L’archeologia pubblica e l’area di Monte Bibele. Intervista al Prof. Antonio Gottarelli

Intervista di Arialdo Patrignani al Prof. Antonio Gottarelli, direttore del Centro di Ricerca Te.m.p.l.a, del Museo Civico Archeologico di Monterenzio e dell’Area d’Interesse Archeologico Naturalistico di Monte Bibele.

MonteBibele
L’Area archeologica di Monte Bibele

1) L’archeologia pubblica e l’area di Monte Bibele. Dalla nostra visita abbiamo compreso che i musei e i siti archeologici sono fatti di piccole e grandi storie che si intrecciano: quelle di chi ha abitato i luoghi e quelle di chi, con passione e impegno, insegue le tracce del passato per raccontarle ai visitatori, ai lettori, a prescindere dalla preparazione o dalla provenienza culturale. Qual è la “vostra” storia di Monterenzio?

Monte Bibele è un progetto culturale raro e prezioso, se rapportato alle vicende che hanno caratterizzato le politiche dei beni culturali del dopoguerra in Italia. È infatti difficile trovare altri casi, se non per grandi emergenze monumentali soggette all’attenzione internazionale, in cui un’area archeologica sia stata indagata ininterrottamente per più di cinquant’anni anni, consentendo una progettualità ed una programmazione che ha portato nel 2015, all’inaugurazione dell’Area d’Interesse Archeologico Naturalistico di Monte Bibele e, in contemporanea, all’ampliamento d’allestimento del Nuovo Museo Civico Archeologico di Monterenzio.

Certo non saremmo qui oggi se non ci fosse stata una perdurante, assidua e responsabile presenza delle Istituzioni più vicine al nostro territorio, in primis l’Università di Bologna con l’ex Dipartimento di Archeologia, oggi di Storia Culture Civiltà, il Comune di Monterenzio e la Provincia di Bologna – ora Città Metropolitana, la Regione Emilia Romagna, l’Istituto per i Beni Culturali, la Soprintendenza Archeologica e la Direzione Regionale MIBACT. All’interno di esse hanno operato persone che hanno condiviso la percezione del Monte Bibele come loro personale luogo dell’anima, luogo da preservare, da condividere, da conservare per il proprio futuro e per quello delle generazioni a venire. Nel 2015, il valore di Monte Bibele è stato per la prima volta ufficializzato e trasformato in un riconoscimento economico atto a creare un sistema integrato di percorsi tra ambiente, natura e storia, un vero e proprio tuffo nella biodiversità e nell’antropizzazione.

Museo Civico Archeologico Monterenzio
Museo Civico Archeologico Monterenzio

 

2) Abbiamo visto che per realizzare tutto questo un ruolo centrale è stato svolto dall’Università, attraverso il Centro di Ricerca Te.m.p.l.a. (Tecnologie Multimediali per l’Archeologia). Archeologia, tecnologia e divulgazione: quale strategia deve adottare un museo per rendere i suoi contenuti fruibili da tutti? A Monterenzio quali obiettivi ci si è dati e come si è deciso di perseguirli?

L’esperienza informatica maturata nel corso degli anni ’90 aveva fatto comprendere che il più efficace inserimento della nuova disciplina nell’ambito dei corsi universitari legati all’archeologia e, più in generale, ai beni storici e culturali, doveva comportare un’uscita decisa dalla fase pioneristica e sperimentale legata ai singoli progetti applicativi. Era necessaria una riflessione più complessiva sulle ricadute che una capillare diffusione delle tecnologie informatiche avrebbe comportato sulla stessa  infrastruttura informativa e fisica delle istituzioni preposte alla ricerca, alla didattica e alla musealizzazione del dato archeologico. E’ in questa prospettiva che, con il nuovo millennio, veniva progettata la nascita di un Centro di Ricerca il cui scopo primario era istituire una organizzazione per la logistica, il coordinamento, la programmazione e lo sviluppo delle tecnologie multimediali e dell’informazione in ambito archeologico. Nel 2001 fondavo il Centro di Ricerca dipartimentale Te.m.p.l.a – “Tecnologie Multimediali per l’Archeologia”, e istituivo l’insegnamento di “Metodi Informatici della Ricerca Archeologica” presso  la Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali. Al Centro Te.m.p.l.a. saranno da assegnarsi negli anni successivi numerosi progetti e realizzazioni ad alto contenuto di innovazione. Dal 2009 il Centro Te.m.p.l.a. gestisce direttamente il Museo Archeologico di Monterenzio e ha progettato e realizzato, con la propria equipe di archeologi, il Parco d’interesse Archeologico Naturalistico di Monte Bibele e il nuovo allestimento museale. Contestualmente si è prodotto un film sulla storia delle ricerche archeologiche nella valle dell’Idice, oltre che una dettagliatissima Guida archeologica e naturalistica. Credo sia questo il principale obiettivo che ci siamo dati. Fare in modo che la figura professionale dell’archeologo esca dalle buie e strette gabbie istituzionali entro cui è stato obbligato, per proporsi alla società con una professionalità ad ampio spettro. E’ questa l’unica strada che potrà portare ad una gestione più consapevole di quell’intero e complesso processo di ricerca, documentazione e diffusione dell’informazione che dovrà essere rappresentato al grande pubblico all’interno di un  Museo.

3) Ci avete parlato dei problemi di sostenibilità economica di queste istituzioni. Se aveste a disposizione un budget illimitato, quali dotazioni scegliereste per il vostro museo?

La domanda fa sorridere, perchè quello che dobbiamo chiederci oggi è esattamente il contrario: se aveste a disposizione un budget pari a 0, che è quello che riceviamo, che dotazioni scegliereste per il vostro Museo? La risposta è: non le sceglieremmo, le faremmo. Venite a visitare il Museo di Monterenzio per averne un’idea…

Il quadrante solare ritrovato nell'Area di Monte Bibele
Il quadrante solare ritrovato nell’Area di Monte Bibele

4) Quali sono i principali motivi per cui il Museo e l’Area archeologica di Monterenzio devono essere assolutamente  visitati:

L’area archeologica di Monte Bibele e il suo Museo rappresentano innanzitutto una storia che è arrivata al compimento del suo primo, lungo, faticoso, appassionante capitolo, e che si conclude a lieto fine con la concretizzazione di idee troppo a lungo rimaste tali: una passeggiata lungo l’antica via della Carrozza che porta da Quinzano al crinale, un giro per i sentieri in mountain bike, a cavallo, in gruppo o in solitudine, in autonomia o accompagnati da guide esperte, una sosta nel nuovo centro servizi, ma anche un weekend o un soggiorno nel nostro Appennino, alla riscoperta dei suoi tesori culturali ed enogastronomici, della pace di una notte lontana da ritmi frenetici, alla ricerca di un tempo slow per se stessi. Un passato che rivive, un insediamento che ha sì il suo fulcro nel IV e III secolo a.C., quando i Celti e gli Etruschi occupavano la Valle dell’Idice, ma che alcune ricostruzioni di abitazioni di quell’epoca rendono oggi tangibile, un viaggio nelle emozioni che la natura ha trasmesso ai popoli di allora e continua a trasmettere, rendendoci sua parte integrante, portando l’uomo a leggerne ogni aspetto e ad osservare e conoscere ogni suo mutamento, dal cielo alle profondità della terra, tra culti e rituali consacrati.

Un luogo di grande evocazione emotiva e culturale: nei quasi 200 anni di vita del villaggio di Monte Bibele le generazioni che si susseguirono furono in parte protagoniste e in parte testimoni, non del tutto inconsapevoli, di avvenimenti che cambiarono radicalmente la storia del continente europeo e quella delle sue relazioni con l’intero mondo allora conosciuto, dalle sponde atlantiche a quelle mediterranee orientali, fino alle remote terre della Valle dell’Indo. Mentre il Bibele viveva, Alessandro il Grande dilatava i confini del mondo: i filosofi greci misuravano l’estensione del nostro pianeta. Gli abitanti del villaggio svolgevano attività che per millenni erano state il sostentamento dei loro avi, ma già erano capaci di realizzazioni quali il quadrante solare, antica “bussola” per l’orientamento astronomico e geografico, strumento modernissimo per chi si preparava a conquistare il mondo. Un bosco che ha ospitato uomini liberi, che anche nella morte vollero continuare quell’oscuro viaggio nell’Aldilà che oggi trova luce. Viaggio – oggi lo sappiamo – non in un luogo, ma in un tempo: il tempo della loro riscoperta, della loro conoscenza e della nostra consapevolezza.

Visita all'Area Archeologica di Monte Bibele
Visita all’Area Archeologica di Monte Bibele

5) Durante la visita ci avete parlato di crescenti difficoltà istituzionali ed economiche per la ricerca archeologica e per la conservazione e gestione dei beni culturali. Il futuro: cosa succederà, o sta già succedendo nell’ambito della ricerca? Tra cinquant’anni come sarà il mestiere dell’archeologo, e come saranno i musei archeologici in genere?

Quello che sta accadendo è la fine dell’identità culturale dell’archeologia. Con la riforma Gelmini non esistono più i Dipartimenti di Archeologia a livello universitario e il MIUR ha provveduto a depotenziare gli ambiti disciplinari dell’archeologia da 10 a 1. E’ di questi mesi la notizia dell’unificazione delle Soprintendenze, per cui l’identità archeologica, dopo più di cento anni, scomparirà anche da quell’Istituzione. Per le leggi italiane la strategia è quella di trasformare il bene archeologico in un immenso giacimento gestito da estrattori professionisti del profitto. Lo scrupolo non è sul bene, ma su quanto rende.

6) Ma in questa tendenza generale, come vede il ruolo futuro dell’Università?

 L’Università sta subendo la stessa pressione di strategia su tutto il comparto della ricerca. Oggi sembra che lo scopo primario non sia produrre cultura, ma cultura del profitto. Ci si è dimenticati che il ruolo primario dell’istituzione universitaria, oltre alle indispensabili funzioni di ricerca e didattica, dovrebbe essere quello di essere la più alta istituzione del Paese in difesa del libero pensiero e del sapere. La consapevolezza di questo dovrebbe restituire dignità di ruolo a chi opera dentro l’istituzione, senso dell’alto compito che qui si svolge, coraggio di fronte alle difficoltà e la non accettazione di situazioni di compromesso. Quello che accade invece è l’esatto contrario: mortificazione costante della dignità di ruolo, cultura del sospetto, continue verifiche dell’attività svolta, su basi non trasparenti ed inique, burocrazia fine a se stessa.

Tutto lo sforzo è nell’autoconservazione in termini di produttività e governance, nel mostrare servilismo verso il mondo imperante dell’economia e della finanza, senza strategie culturali che non siano modelli efficientisti a noi estranei,  per lo più importati dal mondo anglosassone.

Eppure, anche in questa grande crisi di valori, e con scelte diverse, il ruolo dell’Università potrà essere centrale…

 7) Quale è la sua personale ricetta?

 La storia ci insegna, e noi archeologi lo sappiamo, che di fronte alle grandi crisi di sistema quello che è necessario mettere in atto non è mai la ricerca di cure, ricette o soluzioni. La crisi di sistema è per definizione la crisi antropologica di una idea del Mondo e le soluzioni non possono essere né immaginabili  né prevedibili. Il sistema troverà infatti  i suoi nuovi futuri equilibri solo attraversando un lungo processo caotico e complesso di autotrasformazione, sui cui orientamenti non abbiamo alcun margine di azione. Che fare allora? Qui l’Università, se lo vorrà, potrà avere un ruolo fondamentale. La storia passata dell’occidente ci fornisce un modello che ha di fatto sempre funzionato e che è basato su un preciso metodo e su una precisa strategia operativa. Questa prevede la custodia del sapere in una strategia di lungo periodo, occupandosi di predisporre centri di raccolta utili alla sua conservazione, trasformazione ed archiviazione. Il Medio Evo monastico credo si ripeterà in stringenti rapporti analogici con il nostro futuro.

Nelle fasi storiche come la nostra, entro cui non è facile prevedere su quali basi culturali, informative ed immaginative si produrrà l’assetto futuro, e in presenza del forte rischio che tali basi  vengano concretamente  messe a rischio dall’evolversi caotico degli eventi, è necessario che i più avveduti predispongano il Tempio, o Banca, della conoscenza, entro cui si custodiscano i saperi e tutti i relativi processi e modelli di loro trasformazione e traduzione, in luoghi e con modalità operative che ne garantiscano la conservazione perpetua attraverso continui processi di duplicazione, archiviazione e delocalizzazione.  Le parole chiave sono evidentemente duplicazione e delocalizzazione, perchè da queste deriva l’architettura fisico  territoriale del modello da attuare e la conseguente strategia operativa. In questo, rispondendo ad una precedente domanda, vedo anche la futura definizione di “Museo”.

Il Tempio della conoscenza non sarà un luogo, ma un modello. La sua struttura fisica dovrà essere un insieme di luoghi tra loro distanti e isolati, in luoghi appartati e protetti dalle turbolenze del mondo che li circonda: isolati e decentrati, ma tra loro in continua comunicazione per mezzo di una rete invisibile di relazioni. Oggi questa rete richiama al concetto di Network, al Web ed ai sistemi fisici di telecomunicazione. In passato era definita dai comuni ordini e dalle comuni regole che venivano imposte all’organizzazione dello spazio fisico ed ai comportamenti di chi quei luoghi abitava. Questi concetti erano espressi dallo stesso Ordine cui appartenevano i religiosi, e dalle comuni regole nell’organizzare lo scorrere del tempo all’interno di spazi architettonici codificati a canoni e principi del tutto simili da luogo a luogo. Le antenne di telecomunicazione radio che oggi solcano il paesaggio, in luoghi spesso isolati, elevati e prominenti, altro non sono che i pronipoti del campanile delle pievi e del suono delle campane, grande modello di rete di comunicazione delocalizzata. Duplicazione ed archiviazione in una logica di processo di lungo periodo richiedono poi spirito di sacrificio e vocazione da parte di coloro che dovranno dedicarsi all’alto compito.  Questi dovranno unire una elevata facoltà di leggere ed interpretare l’informazione, nei suoi processi analitici di codifica, traduzione e rappresentazione, con eguali capacità nell’uso delle moderne tecnologie di sua conversione, duplicazione ed archiviazione.  Ciò si traduce oggi in rari profili di alta cultura umanistica, cui si coniuga la necessaria piena familiarità nell’uso delle tecnologie digitali di elaborazione e telecomunicazione del dato, prerogativa questa di pochi eletti, non meno di quanto fu per il passato per l’amanuense lo stesso saper leggere e scrivere le lingue classiche coniugati con l’approfondita conoscenza delle tecnologie della scrittura, del disegno e della rappresentazione dei testi su supporti tradizionali.

E’ questo il compito che la mia equipe e io ci siamo dati con la costituzione di Te.m.p.l.a e con il nostro impegno sul Monte Bibele. Quest’ultimo progetto è così diventato “Arca Monte Bibele”, Arca, acronimo di Archeologia e Ambiente, ma soprattutto “Arca”, in quanto embrione di un network fisico per la conservazione del sapere d’innanzi al diluvio annunciato.

A questo credo fermamente e credo anche nella necessità di ricominciare a rappresentare le idee secondo una notazione simbolica, l’unica che possa far sopravvivere le nostre aspirazioni all’esercizio nazionale dell’oscuramento della ragione e della memoria.

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Franca Pili

Franca Pili

Segreteria CUBo

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