uscire.

 

Come tutti noi durante la pandemia…ma senza una pandemia!

Ecco, questo credo che sia un punto molto interessante. La pandemia da Covid-19 ha colpito tutti, in tutto il mondo, senza distinzioni, e questo ha fatto sì che non potesse essere ignorata o messa in secondo piano. Se ti ricordi, all’inizio qualcuno ci ha provato a dire che non potevamo fermare l’economia dell’Occidente per salvare qualche anziano, ma è durato poco. Le conseguenze nefaste dell’inquinamento sulla salute e la sicurezza dell’umanità, invece, sono più mediate, in qualche modo anche più selettive, e quindi più facili da ignorare. A Taranto, durante i Wind Day, si devono chiudere in casa solo le persone che ancora sono costrette a vivere lì, perché non hanno la possibilità di spostarsi, di migliorare le loro condizioni. E allora, finché non tocca a noi, possiamo sempre pensare ad altro e continuare la nostra vita. Le istruzioni per proteggersi dall’inquinamento durante i Wind Day, che vengono date ai cittadini di Taranto, si concludono così: “La dispersione di questi inquinanti può determinare un aumento del rischio a carico della salute dei cittadini. A titolo di massima precauzione, nelle zone adiacenti all’area industriale, i cittadini sono tenuti a chiudersi in casa, in attesa che il vento cambi”. Si sente chiaramente il tono della predestinazione, dell’impossibilità di intervenire e modificare un destino segnato. Pensa se avessero detto a tutto il mondo, a marzo 2020: “La diffusione del virus SARS-CoV-2 può determinare un aumento del rischio a carico della salute dei cittadini. A titolo di massima precauzione, i cittadini sono tenuti a chiudersi in casa, in attesa che il vento cambi”. Credo che avremmo reagito piuttosto male.

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